Il viadotto di Hrabal o del tempo sospeso

Caro messer Papillon,

non le scrivo da un po’, nonostante abbia preso molti treni, in questo periodo, con la pioggia e col sole che nell’appena estinto mese di aprile hanno reso tutto ancora più instabile. Ho letto anche diversi libri, intanto, Marai, come le dicevo, Canetti, De Luca, Hrabal. Di quest’ultimo una rilettura, come di Fahrenheit 451. Li ho entrambi ripresi in mano solo per cercarvi frasi che avevo segnato alla prima lettura e alla fine entrambi li ho riletti interamente. Come è diverso rileggere un libro, Messer Papillon. La storia la conosciamo già, non c’è più quella tensione legata alla narrazione, al racconto, al plot, come dicono i critici di oggi (Che brutta parola, non trova?) e il libro si fa amare ugualmente, anzi, per certi versi si fa amare di più. La scrittura salta fuori più nitida, come in un lavoro a sbalzo, e le parole ci penetrano profondamente, e si infilano come le pietre di una collana, una dopo l’altra, fino alla chiusura. A volte penso – ma come ho potuto dimenticare questa frase, questo personaggio, questo sentire. Sarà che nella sua solitudine troppo rumorosa Hrabal mi ha toccato corde sensibili, che già aveva fatto vibrare la prima volta, ma che ora, proprio in questo momento, sono più scoperte che mai. C’è un tempo per i libri, lo sappiamo, e a volte ci sono più tempi. C’è il tempo della scoperta e della meraviglia e ce n’è un altro, più lento, della penetrazione e della crescita, in cui le parole ci entrano nel cuore come il lievito nella pasta e poi si gonfiano e galleggiano dentro di noi. Un po’ come la polvere di pietra – che bella espressione, sembra il titolo di un romanzo e invece, incredibilmente, l’hanno coniata in un telegiornale, magari gli stessi che hanno inventato l’inqualificabile “papamobile” – del vulcano islandese che ha fermato gli aerei di tutta Europa. Come certo Lei può immaginare, questo fenomeno, data la mia ipersensibilità meteorologica, – Come dice? Fissazione? Mi lasci l’eufemismo, su, non stia a farmi le pulci…- mi ha fatto molto pensare. Come il libro di Hrabal. Anche la nostra è una solitudine troppo rumorosa. Invece del rumore della pressa e dello sfrigolare dei topi che in essa vengono schiacciati insieme ai libri, noi stiamo immersi nel rumore degli oggetti che abbiamo costruito per illuderci che il mondo sia nostro. Poi, quando qualcosa si ferma, rimaniamo attoniti, protestiamo i nostri supposti diritti, dobbiamo andare, dobbiamo fare, il silenzio della nostra piccola solitudine ci spaventa, perché sì, ad essa siamo abituati, ma nel rumore, nel movimento. Siamo come i topi di Hrabal e la nuvola del vulcano che ce lo rammenta ci fa una gran paura. Voglio raccontarle una cosa, Messer Papillon. Il giorno in cui abbiamo spostato gli orologi per l’ora legale ero in treno. Una giornata scintillante, gli alberi fioriti di bianco, erbe (forse sorgo o lupino) piene di giallo, magnolie e forsizie dove dieci giorni prima c’erano venti centimetri di neve. Era pomeriggio e la luce che durava più a lungo, come un amore tardivo che dilata i sensi e i pensieri, mi ha fatto pensare che in quel giorno di passaggio il  tempo sembrava sospeso. Forse gliel’ho già detto, ci penso spesso quando sono in treno, specie in galleria, al buio, non è né giorno né notte, non sei dove sei partito né dove devi andare. Ma quel giorno, con quella luce tersa che sembrava non affievolirsi mai, questo pensiero è stato così acuto da lasciarmi lì impalata a guardare fuori dal vetro. Poi, a un tratto, il treno ha rallentato fino a fermarsi. Eravamo su un viadotto molto alto, Messer Papillon, come in qualche film catastrofico o di spionaggio. Sotto di noi, dalla parte del mio finestrino, una radura molto ampia, piantata a betulle. Tronchi bianchi, spogli, tranne un ciuffo verde in alto, che ondeggiavano insieme per una brezza gentile e mi hanno fatto pensare al coro delle mani bianche del Venezuela. Tutt’intorno colline basse, disposte ad anfiteatro, che ogni tanto si trasformavano in calanchi ocra, come castelli di sabbia che si alzano dal nulla verso il cielo. Davvero ho sentito il tempo sospeso, Messer Papillon, come in quei pochissimi momenti in cui nella vita ci è dato di provare una felicità pura. Istintivamente ho spento il telefono, e sono rimasta lì, gli occhi incollati al finestrino. Poi, dopo quindici o venti minuti, mi sono alzata e ho cambiato posto. Il treno non era molto pieno e mi sono seduta sul lato opposto, per guardare dall’altra parte.  Oltre il binario del senso di marcia inverso, sotto il viadotto, una conca dolce, verdissima, un paese in lontananza, digradante verso l’orizzonte. Un luogo che sembravano due, uno di qua e l’altro di là dal treno, disegnato in mezzo, fermo nel tempo e nello spazio. Mi ha turbato, Messer Papillon, e ho pensato che se non ci fosse stato il problema tecnico che l’altoparlante ci annunciava, avrei continuato a passare in quel punto senza rendermi conto del gioco di prospettive che tanto mi ha stupefatto. Il mucchio dei libri sotto la pressa, e poi il cubo di libri e topi a cui Hanta mette un sigillo, un’immagine o un libro aperto nel mezzo che renda quel pacco diverso da tutti gli altri. Il cubo di Kant e quello di Van Gogh. Hanta deve guardare i libri per trasformarli, e non ne può fare a meno. Per questo lavora più lentamente degli altri e il suo capo lo rimprovera ossessivamente. Sta lì fermo, guarda i libri nell’oscurità e solo dopo schiaccia il bottone. Sospende il tempo e l’azione, come il guasto del mio treno su un viadotto nel giorno di passaggio all’ora legale, luce satura che sembra una pozza d’acqua piena di sale su una roccia d’estate.

