Di un viale di tigli, di cubi e di buchi. La fantasia è un posto dove ci piove dentro.

Milano, 21 giugno 2015, pomeriggio

Dear The-Reader,

oggi è il 21 giugno e incomincia l’estate. Il plumbago del mio balcone è da un po’ già rigoglioso, denso e molto azzurro. Del resto la primavera è stata generosa, e Milano è fiorita prima di pruni e di magnolie, poi di forsizie, di glicini, di gelsomini, di rose – sì, lei non ci crederà ma quest’anno le rose hanno abitato la città, nelle rotonde delle strade, nelle aiuole dei parchi, sui balconi – e tigli, e plumbago, perfino oleandri e qualche bougenvillea. Tutto meravigliosamente in anticipo. All’inizio di giugno i tigli di un viale che percorro ogni mattina presto, in un luogo(?) piatto e squallido dell’hinterland, mi stordivano con il loro profumo. Era molto caldo in quei giorni, e già prima delle otto l’aria era spessa e avvolgente. Nel viale dei tigli, che attraversa una zona industriale, edifici brutti, alcuni senza finestre, altri con improbabili vetrate oblique che mostrano automobili sospese nel nulla, c’è un cubo di grandi piastrelle bianche, quadrate, alto come una casa di tre o quattro piani. Le finestre sono tutte quadrate, a distanza regolare, e al centro della facciata c’è una grande vetrata, quadrata anch’essa, una specie di piano nobile senza balcone. L’entrata deve essere dietro, perché sotto la vetrata centrale ci sono solo finestre, e nessuna porta. Ma da quella vetrata, che non è schermata da nulla, nè tende o persiane, nulla di nulla, si vede una stanza piuttosto grande completamente tappezzata di libri. Su un lato c’è una scrivania, anch’essa ingombra di libri. I libri stanno anche a terra. Credo di aver capito che il cubo e un edificio ad esso contiguo, un prefabbricato industriale, siano sede di un distributore editoriale. Da molto tempo quando arrivo sul viale dei tigli – se c’è luce, se non sono troppo occupata da altri pensieri, se, se, se – rallento e guardo dentro la vetrata, cercando ogni volta di cogliere le variazioni, la scrivania più sgombra, una pila che prima non c’era, un’altra che è stata spostata. Mi chiedo se chi lavora in quella stanza immagini di essere oggetto di pensieri, di storie, di film che nel tempo si sono scritti e cancellati nella testa di qualcuno, per esempio nella mia. Mi chiedo se sappia di essere qualcosa di totalmente inaspettato, che spunta dalla bruttezza dell’intorno come la carrozza nel cortile di Cenerentola. Passo lì davanti molto presto, e al ritorno faccio un’altra strada, perciò non ho quasi mai visto nessuno. Quasi, però. Un giorno, un giorno in cui la metropolitana ha avuto un guasto, e quindi ho dovuto scendere e raggiungere la mia auto parcheggiata da qualche parte con altri mezzi – credo di averle già raccontato che il mio tragitto prevede due metropolitane e poi l’auto in uscita da Milano – quel giorno, appunto, sono passata davanti alla finestra sui libri che erano già le nove passate, ben oltre l’orario consueto, e guardando dentro ho visto un signore seduto alla scrivania. È stato così bello da farmi dimenticare il malessere per il ritardo, che pure era profondo. Da allora i miei film hanno avuto un protagonista, un uomo un po’ grasso con un maglione chiaro, forse giallino. Quando i tigli hanno incominciato ad annunciare l’estate, qualche tempo fa, e il loro profumo mi illanguidiva come una carezza inaspettata, dietro alla vetrata è comparso un alto cesto intrecciato, un tronco di piramide rovesciato di tutti i colori. Probabilmente per raccogliervi dei libri. O della carta da buttare. Però è strano, perché la scrivania è abbastanza lontana. Sembra quasi messo lì “per bellezza”, per dare colore e variare le linee solo ortogonali di quella stanza e di tutto l’edificio. Ho pensato che non fosse una coincidenza. Che le note insistenti dei tigli avessero travalicato l’olfatto e spinto l’uomo a cercare un canestro di colori per custodire qualcosa. Forse a quell’uomo è successo qualcosa. Nei giorni successivi mi sono concentrata per trovare altri indizi, ma non se ne sono mostrati. Poi, pian piano, come il profumo che entra nelle narici e si insinua in tutte le cellule, e alla fine ti sembra di sentirlo con ogni centimetro di pelle, come una musica struggente, pian piano, dicevo, un pensiero si è infilato nei miei pensieri, e me ne è venuta una sorta di malinconia. Ho pensato che forse l’uomo dei miei film non sta più in quell’ufficio, e che il cesto improvvisamente comparso è segno che qualcun altro, più probabilmente qualcun’ altra, siede a quella scrivania e maneggia quei volumi. Quando ci ho pensato, un po’ alla volta, ho avvertito nel profumo dei tigli una nota troppo dolce, quasi di decomposizione. Nei giorni successivi, passando lì davanti il mio sguardo veniva catturato sempre solo da quel cesto, e nel breve tempo che ho a disposizione per guardare dentro la vetrata non sono più riuscita a cogliere i piccoli mutamenti che davano forma e sostanza alle storie che inventavo.

m-una-metronovela-190x300In un libro che ho appena finito, M una metronovela, Stefano Bartezzaghi cita una frase di Italo Calvino: “La fantasia è un posto dove ci piove dentro” e poi la spiega, seguendo Calvino che segue Dante. La spiegazione è complessa, l’immaginazione, i sensi, le trombe terrene e la luce celeste, il dentro e il fuori di sè, la realtà e la verità, e gli errori e i falsi errori. Ma prima di spiegarla Bartezzaghi, che il senso del gioco ce l’ha nel profondo dell’animo, sfida il lettore e dice che senza conoscere le citazioni che poi citerà la frase di Calvino è “totalmente” oscura, e aggiunge “e quando verrà la pioggia dentro alla fantasia, il cadavere squisito berrà vino novello.” Ho chiuso il libro a quel punto, e ho raccolto la sfida di darmi una spiegazione prima di leggere le citazioni e le spiegazioni delle citazioni. All’inizio ho pensato che la fantasia è un buco in qualcosa di solido. Un buco nel tetto, un pozzo, una galleria, un buco nel formaggio. Un buco che può riempirsi poco o tanto, se ci piove dentro, e addirittura debordare se la pioggia è un nubifragio come quelli di questi giorni (non è il buco che deborda, naturalmente, ma l’acqua piovana che lo riempie. O forse no. Forse è proprio il buco a debordare dalla sua bucaggine, perché se si riempie d’acqua o di vino squisito o di cadaveri novelli non è più un vuoto, ma un pieno, posto di bruchi e di bachi che scavano buchi) Oppure, se non piove mai, può rimanere solo un buco sempre uguale a se stesso. A quel punto, con il buco in testa, ho riaperto il libro. Alla fine della sua spiegazione Bartezzaghi conclude dicendo che “la fantasia è una scatola, o un vaso”. Ho spento la luce abbastanza soddisfatta, quella sera, perché in fondo, senza ricordarmi niente di Dante nè aver mai letto le Lezioni Americane
(Cielo!
Che buco!
Il bruco dell’ignoranza mi buca. – O mi baca? –
Berrò una sambuca. Buca buca buca)
in fondo, dicevo, ho trovato il mio vaso. (o vasino, che è pur sempre un vaso)
Qualche giorno dopo, passando nel viale dei tigli, davanti alla vetrata sui libri, ho ripensato a Bartezzaghi (ci penso continuamente, perché il suo libro è una scatola magica, uno di quei libri da riprendere ogni tanto: una fermata oggi, una piazza domani, sopra, sotto, dentro e fuori, la pioggia che piove in un posto e deborda dalle scarpe oltre che dai mezzanini della metro. Un libro che sembra scritto – anche – per Musette, con la sua passione dei treni e delle stazioni. Una storia d’amore, insomma) Ho guardato e ho visto un cubo con un buco (Il vetro c’è ma non si vede. È solo perché lo sappiamo, che lo vediamo) Nel buco ho visto un cesto colorato, di forma geometrica, la base inferiore, quadrata, più piccola di quella superiore, un tronco di piramide come le ho già detto, ma rovesciato, il buco più grande della base che lo sorregge. Il canestro è scoperchiato – lo sapevo già, ma fino a quel momento non mi era sembrato importante. Ne avevo notato la forma, l’ altezza e i colori. Quel giorno, invece, ho visto il buco. Perché non c’è vaso che non abbia un buco. Un buco nel buco del cubo. E libri dappertutto, che offrendosi alla vista fuoriescono dal cubo in cui sarebbero chiusi e piovono nel mio sguardo. Così, Caro The-Reader, ho ringraziato Bartezzaghi e Calvino e l’architetto ossessionato dal quadrato del cubo. La fantasia è un posto dove ci piove dentro, ma è anche un posto dove piove fuori. Il profumo dei tigli era già meno intenso. La fioritura stava sfiorendo e un temporale della sera prima aveva sciacquato il profumo dalla sua punta dolente. Erano le sette e mezza del mattino e tutto era chiaro e brillante. Ho pensato che se il libro di Bartezzaghi l’avessi letto in inverno, quando il mio viaggio si compie tutto al buio, sarei passata lì davanti e non avrei visto proprio niente. Come Lei sa, io amo l’estate, la luce, il caldo. Adesso ne ho un motivo in più. Il buco dei libri, come un ghiro, d’inverno va in letargo. Ora, invece, sta lì, visibile, e piove.
Dell’ultimo viaggio non le racconto nulla, un po’ perché ho già sbrodolato abbastanza, un po’ perché ho letto tutto il tempo, senza mai alzare la testa. Solo una volta mi sono alzata per prendere un golf per far fronte alla temperatura polare del treno. Era un tratto di gallerie. Come essere in metropolitana. O nel libro che stavo leggendo. Next stop Milano Centrale.

