Di un Ferragosto di Stagioni vitali, di passioni e di lettere d’amore. E di unghie laccate di rosso, doucement.

16 agosto 2013

Dear the-Reader,

Ieri era Ferragosto, e Milano era radiosa come raramente le è dato di essere. Una luce limpida senza alcuna velatura, un cielo bello come certi cieli di Roma, un’aria fresca e chiara, il silenzio, una luna crescente quasi di tre quarti che è sorta nel pomeriggio, algida, e poi si è avvicinata, si è ingrandita, e la sera era lì, bassa, che spuntava da ogni tetto e tra le case, prepotente, come a dire, eccomi, sono io. Milano è leggera, in questi giorni. Il caldo immobile e melmoso della prima settimana di agosto che ha seccato le foglie degli ippocastani togliendo loro quell’aspetto turgido da piena estate si è dileguato, e c’è qualcosa di nuovo nel modo in cui la luce avvolge le case e le strade, qualcosa di lieve. E poi Milano è piena di musica, di cinema all’aperto in luoghi di grande bellezza, di concerti in chiese spesso chiuse che in questo periodo sono aperte per accogliere e offrire suoni e incanto. Come la voce di Emma Kirkby, qualche giorno fa, a San Pietro in Gessate, con Claudio Astronio che dirigeva Harmonices Mundi. E davvero, in quella chiesa, piena, nonostante agosto, nonostante un temporale stizzito mentre la gente era in attesa all’aperto di comprare il biglietto, davvero in quella chiesa, sotto lo sguardo di angeli musicisti dalle ali colorate, gialle, rosse, rosate, ocra, verdi, viola, gli strumenti e la voce si sono mescolati come colori e l’impasto era dolce come una pastafrolla, senza nessuna stucchevolezza, e i pianissimo di Emma Kirkby si sono infilati nelle orecchie e nell’anima, doucement. Non ho trovato nessuno dei pezzi eseguiti quella sera, perciò metto qui un brano di Monteverdi, in cui la voce della cantante mi commuove come la prima volta che l’ho sentita. Lei ha visto il film Shine? Alla fine sui titoli di coda, Emma Kirkby canta “Nulla in mundo pax sincera”, di Vivaldi. Una folgorazione. Quella volta, uscita dal cinema, mi sono infilata in un negozio e ho comprato la colonna sonora del film, e quel brano l’ho ascoltato e riascoltato, e lo ascolto e lo riascolto, come questo “Lamento della ninfa”, con quei quattro “mai” in sequenza che raccontano l’offesa profonda di un corpo e un’anima altre preferite a quelle della ninfa che canta, la voce come un pianto e un sussurro, lo strazio e il dolore dell’abbandono, e la domanda “perché” nascosta in ogni piega della voce, in ogni respiro. Ma un perché non c’è, se non la nostra natura di esseri fragili, e la natura stessa dell’amore, che come si dice nella chiusa “mesce fiamma e gel”. Una voce che stordisce, che s’insinua, che che cerca nel corpo i nascondigli dell’anima. Ma basta, non voglio essere malinconica, lo sono stata troppo, e il cielo è così azzurro, oggi, e nel silenzio si sentono voci di uccelli, proprio ora, proprio qui, che mi riportano ad altri suoni che volevo raccontarle. Le metto un’indirizzo, se fosse in vena di ascoltare Emma Kirkby. http://youtu.be/z3ZX5hFN-is
Ieri sera, invece, sono andata all’auditorium per un concerto che mi ha divertito, emozionato, addirittura fatto ridere. Un’orchestra barocca versus e con un ensemble jazz. Le quattro stagioni di Vivaldi, suonate una alla volta, prima dalla Verdi Barocca, con la direzione di Ruben Jais, e poi dalla Crescendo Big Band di Sandro Cerino. Uno spettacolo magnifico: due mondi diversi, nell’abbigliamento, nella postura, negli strumenti usati, nel linguaggio, anzi, nei linguaggi, nella melodia, nelle armonie, nell’idea di solista e di insieme. Mescolanze timbriche lontanissime che si alternavano e si rincorrevano, in un apparente cimento. Filo conduttore Vivaldi e la vitalità della musica, delle musiche. Il teatro pieno di gente – eterogenea come i musicisti – che come me si è divertita, ha guardato la varietà di strumenti a fiato che i jazzisti suonavano e che stavano schierati davanti a loro, diversi strumenti per ogni esecutore, flauti, clarini saxofoni di tutte le forme e di tutte le misure, e poi pianoforte e clavicembalo, archi sfregati, pizzicati, trombe, corno, batteria, un’ocarina o qualcosa del genere, trombone, tuba. Il rito serioso della musica classica rotto fin dall’inizio, Ruben Jais che saluta il pubblico con un “Buona sera”, e racconta la libertà d’interpretazione della musica barocca, e la libertà del Jazz, e la bellezza di lavorare insieme. “Buon ferragosto”, e il concerto inizia. E poi, alla fine, un pezzo a orchestre riunite, ironicamente intitolato “Alta stagione”, uno spazio per tutti i timbri, e Sandro Cerino istrione, divertente, a tratti esilarante, e i musicisti presentati uno a uno, nome cognome e strumento, e aggettivi per dire le sonorità profonde o lievi degli strumenti, come a dire che tutti hanno la loro parte, che l’insieme funziona se ciascuno dà il suo contributo. Un concerto gioioso, e in un certo senso, un concerto di speranza. Mondi diversi che si mescolano per regalare passione. Perché sì, era la passione la nota dominante. Uscendo, mi sono sentita bene, e il pizzicato ritmico dell’orchestra barocca che racconta la pioggia d’inverno si mescolava nella mia testa al flauto soffiato distorto aggredito vezzeggiato dell’aria primaverile nella partitura di Cerino. La sera estiva era bellissima, pulita, la luna ancora visibile, quasi tattile, le strade del ritorno magicamente silenziose, come lo era stata tutta la giornata. La giornata ideale per fare una scorpacciata di suoni, di soffi di pizzichi di sussurri di rimbombi. Il silenzio e i suoni, il giorno e la notte le stagioni che tornano ma se ne vanno, o se ne vanno ma poi tornano. Sì, ieri sera ero allegra, come per qualcosa di inaspettato. E poi, come si sa, l’estate mi regala vibrazioni, ritmi, variazioni, mi tocca corde, mi muove desideri. Ho girato in macchina per la città, ho fatto strade inconsuete, deserte. Ho guardato edifici e piazze che sembravano appartenere a un altro luogo, ieri sera. Milano sembrava una quinta teatrale, misteriosa e vaga, che con qualche pennellata inventa un luogo che non esiste.

