Gelsomini e Riviera (quella di Giorgio Ficara e la mia)

                                                                                                    14 giugno

Caro Messer Papillon,
sono in treno. È mezzogiorno e ho già superato Firenze verso Milano. (Viaggio luminoso, mentre l’andata, due giorni fa, l’ho fatta partendo al tramonto che poi è diventa sera e poi notte in treno). Verdi in tutte le gradazioni, carnosi, morbidi, densi, luminosi. È l’estate, Messer Papillon, questa volta per davvero.
È passato molto tempo dall’ultima volta che le ho indirizzato una lettera, nonostante mi fossi ripromessa di farlo più spesso; ogni volta che Le scrivo, infatti, desidero intensificare questa corrispondenza (come dice? Di non montarmi la testa? Lo so, lo so che Lei non mi corrisponde affatto e quindi questa non è una corrispondenza. Vede? Vede come mi riduco? Sento perfino le voci. La Sua voce, Messer Papillon, neanche Lei fosse qualche mistico del terzo millennio) Insomma dicevo che ogni volta che Le scrivo mi viene il desiderio di farlo più spesso, perché molte sono le cose che mi vengono in mente pensando a Lei: libri, naturalmente, letture di ogni genere e anche domande. (Che ne è di Lei, Messer Papillon? Viaggia? Prende il treno? Dove vanno i suoi pensieri e le sue parole? Qual è il libro, il libro unico che Lei porterebbe con sé nel caso di una catastrofe che Le impedisse di prenderne più d’uno? – Già la sento, la sua voce, “che domanda sciocca…. Che gioco stucchevole…” La sento ma non me ne importa, tanto qui ballo da sola-). Poi la vita mi risucchia e, dimentica dei miei buoni propositi, non Le scrivo, non Le domando, non mi rispondo. Ma oggi sì, oggi ho voglia di raccontarle una storia di incroci di vita e letture che, come dovrebbe ormai sapere – se mi leggesse -, tanto mi regalano stupore e gioia.
Ho viaggiato in auto, qualche giorno fa, verso Genova e poi verso la Liguria di Ponente. Dal finestrino, lungo la Riviera, mare a sinistra e colline gialle di ginestre sulla destra. Le stesse ginestre che ho visto poco fa tra Roma e Firenze, sparse allo sguardo come pochi altri fiori sanno fare. All’arrivo – parlo della mia meta ligure – una sorpresa: un profumo, Messer Papillon, da rimanere storditi. Ovunque siepi di pitosforo e pareti di gelsomino fiorite: la stagione è un po’ indietro, maggio è stato molto piovoso e la finestra della mia camera si apriva su un balcone così odoroso da illanguidire anche il lupo di cappuccetto rosso. Un profumo persistente, giorno e notte, nel quale per cinque giorni mi sono svegliata e addormentata, sentendomi la favorita alla corte di un sultano. Del resto, si sa, il profumo ha a che fare col sesso, e dilata i sensi, oltre che le narici. Così, per cinque giorni, – in cui il tempo è passato da una pioggia autunnale alla luce azzurra e trasparente di un sole senza veli – mi sono sentita come se fossi immersa in una vasca dove i fiori stanno al macero, perché se ne possa distillare l’essenza. Lì, in uno stato di abbandono primitivo, ho goduto della luce e del profumo, mentre la Liguria della mia infanzia, quella dell’età dell’oro in cui tutta la vita è davanti a noi e, senza saperlo, costruiamo i ricordi che ci accompagneranno per sempre, si mostrava in tutto il suo incanto, e voci e suoni e immagini riaffioravano dalla crosta in cui, da un po’, li avevo volutamente immobilizzati.
L’altro giorno, a Roma, cielo azzurro, estate, ho ricevuto un regalo: un libro che s’ intitola Riviera, di un autore che non conoscevo, Giorgio Ficara. Una folgorazione. L’ho letto in due giorni e l’ho subito riletto. Non è un saggio e non è un romanzo, è entrambi ed è di più. È la mitologia poetica di un luogo, delle storie che vi si sono incrociate, delle persone che ci vivono o ci sono passate, capitani, contadine, divi, saraceni, e soprattutto di una terra, del suo sospingersi incessante sul mare, degli arrivi e delle partenze che, sospese tra cielo e mare, ci raccontano “la profondità del tempo” e il mistero di uno spazio. Inizia – in un modo per cui subito capisci di avere in mano un Libro con la elle maiuscola – con i convolvoli africani vecchi di sette milioni di anni che fioriscono a maggio e finisce in una cucina, che mi ha ricordato in modo struggente quella di mia nonna in quello stesso luogo della Riviera di Ponente in cui qualche giorno prima ero tornata. E così, Messer Papillon, con un regalo ne ho avuti due: una  lettura che mi ha incantato – e mi avrebbe incantato anche se non avessi mai visto quei luoghi – e un oggetto, un libroEnrico Paulucci Paesino ligure – copertina bellissima, tra l’altro, di un color glicine d’aprile e con un quadro di Paulucci in sopracoperta bianca che, oltre a rappresentare un paesino ligure, richiama subito il rosa slavato e l’azzurro dei convolvoli che danno inizio alla narrazione… (sì, la narrazione) – un libro, dicevo, che fissa la memoria di un tempo e di un luogo che avevo appena rivisto, del quale mi ero appena re-inebriata al profumo del gelsomino e che, da sempre, mi è carissimo. Davvero un regalo prezioso, che dopo aver soggiornato per un po’ sul comodino, troverà posto nello scaffale dei miei libri preferiti, quelli che ogni tanto riguardo per averne parole, o  pensieri, o bellezza.
Capisce, Messer Papillon, perché le ho fatto quella domanda, all’inizio? (Lo so benissimo che libri preferiti si aggiungono a libri preferiti, che alcuni, dopo un po’, si spreferiscono , che dipende dalle stagioni e dai fatti della vita, lo so benissimo, ma volevo pensare e farLa pensare a uno scaffale di libri irrinunciabili… potrebbe essere un altro gioco, che ne dice?).
Ora, dal treno, vedo pianura verde su sfondo di cielo azzurro con nuvole di panna, come in un disegno che si faceva all’asilo. Eppure, è così. Ma non mi dilungherò oltre, dato che oggi L’ho già tediata a sufficienza con i gelsomini e le ginestre della Liguria, pur sapendo che Lei non ama le descrizioni di luoghi (E nemmeno del tempo atmosferico, lo so, me l’ha già detto cento volte; eppure, proprio di questo mi vien voglia di scriverLe: chissà, forse perché so che non mi leggerà e quindi è come se scrivessi a me stessa, non so, una sorta di diario che però non mi va di chiudere in un cassetto. “Che sciocca… – dice Audrey Hepburn in Sabrina dopo aver capito di essere stata da sola al telefono – stavo parlando a me stessa.”)
 