Chissà se a Lei piace l’estate. Chissà se Lei viaggia in metropolitana, o in auto, o in una carrozza a cavalli. Chissà se lei si ferma a guardare dentro le finestre altrui, o nei vagoni del treno o nei buchi del formaggio. Lei mi dà molto da pensare. Anche Lei, mi sa, è un posto dove ci piove dentro. Se non altro perché tenacemente continua a passare di qui, nonostante i miei buchi.

Sua

Musette

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Di qualcosa di nuovo, anzi d’antico. E di una finestra affacciata su un orto. E di scuse tra le righe.

Dear The Reader,
so che Lei è passato di qui molte volte, anche recentemente, e mi vergogno un po’ del silenzio che ha trovato. Sono mesi che voglio scriverle, e sono mesi che rimando. Non mi nasconderò dietro bugie abusate, non ho tempo, ho molto da fare, non ho tempo, cose improvvise e senza scampo, non ho tempo, si è rotto il computer, non ho tempo, il rubinetto le infiltrazioni la lavastoviglie la caldaia, non ho tempo, la tragedia dietro l’angolo, non ho tempo, sono partita sono tornata, non ho tempo, ho scritto in brutta non ho copiato, il lavoro, aiuto il lavoro, la famiglia, la grande famiglia, AIUTO, LA GRANDE FAMIGLIA. No. sarebbero solo bugie. Non petite e per questo ancora più irritanti, perché sbrodolato a proprio uso e consumo. No. Se uno vuole scrivere, scrive, come ci insegnano Dickens, Stevenson, Mark Twain, Simenon e molti altri prolifici scrittori, o musicisti. Sguardo sul foglio, a lume di candela, scrivere intingere scrivere asciugare, ore e ore, senza scuse. Qualsiasi cosa succeda, la vita la morte le tasse Pasqua Ferragosto Natale. La verità è che sono diventata pigra, o meglio più pigra. Penso spessissimo di scriverle, leggo, ascolto, osservo, annuso, tocco, e penso che sarebbe bello raccontarlo a lei. E lo racconto, lì, in quel momento, e le parlo, le leggo o le mostro, ma poi basta, ai pensieri non segue nessuna azione, e più penso che voglio scriverle, più mi risulta difficile prendere una penna in mano. Mi ero quasi rassegnata a decidere di decidere di non scriverle più, di lasciare due righe in modo che lei smettesse di passare, perché la so quella sensazione di delusione del desiderio che sembra un po’ come mangiare qualcosa di appena un po’ guasto, appena un po’, non del tutto, non un boccone che si sputa, ma si mangia lo stesso, anche se non è buono, eppure lo si era comprato conservato cucinato, e si mette in bocca e si aspetta quel sapore, ma c’è un retrogusto, un fondo ineliminabile, e si aggiunge il pane per coprirlo, ma rimane lì, e non se ne va. Lo so com’è, e oggi, oggi che è una giornata di luce inaudita e vento freddo di tramontana, e Roma è due, sporca – sporchissima – a terra di foglie e di carta straccia, ma cristallina e azzurra se si guarda il cielo, lucente e sporca, sporca e lucente, e rumorosa di vento come una città di mare, oggi non so perché – o forse lo so, le antenne ondeggiavano nel cielo, dando alle case l’aspetto di navi in beccheggio, una specie di Fitzcarraldo metropolitano, con sfondo di cielo e rumore di vento – oggi, dicevo, ho pensato che non volevo essere per Lei quel retrogusto. E così eccomi qua, con molti treni in questi mesi, alle spalle una primavera radiosa, un’estate che non c’è stata, nemmeno un cinema all’aperto, settembre e ottobre di caldo tardivo e sandali aperti, e poi pioggia, pioggia, pioggia, le foglie cadute ancora verdi, e i giorni prima di Natale inconsuetamente caldi, come di aprile avanzato, e ora vento di tramontana e gelo vero, e luce di un’altro pianeta.
Il giorno di Natale in treno. A Firenze un cielo spesso e scurissimo di nuvole a strati, e una luce insidiosa da temporale che cercava un passaggio fino ai finestrini del treno, quasi viola, quasi oscena nel modo di tagliare gli oggetti e di denudarli all’improvviso, davanti a tutti. Ho pensato a una foto che ho visto alla mostra di Cartier Bresson, qualche tempo fa. Una foto scattata a Siviglia, nel ’33. Un vicolo, angoli netti e spigoli, ombre come affilate come coltelli. Sulla destra, appena visibile, una figura, forse un ragazzino, completamente in ombra, se non per una macchia di luce sul capo e su una piccola parte della maglietta bianca. Sta appoggiato al muro, una forma scura senza volto, il capo leggermente in avanti. Forse aspetta. Forse osserva. Non c’è nulla da osservare, se non il vicolo vuoto, la luce e le ombre geometriche come quelle che vedo ora dalla mia finestra, ma tutto si riempie del suo sguardo, che non vediamo ma sentiamo, che spinge il nostro di sguardo, e lo fa rimbalzare sulle superfici assolate e, insieme, immergere nelle ombre. Mi sono sentita così, in quel treno semivuoto, un grumo di occhi e di pensieri che guarda fuori, il mondo che si palesa mio malgrado in un raggio saturo che disegna i tetti, le pensiline i marciapiedi, gli orologi, i pali e i binari a sbalzo su un fondo di nuvole stratificate, nere. Ciascun particolare intero, tutti i particolari un intero. Due giorni prima, stesso tragitto in senso inverso, la prima nebbia della stagione, ombre rarefatte, alberi come sirene, nessuna linea precisa, solo curve sfumate e colori vaghi, uniformi. Una confusione dei sensi e dell’anima. E poi, inatteso, un disvelamento. In questi mesi, mio carissimo The Reader, ho fatto molti viaggi. Ma questi ultimi due condensano tutti i movimenti, e raccontano sinteticamente, come la foto di Cartier Bresson, un cambio di sguardo, una luce satura improvvisa, un palesarsi di qualcosa su uno sfondo gonfio e scuro, qualcosa di nitido, cristallino, qualcosa di ineludibile che d’ora innanzi sarà nel mio sguardo. Mesi ci ho messo per arrivarci. Ho aspettato. Aspettato, aspettato. Ma ora è così chiaro. Nel mio sguardo e, sono certa, nello sguardo di chi mi guarda. È qualcosa di nuovo, anzi d’antico. È come un alba e insieme un tramonto. È bello, e stupefacente.
Dear The Reader, è dicembre, l’anno finisce. È tempo di auguri. Davanti alla mia finestra uno dei palazzi che era al sole, è ora in ombra, tranne il cornicione, le antenne sul tetto e l’angolo di sinistra. Guardo l’ombra avanzare sull’ultimo lembo di muro, verso l’ultima finestra assolata, in alto, appena sotto il tetto. Le mando l’immagine di questa finestra. Buon anno. Che ci sia una finestra illuminata, anche se sotto la città è sporca e corrotta. “La” finestra su cui posare lo sguardo, o la mente quando non si possa essere nella posizione per vederla. Una finestra assolata anche in dicembre, nei giorni più corti dell’anno.