Ho interrotto questa lettera; raccontare del concerto mi ha messo così di buon umore che ho fatto una cosa inconsueta: mi sono dipinta le unghie, con calma, cercando di non lasciare spazio ad alcuna sbavatura. Un rosso quasi cremisi, o forse di Alizarina, che non è proprio il rosso lacca che tanto mi piace, ma è appena un po’ più scuro. Ma la perfezione, si sa, non è di questo mondo, e aver deciso di uscire per comprare uno smalto, il 16 d’agosto a Milano, averlo trovato di una gradazione che mi piace, anche se non è proprio quella che avevo in mente, averlo steso con cura, mi sembra già abbastanza miracoloso. E così, Caro the-Reader, digito sulla tastiera con le mie unghie laccate, che si muovono sui tasti bianchi come piccoli arpeggi leggeri. Mentre mi dipingevo le unghie, il pennellino intinto nello smalto, la goccia di colore che non deve toccare la pelle e deve essere subito stesa, mano ferma senza tentennamenti, sapersi fermare al momento giusto, proprio sul limitare, mi è venuto in mente un romanzo che ho appena finito, di Cathleen Schine, La lettera d’amore, che ho comprato qualche tempo fa su una bancarella di libri usati perché mi piaceva il titolo, perché amo gli epistolari, le lettere, i romanzi che contengono lettere e cose così. Un romanzo lieve, per una volta, costruito con sapienza, una pennellata dopo l’altra, rosso lacca di desiderio, rosso cremisi di passione, albicocca di giovinezza, rosa garrulo da civetta, nero di inchiostro su carta bianca, parole lette per caso in una lettera scritta a macchina con nomignoli al posto del mittente e del destinatario, parole che una volta scritte diventano di chi le legge, perché è proprio così, una lettera, come un romanzo, non è più del suo autore, ma di chi la legge. E tutti, – tutti – quelli che in qualche modo leggeranno quella lettera, penseranno e desidereranno che sia stata scritta per loro, pur sapendo che non è così. Parole sulla carta – scritte per finta, come si scopre alla fine, perché sono parte di un romanzo – che però si insinuano, fanno vibrare, scuotono, perquotono, insufflano, movimenti, pensieri contrastanti che si affrontano come nemici, desideri, ragionamenti più o meno saggi, perfino sentimenti. Che cosa significa innamorarsi? “È come rimanere sull’orlo di un precipizio, per sempre?” E quando è la soglia oltre la quale diciamo “che la passione diventa amore”? Questo si chiede Helen, libraia seduttiva e civetta, abituata a fare e disfare, condurre, sedurre, guidare sempre lei, in macchina, in libreria e nel desiderio, dopo che la lettera innesca un gioco sottile, prima mentale e poi fisico, a cui lei non vuole e non sa sottrarsi. La passione letta nei libri e ascoltata nella musica che si fa carne e diviene riconoscibile, nel corpo di Johnny, nella sua camicia di giovane maschio sul proprio corpo di quarantenne disincantata. Ho pensato a Johnny, mentre mi laccavo le unghie di rosso, che guarda Helen con la propria camicia addosso e ne trae un sentimento di intimità più forte del sesso. Eccolo lì, l’amore che spunta dalla passione, come i temi di Vivaldi che, nascosti e apparentemente introvabili, improvvisamente ritornano riconoscibili nelle variazioni jazz della band di Cerino. Johnny che ha vent’anni e la bramosia, la bellezza, l’insolenza della sua giovinezza. Johnny che bacia Helen senza chiedersi se sia politicamente corretto o giusto o saggio o chissà che. Johnny che ha il coraggio incosciente di dirsi e di dire prima il suo desiderio e poi il suo amore per Helen, a differenza di lei, che tergiversa aspetta si indispettisce combatte cede e infine, anche quando lo sente affiorare sulle proprie labbra, non vuole scriverlo, quel ti amo, “così concreto, così eterno. O forse ho paura che metterlo per iscritto non serva, che metterlo per iscritto ne riveli la fuggevolezza, Ti amo, così fragile.” Lo scrive nell’ultima pagina, Helen, su una cartolina, e aggiunge per sempre. Poi la imbusta, mette il francobollo e la ripone in un cassetto della sua libreria dipinta di rosa, accanto alla lettera d’amore che ha ricevuto per caso. Cerca la chiave del cassetto, ma non la trova “A quanto pare l’aveva persa.” Non sappiamo se la cartolina verrà spedita. Mentre soffiavo sulle mie unghiette brillanti, ho pensato che però sappiamo che la chiave del cassetto non si trova, e che è molto più facile decidere o avere l’impulso di aprire un cassetto se non è chiuso a chiave. L’assenza di una chiave rende il cassetto meno definitivo e più accessibile, a noi e agli altri.  Seduta davanti alla mia finestra aperta sul piccolo balcone fiorito, le unghie dello stesso rosso di una verbena generosa, ho pensato alle lettere che ho scritto e non ho spedito, e a quelle che avrei voluto scrivere e non ho scritto. Ho pensato anche a queste lettere che scrivo a lei. “Le lettere fanno schifo”, pensa Johnny, perché diventano solo quello che l’altro vuole leggere, e poi perché non c’è il corpo nelle lettere, non c’è un tono di voce, un’incrinatura, un respiro, un gesto che dia compimento al senso che vogliamo dare. Non so. Forse è così. Ma in fondo, vorrei dire a Johnny, tutta la tua passione e il tuo amore e i tuoi pensieri per Helen sono nati da una lettera letta per caso, che non era per lei e non era per te e non era per nessuno di tutti quelli che speravano fosse per loro. Era una lettera di tutti, come una cortigiana, e ciascuno desiderava sperava voleva che fosse solo per sé. È che a tutti noi piace ricevere lettere d’amore pensando di esserne il destinatario, colui o colei per cui quelle parole, proprio quelle e non altre, sono state scelte, scritte, spedite. Colui o colei che in quel momento, non quando riceviamo, ma prima, prima ancora di saperlo, quando il mittente scrive pensa invia, è -siamo, ci illudiamo di essere, speriamo di essere, le declinazioni sono molte – il centro dei suoi pensieri. Una volta, in un distacco molto doloroso, mi sono fatta scrivere sul corpo una lettera molto meditata, ogni parola pensata, scelta, cancellata, ripresa, decisa, e poi mi sono fatta fotografare per inviare le foto al destinatario della lettera. Ma le foto erano di una qualità scadente, e mi sembravano sciupare colpevolmente le cose che volevo dire, e come volevo dirle. Il destinatario non le ha mai ricevute, anche se ha saputo della loro esistenza. Non mi ha mai chiesto di vederle, nè io ho mai deciso di mandargliele, nemmeno dopo il ritorno, nemmeno dopo un nuovo, ancor più doloroso, distacco. Ci ho pensato, mentre lo smalto si asciugava e lo guardavo e mi compiacevo della sua brillantezza incredibilmente senza sbavature, e mi è venuta voglia di cercare i file, che stanno in qualche cassetto del mio computer, senza nessuna chiave. Se li avessi chiusi con una password o qualche altra diavoleria tecnologica, dopo tutto questo tempo, probabilmente la chiave l’avrei persa. Invece sono lì, come la cartolina di Helen, accessibili, anche se ciò non significa necessariamente che qualcuno vi accederà. Per distrarmi, ho gironzolato su youtube cercando Jais e Cerino e ho scoperto che qualcuno ha caricato un frammento del concerto di ferragosto, di cui metto l’indirizzo, se per caso lei volesse ascoltarlo. http://youtu.be/iVPkuCa0qxI