Guardi un po’, Messer Papillon: avevo iniziato parlando di riletture germinanti e di polvere di pietra che originandosi da un gran movimento ferma gli spostamenti di tutta Europa e sono arrivata a un treno fermo che mi fa pensare a Hrabal/Hanta che tenero e crudo si arresta ogni volta prima di schiacciare il bottone, rosso o verde che sia. Il viadotto di Hrabal, così chiamerò quel luogo nella mia geografia di viaggio, e ogni volta, passandoci, penserò a una pressa che sta per essere azionata su un mucchio di libri. E penserò ai cieli vuoti di aerei e a una solitudine molto silenziosa. Il viadotto di Hrabal, o del tempo sospeso.

Vede? Se Lei mi scrivesse non mi lascerei andare così. Per favore, riprenda i suoi salaci commenti, ne va della mia salute mentale.

Sua

Musette B/NMusette

P.s. Da oggi inauguro il gioco geografico; valgono tutte le connotazioni di spazio nei titoli dei libri (e libretti). Comincio con le Tigri di Mompracem e Moon Palace, così, per equità, la giungla e New York. Aggiungo anche l’oro del Reno, tanto per confondere un po’ le acque.

 

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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3 risposte a Il viadotto di Hrabal o del tempo sospeso

  1. avvocanzo ha detto:

    Io  ho letto il libricino di Einstein sugli sviluppi della fisica moderna (beh, moderna all'epoca in cui fu scritto; che poi è moderna anche oggi; va be' come al solito mi infogno nelle parentesi tonde…) dicevo, ho letto sto libro dieci volte.Ma solo perchè le prime nove non ci ho capito una mazza.La decima volta, invece, non ho capito una cippa 😀

  2. Musetteontreno ha detto:

    Avvocanzo… come mai Le è venuto in mente questo esempio? vuol dire che di quello che scrivo non si capisce una mazza, come del libricino di Einstein? O vuol solo farmi vedere quanto è colto? O che sa usare le parentesi tonde? E il codice, avvocanzo? Non lo rilegge ogni volta con passione, scoprendovi sempre quella virgola che non aveva notato?

  3. avvocanzo ha detto:

    nessuna delle varie opzioni, il mio commento era per dire che anche io, come te, ogni tanto rileggo vecchi libri ;-)ps colto io non direi proprio, einstein lo conoscono pure le piante! Avessi detto, che ne so, il famoso letterato asjoresuky, capirei ;-D

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