Buon anno.

Sua
Musette

ps. davanti al palazzo della finestra, che è posto perpendicolarmente rispetto a dove io mi trovo, al di là di una strada stretta, c’è un giardino, e nella parte terminale di questo giardino, verso la strada davanti alla mia finestra, un orto. Un magnifico, curatissimo orto in città, protetto verso la strada da un muro di mattoni che lo nasconde completamente a chi passa. C’è un uomo che se ne occupa. L’ho visto molte volte. Perfino oggi, che è così inconsuetamente freddo per Roma. Indossa un maglione blu pesante e ha capelli bianchi. Sento le sue cesoie da qui, con la finestra chiusa. Lo vedo piegarsi su un cespuglio e tagliarne un ramo, che forse il vento ha spezzato. Non c’è un pezzo di carta o di plastica in quell’orto. Eppure lì davanti, sulla strada, è tutto sporco, foglie, giornali, sacchetti. Mi piace guardare quell’uomo che cura il suo giardino. Mi piace la sua dedizione, la sua costanza, la sua pazienza, tutti i giorni, anche se fa così freddo. Lo guardo e mi viene un po’ di malinconia. Sì, tutti i giorni, anche se fa così freddo.

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Di un Baco tessitore e di un sarto silenzioso, e del tempo in un filo di seta. E di calore sulla schiena, al sole.

Dear the-Reader,

per molto tempo Lei non è passato su queste mie pagine, e ho pensato che – anche – lei si fosse stancato di questi miei pensieri. Così non le ho scritto, anche se ho preso treni, perché mi intristiva gettare parole nell’etere senza il lettore a cui sono destinate. Poi, un po’ di tempo fa, ho rivisto la cartina degli Stati Uniti arrossire, e sono arrossita a mia volta di piacere e di vergogna per essere stata così sciocca. Io non scrivo mai e lei ha diradato i suoi passaggi, è ovvio, perché non ha senso aspettarsi lettere da buste vuote. Così La ringrazio di essere tornato, di avermi regalato questa gioia e soprattutto di aver fatto in modo che io mi accorgessi di quanto sono avventata, sometimes.
Ieri l’altro ho preso il treno, alberi e arbusti fioriti di bianco dappertutto, qualche chioma rosata, giallo di forsizie e colore secco di mimose già passate. Campi verdi, in alcuni tratti, terrosi in altri, ma di un marrone vigoroso, da terra appena dissodata, pronta ad accogliere la stagione nuova.
L’ultima volta, qualche settimana fa, tutto era fangoso, come nel film Lezioni di piano, gli alberi sull’argine dell’Arno sommersi per una parte del tronco, il fiume scuro sotto un cielo scurissimo, nuvoloni pesanti appena addolciti da un sole obliquo che per un momento colpiva il finestrino del vagone su cui viaggiavo. Che strano inverno, quest’anno, così piovoso, quasi “caldo”, un inverno autunnale, senza neve, grigio e pioggia, cielo uniforme, ogni tanto un sole improvviso e il giorno dopo pioggia, pioggia, pioggia. I campi erano disperatamente allagati, e gli alberi spogli sembravano tronchi di palafitte. Ogni tanto un albero isolato, a volte un cipresso verde, a volte un albero ad ombrello senza foglie che non riconoscevo, spuntavano e si specchiavano nell’acqua come gru o un qualche animale primitivo che sembrava lì ad aspettare qualcosa, o a lasciare che il tempo gli scivolasse addosso come pioggia su un telo di plastica. L’altro giorno, invece, una luce di risveglio un po’ sonnacchiosa, morbida, che perfino riflettendosi su teli di plastica di una qualche coltivazione – forse erano viti, non ho visto bene,il treno andava molto veloce – giocava e rimbalzava come su squame di pesce, in un gioco di specchi e di rimandi che sembrava dire basta, l’inverno è finito, e l’eco rispondeva ito ito ito. Luce che si insinuava, si frammentava e si ricomponeva come la musica di Bach nel flauto del Baco Sebastiano. Lo conosce? È un piccolo baco da seta che mangia musica di Bach – Johan Sebastian – e la tesse e ritesse in un gioco per flauto e chitarra, lieve, che procura un piacere sottile, e come la luce di ieri che mi ha fatto esclamare ecco, è primavera, e l’eco ha risposto vera vera vera. La foglia di gelso divorata che diventa bozzolo, il bozzolo che viene bollito, e lavorato e diventa filo, e il filo ritorto, accoppiato, finalmente tessuto. Un baco gentile, allegro, a tratti anche un po’ malinconico, che visita Bach e ne trae linfa: non baca, no, proprio per niente, visita rivisita e bacheggia, non parcheggia, no, non si ferma, si muove, come il mio treno di ieri, in una luce di primavera che biancheggia di fiori i declivi delle colline o gli alberi da frutto della pianura. Sono allegra, come vede, e mi prendo il lusso di giocare con le parole, a costo di sembrare svitata come una vite da dado e non da frutta. Sì. Sarà che oggi a Roma ho mangiato all’aperto, un solicello che mi scaldava la schiena, un prunus fiorito davanti agli occhi, un vento leggero che faceva ondeggiare lenzuola gialle stese dal balcone di una casa gialla, così che in uno strano effetto ottico sembrava che la casa si muovesse, lievemente, come una vela nel cielo, e un calore che mi è sembrato nuovo, come un vestito di seta che ti avvolge languidamente. Ho letto un libro di Simenon, qualche tempo fa, Tre camere a Manhattan: non mi è piaciuto, e non avevo intenzione di parlarne qui, perché è un libro tetro, pieno di pioggia, di buio e di luci al neon crude e volgari, e i due, un uomo e una donna, mi sembrano ologrammi di esseri umani. Ma c’è una cosa, in quel libro, che mi ha colpito: i protagonisti guardano sempre dalla finestra un vecchio sarto ebreo che, un punto dopo l’altro, ago e filo e pazienza, cuce, scuce, aggiusta, rammenda, un giorno dopo l’altro, la sera fino a tardi e la mattina da molto presto. Ho amato da subito quel sarto, la sua dedizione e la sua pazienza, ma non ho capito subito perché. Oggi, seduta al sole di Roma, mentre guardavo affascinata minuscoli arcobaleni nelle bollicine d’acqua frizzante nel mio bicchiere, ho pensato che un anno fa l’inverno era ancora profondo, la primavera lontanissima, non c’era nessun calore che mi avvolgesse nè luce per vedere alcun arcobaleno. Ho pensato al sarto ebreo di Simenon e al suo lavoro silenzioso, su un tavolo accanto a una finestra per raccogliere ogni filo di luce anche nelle giornate più cupe e trasformarlo in punti di filo come di sutura, ricomporre gli strappi e ricucire, vestiti di seta e tessuti grezzi da lavoro, anime e cuori e pensieri come orli sdruciti che hanno bisogno di qualcuno che dedichi loro tempo e pazienza. Sì, ho amato subito quel sarto, e oggi, mentre me ne stavo a guardare un bicchiere d’acqua che mi sembrava meraviglioso come i cristalli dei lampadari che da bambina mi lasciavano stupefatta, ho sentito nel calore sulla schiena che quel sarto lavora come il tempo, e dà o ridà forma alle cose che forma non hanno o hanno perduto. Una sensazione fisica, chiara, e solo dopo la formulazione di un pensiero.
Sì, sono allegra. La primavera è precoce, ascolto il baco Sebastiano e penso a fili di seta che servono per cucire abiti morbidi come il sole di oggi, ma con calma, a piccoli, piccolissimi punti fatti con cura, a mano, perché la seta è preziosa, e delicata, e le cuciture si aggrovigliano se non sono pazienti.
Caro the-Reader, lei non sa che gioia sia stata, il suo passaggio dopo tanto tempo. Come questa primavera, come il calore sulla schiena, come un vestito di seta cucito a mano.