Che strano: Shine per Emma Kirkby e Schine la scrittrice, Cerino che si accende di passione e Jais che significa giaietto, una pirite di un colore nero molto brillante che si usa anche per fare bottoni, o “abbellimenti” come dice il dizionario. Il tutto in una giornata azzurra e luminosa, dopo una notte chiara d’estate, una musica piena di vita e una luna accessibile come una cassetto senza chiave. Sto migliorando, le pare? Sono partita da un ennesimo straziato lamento e sono arrivata allo smalto color forse cremisi delle mie unghie, vedere le quali oggi mi dà grande soddisfazione, quasi avessi scoperto le mie origini remote. Che bella l’estate. Stasera uscirò, andrò a un cinema all’aperto, con dei sandali molto aperti, molto, in modo che si vedano con chiarezza tutte le mie estremità laccate di rosso. Imbucherò domani. Sia paziente, la prego, e mi creda: questa lettera l’ho scritta per lei.

M.n.m.

ps. chissà se è un caso che questa Helen si chiami – quasi – come Helene Hanff di 84 Charing Cross Road, lettere, libri, libreria. Ci ho pensato adesso, appena prima di salvare. E anche – quasi – come Ellen, nell’Età dell’innocenza. No, questo non è di certo un caso, dato che Edith Wharton viene citata continuamente nel libro. Vede? Anche questo è un segno di miglioramento. Un gioco con i libri, come tanti ne ho fatti con Messer Papillon: era tanto che non succedeva. Doucement.

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Cartoline dalle vacanze, da Sud e da Nord, in salsa di ritorno, con una luce pallida senza rimorsi.

3 Agosto 2013

Dear the-Reader,

è finito luglio ed è arrivato un gran caldo, il caldo che sale dalle strade e ti investe come un soffio quasi liquido, bollente e denso. Sono stata a Berlino settimana scorsa, e il giorno in cui sono arrivata c’erano 36 gradi. Scendendo dall’aereo ho pensato di essere sbarcata in un cuore mediterraneo, e mi è venuto in mente che poche settimane prima, all’inizio di luglio, arrivando a Brindisi avevo immaginato di essere in una qualche città nordica, aria fresca e frizzante, golf di cotone e scarpe chiuse. E così, a Berlino ho pensato al Salento e ora a Milano penso a Berlino che mi faceva pensare al Salento e al sud che tanto mi piace.
Non ho intenzione di tediarla con le mie vacanze, sole mare sensuali fioriture mediterranee e cieli scintillanti, cupola del Reichstag Kreutzeberg Prezlauer alberi frondosi e cieli mossi, piovosi ventosi, a volte scintillanti. Solo, due cartoline, una da Sud e una da Nord. La prima da Maglie, paese nell’entroterra salentino, primo pomeriggio, domenica 30 giugno. Tutto chiuso, perfino la stazione, dove di domenica non si ferma nessun treno. Dovevo aspettare più di un’ora l’autobus che, dopo un autobus, un aereo, due autobus, finalmente mi avrebbe portato a destinazione. Un silenzio come in una piazza metafisica. Luce sfavillante sulle pietre chiare, un color crema caldo, le persiane tutte accostate. Inutilmente ho percorso un ampio quadrato cercando un caffè dove poter stare. Solo il rumore delle ruote della mia valigia sulla strada, e gli occupanti di qualche rara automobile che mi guardavano come se fossi un aliena appena sbarcata da un’astronave. Tornata al via, come in un gioco dell’oca, senza aver incontrato nessuno, mi sono seduta su un gradino con il mio libro aspettando di vedere spuntare da una curva l’autobus che non potevo permettermi di perdere, dato che il seguente sarebbe stato dopo più di quattro ore. D’un tratto è arrivato un pulmino di quelli con una decina di posti, vuoto, una specie di scuolabus delle vacanze, e si è fermato davanti me. Il guidatore è sceso e mi ha chiesto se aspettavo l’autobus per il luogo dove dovevo andare. Ho detto di sì. Lui mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto “Sono io, l’autobus”. Gli ho chiesto se sapeva dove si potesse prendere un caffè, dato che mancava più di mezz’ora. Ci siamo andati insieme, nella direzione opposta a quella che avevo preso io, e durante la strada mi ha raccontato di quei luoghi, dell’inverno, dell’estate, della sua emigrazione e del suo ritorno. Nel bar ha salutato tutti, e io sono stata accolta come una riconosciuta da sempre. Il barista, giovane, bello, con uno sguardo franco, mi ha chiesto se era la prima volta che andavo da quelle parti. Sì. Mi ha guardato e mi detto: “Vedrà che tornerà. Questa è una terra dove si torna”. Ci siamo incamminati verso la la stazione, e poi, dal finestrino del mio quasi taxi privato, ho visto una campagna bellissima, ulivi come querce, mare sfogorante, torri d’avvistamento piantate a picco sulle scogliere; di fronte, azzurra, l’Albania. L’autista mi ha fatto vedere ogni cosa, mi ha indicato nomi di luoghi e di palazzi, mi ha mostrato insenature raccontandomi di ognuna  perché si chiama così. Quando sono scesa, ho pensato che era un inizio pieno di bellezza.
La seconda da Berlino, Savigny Platz, giovedì 1 agosto. Una notte tiepida, quasi calda. Un uomo e una donna che si baciano di fronte a una libreria sotto gli archi che sorreggono i treni della S-Bahn. I tavolini vuoti dei ristoranti ormai chiusi, le sedie legate tra loro come biciclette, silenzio. L’uomo si avvicina a una bicicletta, e armeggia per slegarla. La donna si allontana a piedi, costeggiando gli archi sotto i binari. Si volta e lo saluta con la mano. Lui è fermo, in piedi, risponde al saluto e se ne va. Lei cammina, lentamente, il capo chino. Pensieri. Nella vetrina della libreria, appese a un filo d’acciaio ci sono delle cartoline d’autore. Una raffigura un dipinto, due sedie da regista di stoffa bianca su una spiaggia, cielo azzurro come certi cieli del Sud. Su una delle due sedie uno scialle o una coperta, non so, anch’essa bianca, appoggiata su un lato della spalliera. Luce. La donna svolta sotto uno degli archi e sparisce. La piazza è deserta. La notte è dolce. Le sedie nella cartolina sono vicine, ma non accostate. Sono viste da dietro. Una è in asse con lo sguardo di chi guarda, lo schienale dritto davanti a noi, l’altra  è leggermente sghemba. Come fossero di due persone che sanno stare in silenzio davanti alla bellezza, che stanno lì sedute e guardano il cielo senza bisogno di dire questo e quello. Che vanno da qualche parte, forse insieme, forse no, e poi lì torneranno, lo scialle, l’azzurro, una pace, come è quella di un ritorno a lungo atteso. Camminando verso la pensione che mi ospitava, nella mia ultima notte berlinese, ho pensato a lungo a quelle due sedie vuote, lo scialle morbido, bianco. E a quella donna a capo chino che se ne andava lungo il muro sotto i binari, e non sembrava felice. I tigli erano ancora fioriti, ma non si sentiva alcun profumo, forse la stagione è troppo avanzata, e la fioritura ha perso la sua giovinezza.
Il giorno dopo, prima di partire, sono tornata per comprare la cartolina, ma una commessa un po’ sgradevole mi ha detto che le avevano finite, e che quella in vetrina non si poteva vendere. Ho cercato di convincerla, prima con gentilezza dicendo che partivo, poi un po’ più indispettita, ma non c’è stato niente da fare. Stupidamente, non ho pensato di guardare almeno di chi fosse il quadro, per poterne trovare un’immagine da qualche parte. E così rimarrà appeso nella mia memoria come al filo d’acciaio, una suggestione bianca e azzurra in una notte berlinese di mezza estate. In un libro intenso di Elisabeth Strout che ho appena finito, “I ragazzi Burgess”, nell’ultima pagina Bob, uno dei tre fratelli protagonisti del romanzo, – “Pensò a Margareth, e, con stupore il suo cuore comprese il proprio destino. Per qualche attimo avvertì dei brividi di preoccupazione (…)Era fuggito da tutto questo (…) Eppure, ciò che gli stava davanti non gli parve strano, e la vita era proprio così, pensò.” Ci ho pensato quella sera, camminando da sola sotto gli alberi. Ho riletto l’ultima pagina, al ritorno, e continuo a pensare a queste parole, e alla “prima pallida luce” dell’ultima riga che “si insinuò senza rimorsi sotto gli scuri”. Di nuovo un’alba in un finale. Come nella famiglia Karnowski. Ma non livida. “Senza rimorsi”. Come a dire che è nel ciclo naturale delle cose, l’alba dopo una notte senza luna e senza stelle, un ritorno fino ad allora non considerato, per nulla strano, la vita che prende forme che la testa non ha pensato, e lo stupore, lo stupore davanti a noi stessi e alla nostra anima che sa svelarci il nostro destino, se sappiamo accoglierlo. Se non è troppo tardi. Se non è come per Susan, l’unica femmina dei fratelli Burgess, che pensando al fallimento del proprio matrimonio, al dolore per la fuga del suo “strano” figlio, si rende conto improvisamente di non aver mai chiesto scusa. “Ed era troppo tardi. Nessuno vuole mai credere che sia troppo tardi, ma lo sta sempre diventando. E poi lo è. “ Ma Elisabeth Strout è molto indulgente con le sue creature, madri, figli, mogli, mariti, fratelli, famiglie sgangherate come tutte le famiglie che in qualche modo riescono a ritrovarsi, e a tutti offre sempre un’altra chance. Come Jegor Karnowski, tornerà il figlio di Susan, con “una robustezza nuova” nell’anima e nel corpo, e uscirà dai suoi cupi silenzi, e parlerà, e racconterà, e dirà che vuole restare, anche se tutto gli sembra strano. ” È tutto uguale. Però è anche diverso”, gli risponde suo zio Bob. E Susan lo sa, lo sanno tutti e tre, e lo sa anche Jim, lo spregiudicato Jim, che i fratelli hanno messo su un autobus, quasi a forza, perché ritorni a ciò che ha distrutto, per chiedere scusa e provare a ricostruire. Quella sera a Berlino ho pensato che è proprio così: che è tutto strano, in un ritorno, qualsiasi ritorno, e che è tutto uguale però è anche tutto diverso, perchè siamo diversi noi, dopo essere stati altrove, qualsiasi altrove sia stato.