La saluto, Messer Papillon. Si goda l’estate, la luce, i libri, i meloni e i cinema all’aperto.
 
Sua

Musette B/NMusette
 

Ps. Come vede la data di scrittura non è mai quella di pubblicazione: sono lunga come la fame, scrivo a mano, poi ricopio, non subito, quando ho un po’ di respiro, un po’ di lentezza. Certo, capisco che il blog non faccia per me: tornerei alle lettere scritte a mano, se Lei mi rispondesse.

Pps. Non aggiungo titoli per il gioco geografico, dato che tutto il post è denso di geografia. Sa com'è, Messer Papillon, non vorrei che Lei mi tirasse una pizza in faccia, tanto per citare un serial televisivo.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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3 risposte a Gelsomini e Riviera (quella di Giorgio Ficara e la mia)

  1. ProfStanco ha detto:

    La ginestra si avvolge ai gelsomini.Non sono diversi.Sono piante che sanno donare luce alla terra arida.Luce che ha il sapore di una scrittura a mano.Un sapore dolce.

  2. Musetteontreno ha detto:

    Grazie per questo commento. E per la nota sulla luce. Sì Le ginestre danno luce alla terra, e i gelsomini la profumano e la illanguidiscono. E a noi, passando, pare di sentire il canto delle sirene.

  3. ProfStanco ha detto:

    Le sirene di Pirandello.Ma, forse, soprattutto, di Tomasi di Lampedusa.

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