Mnm

ps. Volevo mettere il link al Baco Sebastiano, ma non sono al mio computer e con questo aggeggio che uso non sono capace, come non riesco a cambiare il carattere e a mettere i corsivi. (solo nella prima riga e nella firma sono riuscita. Mah…) Comunque è facile, si trova facilmente, basta digitarne il nome e subito lui compare in uno zefiro di primavera.

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Di castagne e di sassolini, e di una falce di luna in un cielo di cristallo. Che sciocchi. Che titani.

Dear the-Reader,

nell’ultima settimana giornate molto luminose sugli alberi ancora autunnali, cielo terso e una falce di luna crescente talmente chiara da lasciar intravedere la parte in ombra, un contorno netto che dice che le cose non sono solo quelle che vediamo. Uno spicchio luminoso che ci fa intuire la parte oscura di sè, che sta lì, come uno specchio coperto da drappi scuri, e basta un gesto, un semplice gesto della mano perché torni a restituirci i contorni e i colori della nostra immagine.
Sabato scorso, dopo giorni molto freddi, ha nevicato, una spruzzata appena, ed era strano, la neve sugli alberi rossi, gialli, alcuni ancora verdi, nemmeno gli ippocastani si mostravano in quella nudità che d’inverno li fa sembrare così indifesi. Poi, dopo la neve, sole e aria limpida, colori intensi, una settimana di luce piena, nelle ore centrali del giorno un tepore quasi dolce, come un momento di pace, di ristoro. Oggi, invece, il cielo è tornato grigio, spesso, uniforme, e mi fa pensare all’andamento di una malattia, in cui spesso, prima della crisi più acuta, c’è una specie di apparente recupero, un’illusione del corpo e dell’anima , uno spicchio di luna un po’ opaco, la parte in ombra che non si vede ma è lì, anche se facciamo finta di dimenticarla.
Ho letto molto, in questo periodo, e ho preso anche un treno, qualche settimana fa. Il viaggio di andata al tramonto, pieno di attesa, e quello di ritorno preso al volo, senza biglietto, seduta a terra,  sui gradini in prossimità della porta di una carrozza stracolma, treno strapieno per un ponte che cominciava, la gente che partiva e io che tornavo, una giovane donna capo-treno o non so cosa che prima mi ha fatto il biglietto, gentilmente, nonostante io fossi “irregolare” e poi, ripassando, ha piegato le gambe, si è abbassata alla mia altezza, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto” Signora, va tutto bene? Posso fare qualcosa per lei?” Un moto di commozione, un calore. Le ho risposto che aveva già fatto molto, che la ringraziavo profondamente. Del suo sguardo, nonostante stesse lavorando, il treno pieno, rumori, voci. Un essere umano che non dimentica la propria umanità. Un gesto gratuito, non richiesto, inaspettato. Quel suo abbassarsi, e parlarmi accucciata sul pavimento, guardandomi in viso. Dal gradino su cui ero seduta non vedevo fuori, solo lo sportello davanti a me, e in alto, a tratti, uno spicchio di cielo. Di solito, in treno, mi piace guardare fuori, i luoghi e il tempo che scorrono, la varietà del paesaggio, la luce. Quel giorno, invece, mi sono sentita un punto nello spazio, dove qualcuno ha diretto il proprio sguardo. In un libro fulminante di Yasmina Reza, Felici i felici, uno dei personaggi, il Dottor Chemla, giovane oncologo molto affermato, che non conosce l’amore, che dell’amore vorrebbe provare “una certa forma di tristezza“, cerca di convincere i suoi pazienti del fatto che il presente sia l’unica realtà. “A volte, quando ero bambino, regalavo a mia madre un sassolino o una castagna trovati per terra. Le cantavo anche delle canzoncine. Offerte insieme inutili e immortali.” Così è stato il gesto di quella ragazza sul treno, non necessario e perciò indimenticabile. Sul comodino il Dottor Chemla tiene un piccolo libro di Rilke, Le elegie duinesi, dono di un paziente, che nel darglielo gli ha letto i versi iniziali “Ma chi, se gridassi, m’udrebbe dalle schiere / degli Angeli?” Non lo legge, il dottor Chemla, ma lo tiene lì, e la voce provata di Jean Ehrenfried che gli legge quei versi gli torna alla mente insieme al proprio inesprimibile desiderio di essere “consolato“. Quello che vogliamo veramente non si può dire, dice il dottor Chemla. Solo, a volte, accade, ed è già tanto se ci accorgiamo che sia accaduto. Nell’ultima pagina del libro, folgorante, è proprio Jean Ehrenfried, nella commemorazione funebre di un amico – dell’Amico di tutta la vita – che con il racconto di un fatto di molti anni prima, ci dice quello che tutti gli altri personaggi ci fanno intuire: la felicità è lì, a portata di mano, ma a volte ne siamo così spaventati da lasciarla andare. Siamo dei titani, dice ironicamente Jean Ehrenfried riportando le parole dell’amico morto. Il libro finisce con una battuta che ci fa sorridere amaramente e che ironicamente ci fa pensare. Siamo così, come due ragazzi spaventati e maldestri davanti a ciò che abbiamo così tanto desiderato. E come loro non siamo capaci di tenercelo. Perché? Non c’è un perché, dice il dottor Chemla “La complessità umana non si riduce ad alcun principio di causalità”. Già. Eppure ci affanniamo a voler capire il perché e il percome. Che sciocchi. Sarebbe così semplice. Le cose sono lì, come una castagna o un sassolino a terra, basterebbe allungare una mano e raccoglierle e stringerle, come il braccio di una persona amata. Sì, ha ragione Yasmina Reza: ci vuole un’attitudine per la felicità, per vederla, per coglierla, per coltivarla. Invece la maggior parte di noi si arrabatta, elucubra, si immagina e poi si spaventa. E fugge. Che sciocchi. Che titani.

Mnm  

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Di cieli grigi con riflessi di brace e di miracoli inaspettati. Aspettare bisogna, aspettare.