Adesso è molto tardi, sono passate le due del mattino. Da lei probabilmente sarà tardo pomeriggio o sera appena iniziata. Chissà se va in vacanza da qualche parte. Chissà quali alberi e quali città ci sono nel suo orizzonte. Certe volte mi dispiace non sapere nulla di Lei, caro the-Reader. Non saperla collocare in un luogo che non siano solo la cartina che si accende, queste pagine e i miei pensieri. Qualcuno mi ha detto che forse lei non esiste, che forse è una specie di scherzo informatico, non ho capito bene, una sorta di menzogna tecnologica. Spero di no. Mi piace pensarla che legge un libro, queste mie parole, un giornale o qualsiasi cosa in un parco, in queste sere d’estate, sotto un albero o vicino all’acqua o comunque in un luogo quieto. Sarà che d’estate ho bisogno di quiete, e di silenzio, e mi piace trovare luoghi che me ne offrano la suggestione. Come nel quartiere di Prezlauer, a Berlino, dove c’è un piccolo cimitero ebraico aperto nel 1827 che nonostante gli sfregi subiti conserva una grande bellezza. Alberi altissimi lo avvolgono come una sorta di cupola e i raggi del sole si infilano tra le foglie formando disegni d’ombra sulle pietre grigie. Ecco, di tutto ciò che ho visto, questo è il luogo che più mi rimarrà impresso. In mezzo a un quartiere molto vivo, un muro di mattoni rossi lo protegge dalla strada e dagli occhi di chi non lo cerca. A guardare bene sul muro ci sono delle stelle di David, fatte degli stessi mattoni rossi posizionati in direzioni diverse dagli altri.  Ho chiesto indicazioni a diverse persone, ma nessuno sapeva che esistesse. È strano, no? A volte stiamo in un luogo e non abbiamo la minima idea di cosa ci sia dietro a un muro lungo il quale camminiamo ogni giorno. Chissà se lei conosce il cimitero cosiddetto degli Inglesi, a Roma: un luogo meraviglioso, molto diverso da questo  di cui le stavo raccontando, molto più sontuoso, marmi, alberi di tante varietà, una luce più diffusa. Quando l’ho visto la prima volta, e non sapevo nemmeno che esistesse, mi ha colpito profondamente, come ora questo di Berlino, ancora più suggestivo, forse perché nel guardare non possiamo prescindere da ciò che è stato. Perché le parlo di cimiteri, penserà lei… Non so, mi è venuto in mente mentre scrivevo di quiete, e di silenzio. Ma non è un’immagine cupa, tutt’altro, la prego di credermi. Certo, forse non è proprio l’ideale per chiudere una lettera. E allora chiudo con dei suonatori di strada, sulla S-Bahn di Berlino, tre uomini Romanì, che suonavano e cantavano spirituals americani. Li ho incontrati il penultimo giorno: erano allegri, avevano belle voci, suonavano un violino, una fisarmonica e una melodica. Gli ho dato una moneta e li ho ascoltati con gioia cantare in inglese su un treno di Berlino Il giorno dopo, sulla stessa metropolitana, con la valigia per partire, li ho rivisti. Quando il violinista si è avvicinato con il suo bicchiere non gli ho dato nulla. Lui è passato oltre, poi si è fermato ed è tornato indietro. Mi ha guardato e mi ha detto Yesterday… Io ho risposto Yes. Lui mi ha sorriso, un sorriso pieno e divertito e io ho fatto lo stesso. Scendendo, con il violino, ha accennato qualche nota di Yesterday dei Beatles. Io mi sono voltata, e l’ho salutato dal finestrino. Lui ha fatto lo stesso. È stato bello. Riconoscere ed essere riconosciuti, in una città straniera, in una lingua che non è la tua. Sì, è stato bello, come quando il barista di Maglie mi ha detto “questa è una terra in cui si torna”, e come quando, a Berlino, Eistein Cafè, ho rivisto un’amica che lì si è trasferita, ed è stato come se ci fossimo viste il giorno prima, e il giorno prima ancora, un abbraccio intenso, una gran gioia.
Dear the-Reader, io non la conosco, ma ogni volta che la cartina delle visite al blog si illumina degli Stati Uniti mi sembra di riconoscerla. È bello. Accennerei due note di Yesterday, ora, per salutarla.
Yesterday… all my trouble seemed so far away… Ha sentito? Ha visto? Ho fatto anche un cenno con la mano…

Mnm

ps. Sulla copertina dell’edizione italiana – Fazi editore – del libro della Strout c’è la riproduzione di un quadro, cinque persone sedute su sedie di legno, in un paesaggio di terra e montagne brulle, in silenzio. Le ombre sono lunghe, e forse è il tramonto. Quattro, due uomini e due donne, sono in fila, seguendo la linea prospettica, di profilo, e guardano dritto davanti a sè. Il quinto sta arretrato rispetto a loro, come in seconda fila sul lato sinistro dell’immagine, ma più vicino a noi di tutti gli altri. Non guarda dritto quel qualcosa che noi non vediamo: è leggermente piegato in avanti e tiene in mano un libro, e legge. Sembra assorto, anche un po’ stupito, come quando riconosciamo qualcosa di noi in una pagina scritta. Yesterday…

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Del giardino delle rose, come promesso, e di una catena di libri che con le rose non c’entrano nulla. E dell’estate improvvisa, dopo l’assenza di primavera. (E di un gelsomino che tarda a fiorire) Insomma, di un gran minestrone.

Dear the-Reader,

è passato molto tempo dall’ultima volta che le ho scritto, e ho molte cose da raccontarle. La primavera non c’è stata, quest’anno. Ha piovuto e piovuto e piovuto, e freddo, e grigio.  Per settimane, ovunque si andasse, tutti parlavano solo del tempo, e non solo i metereopatici come me. Tutti, entrando in qualsiasi luogo, commentavano il freddo o la pioggia, che sembravano perfino aver fatto dimenticare il circo deprimente che questo paese è diventato. Gli alberi hanno cambiato aspetto di colpo, un giorno all’inizio di maggio limpido e caldo, in cui tutti abbiamo sperato che finalmente la stagione stesse mutando. In un solo giorno tutto è diventato verde, e rigoglioso. Ma poi acqua e acqua e chiome fradicie e cielo buio. Ancora domenica scorsa sono fuggita da un mercatino di libri perché il cielo è diventato nero e minaccioso, basso sulla città fredda che è diventata livida come per uno spavento. Il gelsomino sul mio balcone non era ancora fiorito, e lo guardavo con trepidazione, perché in giro c’erano fiori bianchi arrampicati ovunque, sui cancelli o sui balconi e mi chiedevo quando sarebbe stato tempo di profumo anche per me.
Poi, questa settimana, è tumultuosamente esplosa l’estate, e la città sa inconsuetamente di tiglio, in modo languido e inebriante, anche laddove i tigli non si vedono. Sarà tutta l’acqua che è venuta, e poi il caldo improvviso, e le piante che di colpo hanno trovato vigore e profumano l’aria per dire ecco, ci siamo. Il mio gelsomino in una notte ha cambiato aspetto, si è riempito di boccioli affusolati il primo dei quali si è aperto ieri come ormai temevo non accadesse.
Sono stata a Roma, al giardino delle rose, due settimane fa. Dal treno fiumi gonfi, tutti, il Po, l’Arno, il Tevere, canali e canaletti, verdi, melmosi, con gli alberi piegati sull’acqua per le foglie bagnate. Sono andata al roseto (si chiama roseto comunale, ma giardino delle rose mi piace di più, e questo rimane il suo nome nella mia toponomastica dell’anima e dei sensi) in un pomeriggio instabile, ventoso, sole a tratti, anche caldo, poi nuvoloni scuri e veloci, aria fredda quasi come a Milano, ma una luce piena di ombre e di contrasti da rimanere seduti lì e guardare il cielo ancora più che le rose, belle, certo, ma affaticate di pioggia, i petali a terra, pozze d’acqua tra le piante. Ho camminato, ho annusato, ho guardato. Poi mi sono seduta su una panchina, nel silenzio, nella meraviglia di quel luogo, le rose, i viali a forma di Menorah, i cipressi scuri e i grandi pini che costeggiano il giardino, le rovine rossastre di fronte, la città che dilaga. Un luogo che sembra fatto apposta per farti sentire dentro un mondo più grande di te, quasi un universo, misterioso per incanto da un lato e per una sorta di vertigine dall’altro. È che a volte ce lo dimentichiamo, di stare in qualcosa più grande di noi, tutti presi in una piccola vita che si gonfia ai nostri occhi come se null’altro esistesse. E seduta lì, in mezzo alle rose un po’ sofferenti per un clima che sembrava più adatto a marzo che alla fine di maggio, ho a lungo pensato a due libri da poco tradotti – finalmente – in italiano: la famiglia Karnowski, di Israel Singer, pubblicato da Adelphi, e Un anno a Treblinka, di Yankel Wiernik, uscito per i tipi di Mattioli1885. Due libri che hanno aspettato più di cinquant’anni per essere tradotti e pubblicati in Italia, uno di un grandissimo scrittore, l’altro di un anonimo falegname, entrambi polacchi, uno emigrato negli Stati Uniti nel ’34 e morto nel ’44, prima che fosse manifesta l’enormità dell’ orrore che l’Europa stava vivendo, l’altro internato a Treblinka e tra i pochissimi sopravvissuti di quel campo di morte, per sempre testimone nel corpo, nell’anima e nelle parole dell’orrore che l’Europa aveva vissuto. Due libri uniti da molti fili, e non solo quelli più evidenti, storici, geografici, di appartenenza e di lingua. La stessa tragedia, anticipata in modo quasi preveggente da Singer e minuziosamente raccontata nei fatti più atroci del suo dispiegarsi da Wiernik, lo stesso abisso in cui gli esseri umani sanno precipitarsi, la stessa disperazione nell’ imminenza e nella presenza del male, lo stesso guizzo che a volte, malgrado tutto, gli esseri umani sanno trovare. Un romanzo complesso e articolato che racconta di tre generazioni e di tre paesi, moltissimi personaggi e ambienti, uomini donne bambini adolescenti, commercianti rabbini medici intellettuali funzionari oppositori, e un racconto reale di poche pagine, scarno, un solo luogo, il campo, uomini donne bambini, vittime e carnefici, ma entrambi terribili, implacabili, e, ho pensato seduta tra le rose su uno sfondo da lasciare senza parole,  entrambi carichi di sguardo, di domande senza pace. Perché, mi sono chiesta un po’ smarrita, penso a due libri così dolorosi proprio ora, in questo luogo di meraviglia nel quale ho tanto desiderato tornare?