Dear the-Reader,

siamo quasi alla fine di ottobre e domenica si torna all’ora solare. Settembre è stato generoso, qui, luce, azzurro, temperature quasi estive, niente calze nè ombrelli per tutto il mese. Poi, il primo ottobre, cambio di stagione improvviso, finale d’estate sospeso, ingresso d’autunno su marcia trionfale. Pioggia, giorni grigi, grigi, grigi. Anche oggi è così, con un cielo gonfio quasi temporalesco, ma almeno la temperatura si è alzata. Mercoledì mattina, per la prima volta, non solo era ancora buio quando sono uscita di casa, ma era buio profondo anche quando sono uscita dalla metropolitana, ed erano ormai già le sette e mezza. Poi ho preso la mia macchinina – il mio tragitto prevede passi, metropolitana1, metropolitana2, passi, macchinina, passi – e mi sono avviata nella tundra padana, dove è rimasto buio fino alle otto o giù di lì. Ho pensato che sì, è tempo di tornare all’ora solare, anche se questo significa l’epifania della fine dell’estate. Eppure settimana scorsa ero volata in una Sicilia calda e luminosa, disegnata da una luce chiara, brillante di giorno per un sole limpido e di notte per una luna piena che saliva dal mare con uno strascico degno di una sposa in una fiaba incantata. Ho preso il sole e la luna, ho fatto il bagno, ho mangiato all’aperto, sono stata in silenzio su una terrazza alta sul mare, davanti a  me la campagna digradante, ulivi carichi che in quei giorni venivano alleggeriti dei loro frutti preziosi, e poi il mare, un golfo ampio e accogliente, punta Raisi in fondo, le luci rosse notturne per ricordarmi il ritorno. Tre giorni di meraviglia, di consistenza, di roccia e d’acqua, di luce, di silenzio e di parole, di parole e di silenzio, come in un contrappunto. Come una rinascita per prepararsi all’inverno. Sono tornata felice, pronta al cambio dell’ora e a quello che verrà. Poi, ieri sera, leggendo le ultime righe di Giobbe, di Joseph Roth, mi sono imbattuta in questa frase “Aspettare bisogna, Mendel Singer, aspettare!” e ho capito che quei tre giorni in Sicilia mi hanno dato molto di più di un po’ di sole e mare fuori stagione. Ho pensato che quei giorni mi hanno restituito un vago senso di miracolo. Non ci credo ai miracoli, perché lo so che non esistono, ma è come se la pace che ho sentito su quella terrazza e la sensazione di gioia dell’acqua fresca sulla pelle ad ottobre avanzato mi avessero mostrato una brace ancora accesa sotto la cenere, laddove si credeva che tutto fosse bruciato, e spento. Avviene il miracolo nel libro di Joseph Roth, in una forma quasi di fiaba, e Menuchim Singer, il figlio “minorato” storpio, muto, abbandonato, trasforma la propria sofferenza in musica e parola, e diviene Alexej Kossak, musicista, compositore che scrive “La canzone di Menuchim”, che commuove tutti coloro che la ascoltano. Avviene il miracolo quando Mendel Singer non ci crede più, e forse non ci ha mai creduto, e ha voltato le spalle a Dio e alla propria vita di uomo devoto. Davanti a una tazza di tè, sciogliendo lo zucchero col cucchiaino, in una giornata di festa, in una casa sconosciuta dove Mendel è pietosamente ospitato dopo le terribili tragedie della sua vita, Menuchim si rivela al padre e rivela il miracolo che è in sè, e solo allora, attraverso le parole dette davanti a tutti, il miracolo è veramente compiuto. Ride Mendel, e poi piange, e poi si calma. E si affida. Si affida al figlio ritrovato che il dolore ha fatto saggio. “Vuoi sapere dove andiamo, babbo?” chiese il figlio “Non voglio sapere nulla! Dove vai, va bene”. Mendel si affida, e anche questo è un miracolo. Sì. Ho pensato ieri sera alla fine del libro che quelli in Sicilia sono stati giorni miracolosi. Che era tanto che mi sentivo solo come Alihodza, ne “Il ponte sulla Drina”, magnifico romanzo di Ivo Andric che ha come cuore un ponte, dalla sua costruzione, come atto devoto di un uomo illuminato per unire l’oriente e l’occidente, alla sua distruzione, dopo secoli e secoli, tra due mondi in guerra. Anche Alihodza è un uomo devoto, come Mendel Singer, seppure a un Dio diverso. Ma a differenza di Mendel, non è Dio che Alihodza teme, ma gli uomini e le loro azioni. Da quando il settimo pilastro del ponte viene scavato e minato dagli austriaci, e per tutti gli anni seguenti, mentre il resto della città dimenticherà il cunicolo pieno di esplosivo nascosto nel cuore della costruzione e non farà più caso alla botola di ferro sul selciato del ponte, Alihodza ci penserà ogni giorno della sua esistenza, guardando dal suo negozio le arcate del ponte, e noi con lui. Lo sappiamo dall’inizio che finirà così, lo sappiamo forse ancora prima di leggere che il ponte viene minato, eppure fino all’ultimo qualcosa dentro di noi ci fa sperare che possa finire diversamente, e che quel ponte possa continuare ad essere luogo di incontro, di passaggio, di storie tristi e felici, di vita. In fondo speriamo in un miracolo. Ma Alihodza no. Alihodza lo sa in ogni fibra e in ogni pensiero che non sarà così. Il pilastro minato del ponte salterà, una voragine, un buco, i due monconi del ponte sospesi sul fiume a gridare l’orrore delle azioni umane. Una pioggia di pietre e di detriti sul negozio di Alihodza, lui che viene colpito, che cerca di salire la collina verso la sua casa, il respiro come un rantolo, ”davanti agli occhi la scena del ponte demolito che sembra precederlo. Non è possibile volgere le spalle a una cosa perché essa cessi di perseguitarci e di tormentarci.”  Non c’è miracolo possibile, nemmeno agli occhi di un uomo devoto che riesce a non rinnegare Dio nemmeno morendo di morte violenta. Non c’è miracolo possibile, perché siamo esseri umani e con gli esseri umani abbiamo a che fare. Così ho pensato per molto tempo, come Alihodza, ma nello sfavillio siciliano ho cambiato un po’ idea, almeno un po’. Ho sentito la brace, sotto la cenere, e me ne sono accorta adesso, dopo qualche giorno che sono tornata, leggendo la fiaba di Menuchim. Fuori è grigio senza scampo, ma sul mio balcone c’è ancora qualche fiore, qualche campanella viola, qualche plumbago, le vinche bianche e un fiore di verbena. Sabato al mercato comprerò qualche ciclamino, di quelli piccoli, e li metterò al posto delle petunie che ormai si sono seccate. Dear the-Reader, è tanto che non le scrivo, e avrei molte cose da raccontarle, come della stazione di Bologna che non è più la stessa, da quando per andare a Roma si passa sotto terra, e dà la sensazione di un braccio rotto, o della nuova piazza di Milano, liquida e grigia, o di altri libri, di altri pensieri. Ma qualcuno mi ha un po’ sgridato, e mi ha detto che scrivo cose troppo lunghe, troppo scritte, troppo tutto. Lo so da me, ma è che un po’ mi scoccia sentirmelo dire, e allora cerco di contenermi, e smetto qui, anche se lo so che sono già – parecchio – fuori misura. Mi chiedo sempre che tempo ci sia da lei. Che colori nel suo orizzonte. I miei sembrano solo grigi, a prima vista, ma non è così. C’è un po’ di brace intensa, sotto il grigio. È bello, bellissimo.

Le mando un abbraccio color di brace, così, per giocare un po’ con le parole. Se c’è il sole, da lei, mi pensi quando lo sentirà sulla pelle. Se invece fa freddo o piove, pensi alle parole dell’amata Szymborska, che di miracoli se ne intende. l’inimmaginabile è immaginabile” dice, e ha ragione, è proprio questo, il miracolo.

Mnm

Ho aspettato a imbucare, come sempre. Adesso è il giorno dopo, c’è un cielo azzurrissimo, e sole. Andrò al mercato a scegliere ciclamini pieni di colore, che dicano del miracolo che è in loro e nel cielo azzurro di oggi, inaspettato.

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Di un film senza parole che dice molte cose, in forma di concerto, sotto il sole di Hiroshima, in una notte d’estate. Just like the movies.

Dear the-Reader,

qui piove, agosto va a finire e l’aria un po’ stralunata e metafisica di queste settimane volge inesorabilmente a un cambiamento. Le strade si stanno riempiendo, e il silenzio dei giorni passati si trasforma un po’ alla volta nel consueto rumore di fondo, e tra poco le strade d’estate in cui si poteva quasi sentire il battito del proprio cuore e di quello della città che non sembrava più invisibile, saranno solo un ricordo di una stagione che è finita. Ma prima di voltare la pagina del calendario su settembre, tempo di nuovi inizi e di buoni propositi, il vero capo dell’anno, per quanto mi riguarda, voglio ancora mandarle una cartolina estiva, prima che l’eco di questo tempo mi sfugga tra le pieghe della vita quotidiana che ricomincia col suo ritmo serrato.
Questa è stata un’estate di cinema all’aperto e di concerti, di suoni e visioni mescolati a pensieri più o meno vaghi, a molte letture e a molti moti dell’animo difficili da decifrare. Il 22 agosto, all’auditorium di Milano, un momento di un’intensità delicata e spiazzante al tempo stesso, poca gente, purtroppo, ma una densità di pensiero e di bellezza, di intelligenza e di generosità che avrebbero meritato il teatro stracolmo e una lunga lista d’attesa per entrare. La musica di Liszt e la musica di Paolo Marzocchi, per pianoforte solo e suoni elettronici, colonna sonora di un incredibile film di cui non sapevo nulla e che quella sera mi ha stupefatto, per la qualità dell’idea, per il montaggio, per il risultato, che è tale anche, in corrispondenza di amorosi sensi,  per la musica di cui voglio parlarle. Un regista polacco, Michal Kosakovski, ha fatto un film  sull’11 settembre che si intitola “Just like the movies”, un corto di una ventina di minuti. Il film è fatto montando spezzoni di altri film tutti girati prima dell’11 settembre, senza nemmeno un fotogramma ripreso quel giorno o successivamente. Non c’è una parola, solo un collage di immagini pregresse e la musica scritta ad hoc, una sorta di film muto come muto è lo sgomento e non c’è parola che lo possa dire. La musica, invece, non solo dice, ma descrive, commenta, esprime, suggerisce, anticipa, racconta, rafforza e in alcuni momenti sembra contrastare, ma solo apparentemente, le immagini, e invece dice oltre quello che si vede. Dice il tempo sospeso, il tempo dilatato, il tempo contratto, centrifugato, il tempo della paura, dello sbigottimento, del dolore, della frenesia, dell’immobilità, il tempo della memoria, della tragedia, della vita, della morte, il tempo della luna e del sole, del giorno e della notte più profonda, del passato e del futuro, di ciascuno e di tutti. Una musica che dice il tempo che non sarà più uguale a se stesso. Dice il tempo riassunto in una data, perché non c’è altro modo di dirlo, giorno e mese ficcati nella memoria di ciascuno di noi, per sempre, senza nemmeno l’anno, come se 11 settembre sia, da allora, solo quell’undici settembre. Nella sala silenziosa, il film proiettato e la musica eseguita dal vivo, il pianista senza partitura che guarda le immagini prima di ogni attacco, le immagini e la musica come allo specchio, anzi in un gioco di specchi, di rimandi di anticipazioni di inseguimenti, non un tappeto sonoro per il video, ma due voci, due linguaggi che si mescolano per restituire, potente, struggente, un giorno diverso da qualsiasi altro. All’uscita dall’auditorium ho pensato a molti libri, libri che raccontano con gli occhi di qualcuno un evento della Grande Storia, che molti hanno vissuto ma pochi sanno raccontare, libri in cui un bombardamento, una rivoluzione, lo scoppio di una guerra, la proclamazione di una pace o qualsiasi altro fatto “storico” si trasformano dentro di noi in qualcosa di reale, anche se non l’abbiamo vissuto, perché qualcuno che c’era – o che non c’era, a volte non importa, perché quello che conta è la capacità di narrare – ce lo racconta. Mi è venuto in mente tra gli altri un libro che ho letto da ragazzina, forse addirittura alla scuola elementare, che è uno dei libri che hanno segnato il mio destino di lettrice. Si intitola “Il gran sole di Hiroshima”, l’autore non me lo ricordo, poi lo cercherò per inserirlo nell’elenco dei libri, ma mi ricordo molto bene la copertina, di cartone rigido lucido, rosso lacca, un gran sole molto luminoso, troppo, con un cuore quasi bianco, un sole con qualcosa di irreale, i raggi gialli come lame luccicanti, il titolo in un nero largo e carico impresso sopra il sole, e in primo piano una bambina giapponese disegnata come allora ce le immaginavamo, con gli occhi a mandorla, le treccine nere, il cappello conico di paglia, uno sguardo ammutolito. Due cose mi ricordo di quel libro, a distanze geologiche, senza mai più averlo ripreso, mi ricordo i due bambini protagonisti che attraversano un parco della città nella calura estiva, e questo gran sole improvviso che si palesa davanti a loro, mi ricordo la sensazione straniata del tempo che si ferma, che si espande che si concentra, la stessa sensazione della musica di Paolo Marzocchi per le immagini di un’altra data estiva, di altri bagliori, di altri crolli. E poi mi ricordo il finale, tragico, la piccola – Sadako, mi sembra – che a dieci anni di distanza porta dentro di sè le tracce radioattive, l’ospedale, le gru di carta che costruisce tutti i giorni perché se arriverà a mille gru sarà salva, così le ha detto qualcuno. Le mani che piegano la carta, come in una preghiera, come in un rituale per esorcizzare la morte. Ma le mani si fermano prima di aver raggiunto le mille gru. Non c’è salvezza, qualsiasi cosa si faccia, sembra dirci l’autore. Il film del regista polacco ha come ultimo fotogramma una distesa d’acqua grigia con uno sfondo di cielo grigio e nero, temporalesco, e le sommità delle torri gemelle che, sole, ancora spuntano dalle acque. A prima vista, quella sera, ho pensato che tutto sta per essere sommerso, ma il giorno dopo, riguardando quegli ultimi momenti, ho pensato che forse, invece, tutto sta riemergendo, non è chiaro, è tutto grigio, e nell’ultimo fotogramma il livello dell’acqua sembra abbassarsi, ma c’è una dissolvenza, tutto si sfuoca, quadro nero, la musica che continua, ipnotica, qualcosa che rapisce, e poi, sempre su quadro nero, le scritte di regia e di musica, e via via i titoli dei film utilizzati, la musica che non si ferma, i nostri occhi fissi allo schermo, come se sperassimo che non sia quello il finale. Forse è per questo che mi è venuto in mente Il gran sole di Hiroshima, perché a distanza di tanti anni, dopo tante letture e tanti ascolti e tante visioni, ho sentito identico il senso di tragedia collettiva che allora non sapevo decodificare, ma di cui avevo avvertito il peso emotivo e in un certo senso quasi fisico, il peso di qualcosa che coinvolge tutti e da cui non c’è ritorno. E  forse anche per un’altro motivo mi è venuto in mente quel libro: all’inizio del filmato, dopo la prima immagine, due picchi rocciosi nel plenilunio, la musica che cresce di intensità e aumenta di velocità, sempre di più, e le rocce che si trasformano e diventano le torri gemelle nel plenilunio, qualcosa di primitivo e di futuribile insieme, dopo questa prima immagine, dicevo, sullo schermo appaiono dei raggi luminosi che partono da un centro e si sprigionano verso l’esterno, talmente luminosi da dare fastidio, gialli, bianchi, verdi rossi, il titolo in nero spesso che avanza verso di noi, implacabile, i raggi sempre più luminosi e grandi, la musica che cresce e sembra deflagrare, in un certo senso già un’anticipazione di quello che sarà, proprio come nella copertina lucida di cartone rosso della mia infanzia.