Ma il giardino delle rose, oltre che saturo di bellezza, è un luogo saturo di Storia e di storie, e di presenze, e a un tratto non mi è parso più così strano pensare a Singer e a Wiernik guardando i resti del Palatino, i campanili cristiani e la cupola della Sinagoga. Anzi, mi è improvvisamente sembrato che fosse quasi naturale pensarci, stando lì, rose e rose di tutti i colori, scelte, piantate, curate su una terra digradante che un tempo accoglieva i corpi degli ebrei di Roma e li custodiva nel silenzio degli orti e del cimitero ebraico. Un luogo di pace, e al tempo stesso un luogo di memoria che fiorisce in forma di rosa.
Ho pensato a Wiernik, che, straziato dai ricordi di ciò che è stato e che non era nemmeno immaginabile, e perseguitato senza fine dalla consapevolezza di aver contribuito con il proprio lavoro di schiavo alla morte dei suoi fratelli, si sente “un nomade” che sembra “portare sulle spalle il peso di molti secoli”. Cerca “quiete e solitudine”, ed è solo il canto degli uccelli che accompagna l’immensa fatica di dar voce al suo racconto. “Amati uccelli”, dice Wiernik, e questa frase struggente è rimasta impressa nella mia memoria, e l’ho pensata, seduta tra le rose, e la penso ora, le finestre spalancate, profumo di tiglio e sì, proprio ora, proprio qui, il raro canto di un uccello che non so distinguere.
“Papà, perché tutte queste sofferenze?” chiede Jeannette, un personaggio secondario nel romanzo di Singer, al padre, il vecchio Reb Efraim,venerabile e molto saggio, sempre immerso nello studio e nella scrittura nonostante “sappia e veda tutto ciò che succede nel mondo”.
(…) Reb Efraim sorride, un sorriso sdentato nella barba muschiosa.
“È una vecchia domanda, figlia mia, vecchia come la sofferenza stessa. Con le nostre menti limitate non riusciamo a capirlo, ma tutto questo deve avere un senso, come ogni cosa che esiste, altrimenti non esisterebbe.”
Le parole del padre non alleviano la pena di Jeannette, che anzi diventa più pesante, più amara.
“Perché Dio ci tormenta – insiste – Perché gli piace tormentare, quando potrebbe fare il bene, se solo volesse?”
Sì. Nel giardino delle rose di Roma, in una giornata di maggio inconsuetamente instabile, ho pensato a Jeannette che non riesce ad accettare le spiegazioni di suo padre e si rifugia nella lettura di romanzi francesi, e a Wiernik che, sfiancato, lontano da ogni consesso umano, vuole solo scrivere il suo terribile racconto e trova un po’ di pace unicamente nel canto degli uccelli. La lettura, la scrittura, i suoni quieti della natura, le rose e il gelsomino come antidoti all’incomprensibile dolore dell’esistenza.
Ma Wiernik, nonostante tutto, ha partecipato all’organizzazione della rivolta del campo di Treblinka, riuscendo – uno dei pochissimi – a fuggire e a salvarsi. Dopo la guerra, dopo aver scritto il suo racconto, emigrato in Israele, ha dedicato la propria vita a perpetrare la memoria di ciò che è stato. E Jegor, il più giovane e umiliato e disperato tra i personaggi di Singer, uccide il suo aguzzino e torna come il figliol prodigo alla casa del padre che aveva rinnegato insieme alle proprie origini. Il romanzo di Singer finisce con la luce livida di un sole nascente che trafigge la fitta nebbia e illumina le finestre dietro le quali Georg Karnowski cerca di mantenere in vita suo figlio Jegor eseguendo da medico di guerra quale è stato il più indifferibile dei tanti pur indifferibili interventi che ha operato. Non sappiamo se Jegor si salverà, ma sappiamo che è tornato: “Sono io, papà” dice a suo padre sul pianerottolo di casa, come a dire che per tornare a essere se stesso ha dovuto fare e farsi del male. È l’umiliazione profonda, intima, della sostanza di sè, che ha minato fin da bambino il piccolo Jegor. E Singer racconta l’umiliazione e le diverse reazioni all’umiliazione in molti suoi personaggi, nelle storie e nella Storia. È la sostanza di sè, che Jegor deve ritrovare, più ancora che la salvezza fisica. Ed è la stessa cosa che sembra dirci Wiernik, nel suo straziante Capitolo 1, una sorta di lettera al lettore nella quale egli ci precipita nell’abisso di sè prima di precipitarci nei dettagli terrificanti dell’abisso della Storia, che poi ci racconterà senza quasi sentimenti, perché nulla dice più dei fatti. L’alba – livida, perchè sempre livida è la ricerca di sè – di Singer e il quieto canto degli uccelli di Wiernik. La casa del padre e il bosco pieno di partigiani polacchi dove Wiernik riesce a fuggire. Nel giardino delle rose, quel giorno, ho pensato a lungo, e ho dovuto aspettare, per scrivere. Guardo il gelsomino sul mio balcone. Domani o dopo sarà fiorito. Il cielo si è ingrigito, di nuovo, e c’è un caldo umido senza sole che fa pensare a una serra. Può darsi che piova, stasera.
Dear the-Reader, mi perdoni. È un periodo così, e Musette sembra aver perso gioia e senso dell’umorismo. Ma sono contenta, perché questi due libri mi giravano in testa da quando li ho letti, e al Roseto ho finalmente sentito che era tempo di raccontarne, nel modo un po’ bislacco e poco sistematico che è proprio di Musette, che ha un cervello analogico, più che logico, e mette insieme in un gran minestrone rose gelsomini un grande scrittore un falegname e anche una luna a tratti velata che a Roma ho visto dalla finestra, perché non riuscivo a dormire. Gliela mando, insieme a una suggestione di rose, un roseto bianco, alcuni boccioli rovinati dalla pioggia, molti petali a terra. In un altro momento avrei scelto rose carnose, al massimo del loro fulgore, di una tonalità intensa, magari un certo punto di rosso, o arancio, con lo sfondo della città e della sua bellezza. Ma oggi no: il bianco, i petali caduti, i fiori rovinati prima di sbocciare, il graticcio che sorreggeva la pianta di rose, il cielo ventoso, nuvole fredde, colori d’inverno, e luce lunga, come d’estate, mi sembrano adatti al racconto di Wiernik e anche a quello di Singer. Ho raccolto da terra due petali, quel giorno, e li ho messi in un libro che avevo in borsa. Adesso li cercherò e li metterò nei libri di cui le ho parlato. E magari, chissà, quando saranno fioriti, metterò a seccare nei libri anche due fiori di gelsomino. (Lo so, ci mancavano solo i fiori secchi. E dire che gli erbari non mi sono mai piaciuti. La prossima volta cercherò di cambiare tono, davvero)
Ogni tanto mi chiedo chi glielo fa fare di leggere quello che scrivo. Ma continui, la prego: non può sapere quanto questo mi dia gioia.