Ha smesso di piovere, ora, il cielo è azzurro e i fiori del mio balcone, vinche bianche e plumbago azzurro carico, e verbena rosso intenso, luccicano di pioggia mandando riflessi che un’ora fa sembravano impensabili. Volevo raccontarle tutto il concerto, anche Liszt, Paolo Marzocchi che racconta e spiega – che bello, come a Ferragosto, il templi della musica che aprono i battenti alla parola, finalmente – una scaletta costruita sulla musica a programma, un filo rosso di racconto che unisce tutto quanto, e infine, dopo il film, la canzone albanese di cui le accennavo l’altra volta, perchè, sapientemente, l’autore non poteva lasciarci lì con quello sgomento negli occhi e nelle orecchie, e voleva riportarci alla vita, al ritmo, alla gioia di una danza in una sera d’estate. E poi, ancora, generosamente, un altro Liszt, per tornare al punto di partenza, per dire le proprie origini, Paolo Marzocchi ama Liszt e ne è ricambiato, come fosse scritto sul muro di una stazione della metropolitana, note musicali che formano un cuore, e il cuore batte e batte, in forma di cadenza; avrei voluto raccontarle tutto il concerto, dicevo, ma mi son fatta prendere la mano e il cuore e il cervello da questa “cosa” straordinaria, immagini e musica, un racconto e molto di più. Su internet c’è, diviso in due parti, e le metto i link. Purtroppo mancano i titoli di coda, con l’elenco dei film utilizzati, o almeno io non li ho trovati. Alcuni li ho riconosciuti, mentre guardavo, ma solo all’inizio, poi, man mano che procedevo nella visione, il gioco del riconoscimento l’ho dimenticato, perché sempre di più era altro che cercavo di cogliere, di leggere tra i suoni e tra i fotogrammi, come di solito faccio tra le righe. Certo a teatro, palco vuoto, solo il grande pianoforte nero, lo schermo sul fondo, il musicista girato di tre quarti che aspetta l’immagine, la sala silenziosissima, la sensazione percettibile di condividere stupore e meraviglia, applausi e applausi e applausi, nonostante il pubblico poco numeroso, certo a teatro è stata un’altra cosa. Ma è talmente bello che vedrà, le piacerà anche così, con il pianista dentro allo schermo, come in un film. Adesso la saluto, purtroppo la piscina è ancora chiusa, ma ho bisogno di muovermi, e andrò a fare una passeggiata. Lunedì ricomincio a lavorare, e bisogna che me lo goda questo sole che è uscito. Chissà se da lei c’è il sole, o piove. Chissà come le sembra leggere queste mie lettere senza palesarsi. Mi piace pensare di suscitare in lei qualche moto dell’animo, ogni tanto, dato che la vedo ritornare, e poi mi piace anche pensare che c’è lo sguardo di qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, che ogni tanto si gira proprio in questa direzione, proprio verso questo punto, nonostante tutti gli altrove possibili. Basta, smetto subito, oggi sono stata così brava, niente malinconie o sentimenti sdrucioli, per una volta. Ecco, qui ci sono gli indirizzi delle due parti del film.
Prima parte: http://youtu.be/drO3Hlu93m4
Seconda parte: http://youtu.be/dsIx_7ODpoA

Come le ho detto, lunedì ricomincio a lavorare, e non è che voglio mettere le mani avanti, ma penso di poter ragionevolmente supporre che questa scrittura subirà dei rallentamenti piuttosto significativi. Glielo dico così, casomai lei si aspettasse qualcosa. Stasera però, vado a sentire Haendel, ultimo concerto di agosto, in attesa di Mito a settembre. È bellissimo, c’è musica continuamente. Se solo l’estate non finisse…

Mnm

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Di pomodori azzurro pallido e di letture tra le righe, confidando in un pentolone.