Con affetto

Mnm

ps. mentre stavo per chiudere mi è venuto in mente un bellissimo racconto di Englander ” Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” Un racconto stupefacente, che potrebbe essere il terzo anello della catena. Nonostante una vena ironica quasi scanzonata, di nuovo una domanda terribile, come centro. E due risposte alla fine. Un sì e un no. Quel no risuona nelle mie orecchie e mi ha talmente turbato che l’avevo rimosso. È strano che non mi sia venuto in mente prima, nè al Roseto nè oggi mentre scrivevo. Ma forse non è strano affatto: proprio perché mi ha così profondamente colpito ho cercato di proteggermi dalla sua portata deflagrante. (per fortuna, dirà Lei: un altro anello non si poteva sopportare)

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Di un’ Odissea delle meraviglie e di un’ Odissea giapponese. E di case vicine e lontane, e di un giardino.

Dear -the-Reader,

Da due giorni c’è il sole, a Milano impazza il salone del mobile e soprattutto il FuoriSalone, le strade e le metropolitane sono piene di stranieri e ovunque incontri qualcuno con una cartina in mano; nelle vetrine, nei cortili, negli androni fanno mostra di sè alberi di cartone, vecchie biciclette, lampade a forma di cuore che illuminano  parole del cuore scritte sui muri, sculture fluide, rane giganti di tutti i colori appese ai balconi, e un’infinità di sedie, tavoli, scrittoi, oggetti per il bagno, mestoli da cucina, mobili e mobiletti fatti di qualsiasi cosa si possa immaginare. E stoffe, plastiche, gomme, piastrelle, rame, legni, foglie, fili, materiali di ogni tipo, a metri, a fasci, a rete, a corpo, a peso e a misura. Una grande sagra rutilante che riesce perfino a far dimenticare la crisi, l’imminente elezione del Presidente della Repubblica, il marasma paludoso in cui siamo immersi. Una sorta di ubriacatura di colori di forme di bellezza di bruttezza di “eventi” di mostre di oggetti, di folla. Un sacco di gente che gira come impazzita da uno spazio all’altro, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tutti che fotografano, che prendono depliant, che si nutrono di immagini, giovani, meno giovani, originali e presunti tali, da soli, in due, in branco. Un’ umanità variegata ma non troppo, che si muove in bici, in metrò, in taxi, a piedi, con trolley e zaini e borse piene di fogli di carta, cartelle colori, campioni di eco pelle o di fintovetro. Una specie di balletto un po’ surrealista e un po’ futurista, partitura su I-phone, scenografia urbana.
Settimana scorsa sono andata a teatro, a vedere un’ Odissea del teatro nazionale greco con la regia di Bob Wilson. Una vertigine di bellezza, di parole, di movimento. Luci come in una fiaba d’incanto. Il testo in greco, (nella versione di Armitage) coi sottotili in italiano, attori bravissimi che cambiano ruolo in continuazione, un pianista compositore che suona in scena dal vivo, giù dal palcoscenico, come nel cinema muto. (La Grecia della crisi che ci regala un’ Odissea delle meraviglie: un buon segnale, no?) Una cosa che non si può descrivere, fisica, magica, ironica, poetica, profonda. Una scenografia scarna, quasi nulla, tranne dei video, pochi oggetti, pannelli mobili che si spostano e ridisegnano lo spazio come in pensieri che si susseguono. Moltissime scene memorabili, ma più di tutto, più di tutto, le sirene. Donneuccellopesce calve, dalle ali piumate, i corpi incredibilmente candidi tra la coda nera fissata in verticale sugli scogli e le ali dispiegate in orizzontale, nere, nerissime anch’esse. Un movimento solo di busto, e soprattutto di braccia, di mani, di visi, di bocche spalancate in urla e gridi e versi ancestrali, straziati, strazianti, fisici come una parola arcaica. Suoni dalla profondità, del mare, delle viscere, del sesso, dell’anima, del corpo e della mente. Il tempo sospeso del desiderio, dell’attesa, del richiamo dentro e fuori di sé. Ulisse legato all’albero della nave, come noi che le guardiamo e non possiamo allungare una mano, fare una carezza, sentire un respiro. Uno sgomento, una meraviglia, uno sguardo dentro di noi, dentro la nostra animalità e il nostro pensiero. Siamo le sirene e siamo Ulisse legato. Siamo femmina e siamo maschio, tutti. Siamo questo strano impasto di desiderio e di saggezza, di intelligenza e di animale profondo. Gridano le sirene e grida Ulisse, ciascuno legato al proprio palo o al proprio scoglio, nessun movimento possibile, se non la voce, suoni che non sono parole ma che dicono di più delle parole, e quei visi, quelle mani, quelle braccia e quei torsi nivei che si contorcono avvolti da piume nere.  Davvero, una vertigine, come in un romanzo che ci svela qualcosa di noi, quando leggendo di altri mondi e di altri tempi e diciamo, ecco, sono io. Uscendo dal teatro, ho camminato a lungo, e ho visto la prima magnolia fiorita della stagione. Boccioli bianchi su cielo nero, bellissime case ottocentesche intorno, i miei passi solitari nella notte. Mi piace camminare di notte nel centro della città. C’è qualcosa di stralunato, le luci dei lampioni e i fari delle automobili, i negozi chiusi, i manichini senza volto che sembrano l’esercito di pietra, il rumore dei passi miei e altrui, qualche volta una luna che sembra indicare la strada come i sassi di Pollicino.