Dear the-Reader,
giornate bellissime, sole limpido e temperatura senza eccessi, un po’ d’aria fresca e cielo che mi fa riconciliare, almeno provvisoriamente, con il tetro umore padano. L’altro giorno ho fatto una cosa inconsueta, e perciò voglio mandarle una piccola cartolina. Qualche giorno fa ero andata in campagna, nell’Oltrepo pavese, a trovare degli amici. Colline, vigneti, campi di mais rigogliosi, il Ticino, il Po: mentre guidavo, tornando, la sera, il sole all’orizzonte, colori come frutti d’estate, pesca albicocca mirtilli ribes, e le ombre lunghe degli alberi sui campi scuri di terra o morbidi del colore del granoturco. Ho comprato dei pomodori a chilometro zero, quel giorno, quasi venti chili, e li ho portati a casa in due cassette di cartone. Il giorno dopo li ho lavati e asciugati. Nella mia cucina di tutti i colori i pomodori rossi sul tavolo, nel lavandino, dovunque, dicevano la pienezza dell’estate e un sole che scende in una sera chiara. Ho scongelato il freezer, che portava macroscopici segni di un’incuria troppo a lungo protratta, ho tagliato, lavato e asciugato il basilico del mio balcone. Poi ho “imbustato” pomodori e basilico in sacchetti di plastica trasparente, che ho chiuso accuratamente. Alla fine erano lì, sul tavolo, in fila. Lettere da spedire all’inverno per rammentarsi l’estate. Gli altri anni mi limitavo al basilico, in piccoli cartocci di stagnola, e quando ne aprivo uno mi arrivava un guizzo improvviso d’estate che mi faceva provare una gioia segreta. E l’altro ieri, quando ho guardato i sacchetti allineati, rossi, una punta di verde qua e là, ho pensato che era stata un’ottima idea, che stavo facendo qualcosa che renderà tutto più lieve, e che più degli altri anni mi stavo preparando. Mi sono sentita come se quei pomodori li avessi seminati, coltivati, raccolti. E ho immaginato che ogni volta che aprirò un sacchetto  penserò a una bellissima giornata d’estate e a lame di luce sul tavolo della mia cucina, e riassaporerò uno strano struggimento dei sensi, come un bacio, come una carezza. Lei non ci crederà, quasi non ci credo nemmeno io, ma è stato bello. Quando ho finito, i sacchetti sistemati, la cucina insolitamente ordinata, le cassette portate subito nella spazzatura, le finestre aperte su voci dal cortile, mi sono messa a leggere un romanzo di Franz Werfel, un romanzo che gira intorno a una lettera, tanto per cambiare, e mi sono imbattuta in una frase che mi ha fatto per un po’ smettere di leggere: “Il nostro avvenire – del protagonista e di sua moglie, che sta per leggere una lettera apparentemente molto formale che lui ha ricevuto, scritta con un inchiostro azzurro pallido – dipenderà dal fatto che lei sappia o no leggere tra le righe.” Dipenderà dal fatto che lei sappia o no leggere tra le righe. Lei sa leggere tra le righe, signor Lettore sconosciuto d’oltreoceano? È crudele il romanzo di Werfel, e indaga spietatamente tra le righe dell’animo umano. Un uomo, due donne, un abbandono, in un certo senso due. Un uomo che sa ma non vuole leggere tra le righe, “che sa con chiarezza indicibile che gli è stata inviata un’offerta di salvezza, oscura, sommessa, irresoluta, come tutte le offerte di questo genere. Sa di non essere stato capace di raccoglierla. Sa che a questa non faranno seguito altre offerte.” L’ha letta tra le righe, l’offerta di salvezza, ma ha girato la testa dall’altra parte, il nostro Leon, come la società viennese che così degnamente egli rappresenta. E Amelie, sua moglie, che ha letto nella sola presenza fisica di quella lettera scritta in azzurro pallido l’imminenza e l’immanenza di un grande dolore, ma non è capace o non vuole, chissà, andare oltre e si ferma, e quando legge la lettera incriminata non vede i segni che avrebbero dato ragione al suo intuito di femmina ferita. Poi c’è Vera – nomina sunt omina – che di leggere tra le righe non avrebbe bisogno, perché la realtà è stata talmente dura, con lei, da non lasciarle alcuna possibilità di interpretare le cose diversamente da come sono. Eppure Vera legge i segni, e rilegge nelle rose gialline che Leon le regala dopo tanto tempo, il putridume mortifero di lui, il suo voltare la testa dall’altra parte, il suo essere un uomo di legno. Werfel non fa sconti, al suo protagonista, alla società viennese appena prima della guerra, alla pubblica amministrazione di un paese che sta per sprofondare nell’abisso e si rende complice di una compiacenza strisciante nei confronti di chi tra poco sarà dominatore. Sembra un entomologo, Werfel, e in poche pagine analizza, viviseziona, espone allo sguardo mondi pubblici e privati, bisturi tagliente e precisione microscopica.
Quando ho finito il libro, nella stessa notte, ho pensato che è una condanna, leggere tra le righe. Ho rivisto i sacchetti rossi sul tavolo, e ho improvvisamente capito che era un modo che avevo messo in atto per “conservare”, per cercare di fermare il tempo e l’inesorabile passaggio delle stagioni, e che solo apparentemente riguardava i pomodori e il basilico. È altro che volevo conservare, la luce, il colore, il sapore dell’estate, certo, ma soprattutto un senso di felicità, di gioia, di pienezza e di appartenenza che riguardano stagioni del corpo e dell’anima che sono irrimediabilmente perdute. Eppure, mentre lavavo, asciugavo, imbustavo, mi sentivo così bene, come Amelie che legge la lettera di Vera e non capisce, o fa finta di non capire, e davvero pensavo che fosse tutto lì, colore e sapore estivi incellofanati per l’inverno. Sì, è una condanna leggere tra le righe, perché si vedono cose che non si vorrebbero vedere, di sè e degli altri. È una condanna perché poi, quando le cose si sono viste, bisogna inevitabilmente decidere cosa fare, e spesso è una decisione dolorosa che bisogna prendere. Perché o si fa finta di non aver visto, come Leon, e ci si autoassolve continuamente dopo aver girato la testa dall’altra parte, o si decide di non guardare oltre, come Amelie, perché oltre non si vuole vedere, oppure si assume su di sè la lettura tra le righe, come Vera, che di fronte alla vigliaccheria senza midollo di Leon, è capace prima di sarcasmo, e poi di dire seriamente “Lei non ha il diritto… “, e di abbandonare senza appello la stanza buia piena di paccottiglia e del profumo delle rose che “fluttuava verso l’alto, più forte di prima, in onde rotonde e lievemente putride.” Vera che è ebrea, e se ne sta andando A Montevideo, dove forse un’altra vita sarà possibile, Vera che sa sulla propria pelle che “Al mondo non c’è niente di ovvio”, nemmeno ciò che di cui si pensava di avere la massima certezza, come l’amore un tempo declamato di Leon. Un bellissimo, profondo romanzo, una ferita da taglio, una rivelazione.
Dear the-Reader, in realtà volevo anche scriverle di un’altra cosa, un concerto pieno di bellezza a cui sono stata, ma oggi non sono dell’umore giusto, e quella serata merita altro che questa trepida malinconia che oggi non riesco a scacciare, e che mi fa arrabbiare con me stessa, che sono capace perfino di rovinare una cosa bella come la conserva dei pomodori, che non avevo mai fatto e che mi aveva fatto sentire così bene. Ma è possibile? Mi piacerebbe andare in piscina, oggi, ma quella che frequento è chiusa, in questi giorni. Ce ne sono altre, lo so, ma è lì che mi piace andare quando ho grovigli di pensieri. Magari prenderò la bici, e farò un giro. C’è qualche nuvola, adesso, un po’ di cielo a pecorelle e una luce più opaca. Sono contenta, però, perché se oggi dovesse piovere questo significherebbe che sono andata a comprare i pomodori al momento giusto, dopo  molte giornate di sole, e che quelli della settimana prossima saranno un po’ meno estivi, bagnati di pioggia. L’altra volta ero più allegra, lo so. È un po’ come un’altalena, è così e basta. Sarà stata la scrittura azzurro pallido, non so, o lo smalto delle unghie che dura come un desiderio effimero, o agosto che avanza implacabile verso settembre, ahimè. Sì, oggi farò una passeggiata, o andrò a vedere qualcosa di bello: magari esco subito, e vado al mercato, e nonostante me stessa comprerò altri pomodori, e farò una salsa profumata con molto basilico, perché sul mio balconcino ce n’è ancora, e aspetta di essere usato prima che sia troppo tardi. Vede? Mi sta già passando. Per fortuna so leggere tra le righe, e dirmi ironicamente che è ora di finirla con questo azzurro pallido cianotico: via, al mercato, colori pieni e voci vivaci. Le scriverò presto, perché il concerto di cui voglio parlarle merita che io mi imponga sulla mia pigrizia azzurrina con note molto colorate. Domani sera ci sono le sonate di Corelli, in una chiesa il cui interno non mi sembra di aver mai visto. Magari invece ci sono già stata, e non me ne ricordo. Vedremo. Nell’attesa cuocerò la salsa, andrò in bici e, forse, mi dipingerò le unghie di azzurro, non pallido, però. Cercherò anche di srotolare matasse cerebrali mescolando in cerchi concentrici nella pentola della salsa, perché va bene leggere tra le righe, ma se le righe diventano quadretti, e poi quadrettini, e si infittiscono, e perdono forma e allineamento, e si aggrovigliano in spirali sempre più strette, bisogna intervenire, cercare un filo e srotolare, ridefinire, allineare. Sì, vado al mercato. Quando leggerà queste parole mi pensi come a una strega che mescola nel pentolone, perché la salsa ha bisogno di tempo, e di attenzione, perché se no si attacca facilmente. Mescolare, mescolare, impedire di attaccarsi e di bruciare. Intanto ascolterò qualcosa di allegro, di vitale, di mosso, non so, magari della musica balcanica, come le Albanian folk songs  per pianoforte di Paolo Marzocchi, di cui presto le racconterò con calma.
A presto, mescolando nel pentolone
Mnm

ps. senta un po’ che bellezza… Paolo Marzocchi, Albanian Folk song n.5, composizione ispirata a una canzone popolare albanese, e poi trio Ayesha ispirato a Paolo Marzocchi. Mi piacciono queste concatenazioni, ma lei lo sa già. Comunque ne riparliamo presto, appena ho fatto la salsa e smaltito – come una sbornia – l’azzurrognolo che mi attanaglia.
http://www.youtube.com/watch?v=mK19EwxqHFs&feature=share&list=PL1E1F359AB5E5E3D2
http://youtu.be/1eBbseXLYw8

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