Tornare a casa. Tornare a se stessi, come Ulisse che torna a Itaca. Tu sei la mia casa, Tu sei Itaca, dice Ulisse a Penelope nel testo di Armitage quando tutto è svelato, perché “solo Ulisse conosceva i segreti di questo talamo”, come dice Penelope. Il talamo scavato nell’ulivo come centro della casa, la casa costruita intorno a quel talamo. Cosa significa tornare a casa? Ho pensato ai miei viaggi di andata e ritorno, ai treni che ho preso e ripreso, a una casa che erano due e a due case che erano una. All’andata e al ritorno. Quali erano le andate? Dove portava il ritorno? Nell’ultimo treno che ho preso da Roma a Milano avevo con me un inserto di un giornale che si intitolava “Partire per ripartire”. Un inserto di viaggi, ovviamente. Ma quel titolo, l’altra sera, nella mia passeggiata notturna, mi è venuto in mente e si è mescolato alle voci delle sirene, alle parole di Ulisse, a partire, a tornare, a ripartire, all’idea di casa. Che cos’è casa? È qualcuno, casa? o è un luogo, uno spazio, o un’insieme di cose? È Penelope, casa? O è Itaca? O è quel talamo nell’ulivo che dà origine a tutto ciò che c’è intorno? O è tutte e e tre le cose, e non ci sarebbe casa senza una di esse? Camminando, ho visto che in un negozio dall’altra parte della strada stavano lavorando, luci accese, scale, atrezzi. Ho attraversato e ho capito che stavano allestendo uno spazio per il FuoriSalone, nonostante l’orario notturno. Mi sono fermata a guardare, perché mi piace tantissimo vedere le cose che prendono forma per il lavoro di chi lavora. Montavano qualcosa che assomigliava a delle nuvole sospese, luminose, di una maglia metallica. Il cielo in una stanza, avrebbe detto Gino Paoli. Mentre ero lì, due operai sono usciti a fumare una sigaretta. Uno era arabo, l’altro di qualche paese dell’est Europa. Fumando, l’arabo ha detto “non vedo l’ora di tornare a casa.” L’altro ha assentito. Mi sono chiesta se volesse dire a casa, a Milano, stasera, o a casa, da qualche parte del mondo, chissà quando. Mi sono un po’ allontanata, perché mi sembrava di disturbare un’intimità a cui ero estranea. Ho pensato al romanzo di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare. Un romanzo scritto in prima persona plurale. Noi. Noi, giovani donne giapponesi sposate per procura, felici di partire verso l’altrove americano, verso una nuova casa. Noi, donne giapponesi spaventate, sfinite dal lavoro, dalla miseria, dalla brutalità di mariti sposati per procura, dai figli, dalla terra, con il solo desiderio di tornare a casa, in Giappone. Noi, donne giapponesi che improvvisamente, quando i nostri mariti giapponesi cominciano a essere prelevati dopo Pearl Harbour perché si pensa che siano spie, cominciamo a temere di perderli, di perdere la nostra casa. Noi donne giapponesi che quando è il momento di essere tutti prelevati, tutti portati via, puliamo i vetri e i pavimenti, e nascondiamo un sacco di riso sotto le assi del pavimento della cucina per il nostro ritorno. Perché è lì che vogliamo tornare, nelle fattorie o nelle lavanderie o nei ristoranti in cui ci siamo sfinite e amareggiate, e ora ci sembrano casa, e non vogliamo lasciarli, e vogliamo pensare di tornare a quel frutteto, a quel campo di fragole, a quella tavola calda. Cos’è casa? Qual è la casa di queste donne? Dov’è il luogo del ritorno? Esiste Itaca? È nel Giappone della fanciullezza o nelle baracche americane che saranno depredate, i vetri rotti, i macchinari smontati? Non bisogna attaccarsi troppo alle cose di questo mondo, dice una di queste donne, prima di partire per non si sa dove, come a dire che non sono le cose che fanno casa. Ma tutte lasciano qualcosa che parli di loro nella casa che abbandonano, un paio di sandali, una ciotola di orchidee, “un Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride”. Ancora oggi il Budda ride. Potrebbe essere una fotografia di Somoroff. Una soffitta piena di oggetti vecchi e in un angolo un Budda che ride. Le case vuote, le cose rotte o rubate, e dopo un po’ nuovi abitanti, nuovi contadini, nuovi lavandai, cinesi, messicani, americani. E quelle donne giapponesi chissà dove che pensano a “casa”, in un’ Odissea senza ritorno.
Da un po’ discosto, ho guardato i due operai che non vedevano l’ora di tornare a casa rientrare nel negozio e sospendere al soffitto con fili invisibili quelle nuvole metalliche che qualcuno comprerà per fare di uno spazio qualsiasi la propria casa. Ha incominciato a piovigginare, e mi sono incamminata verso una metropolitana. A casa, casa mia, sono stata sveglia a lungo, perché non riuscivo a dormire. Le voci delle sirene mi tormentavano e si mescolavano a quelle degli esseri umani, dell’operaio arabo, delle donne giapponesi, di Ulisse, di Penelope, del pianoforte meraviglioso che avevo ascoltato. Poi, finalmente, è venuto il sonno.
Oggi c’è il sole, come dicevo, e una temperatura quasi calda. Mi piacerebbe andare al mare. Chissà se da lei c’è il mare, dear –the-Reader, o se sta in mezzo alla pianura o su una montagna rocciosa. Chissà dov’è la sua casa. La mia è qui, ma a volte mi è sembrato che fosse altrove. Perché ci sono dei luoghi, a volte, che amiamo così tanto da farli diventare casa. Sa cosa mi viene in mente, mentre le scrivo? Il giardino delle rose, in piena fioritura, a maggio, a Roma. Voglio tornarci, e so che mi sembrerà di tornare a casa. Sì, voglio tornarci, e quando lo farò le manderò una cartolina, glielo prometto.

Mnm

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Della Passione, e del diario di Eva. Quando arriva la primavera?

Dear-the-Reader,

continua implacabilmente a fare freddo. La settimana scorsa merita un piccolo diario atmosferico: Domenica l’altra pioggia battente, lunedì neve tutto il giorno, martedì sole freddo, mercoledì pioggia gelida, giovedì (21 marzo), improvvisa giornata tersa tersissima, con un sole vero che mi ha fatto venir voglia di sedermi su una panchina, con la giacca sbottonata, e sentire il calore sul viso, e chiudere gli occhi, e vedere i pallini gialli luminosi attraverso le palpebre chiuse, come ho fatto tante volte a Roma, magari a novembre, o perfino a dicembre, in certe giornate, seduta al tavolo di un piccolo ristorante, gli altri avventori all’interno e io invece lì, seduta fuori, come in un giorno di maggio. Venerdì sole velato, sabato nuvolo, e una pioggerellina nel pomeriggio, domenica pioggia battente, e un gran freddo, di nuovo, con un moto circolare che quest’anno sembra riportarci sempre indietro, al grigio, al gelo. Le forsizie, però, sono fiorite. Una fioritura sciupata, come una sciarpa di seta tenuta malamente in una valigia per tanto tempo. Ci vorrebbe di nuovo il sole, ma presto, perché la fioritura delle forsizie dura poco, e la pioggia toglie loro il vigore che possono avere solo in questo momento, fiori senza foglie, e tutta l’energia lì, in un giallo che di solito è abbagliante, dopo mesi in cui i rami glabri che sembrano stecchi di nido aspettano solo il tempo di questa stagione. Bisognerebbe tirarla fuori dalla borsa, quella sciarpa di seta, e lisciarla con le dita, e forse stirarla con il ferro appena tiepido, tenendolo sollevato perché non sciupi il tessuto, ma solo gli trasmetta calore, cosicchè le dita possano riportarlo allo splendore di prima e togliere i segni che rendono la seta sciatta, perfino brutta.
Di questa settimana non dico nulla perché non c’è nulla da dire, piove e ci saranno tre o quattro gradi, le forsizie un po’ più gialle, ma sempre meste. È come se il battito che dovrebbe animarle si fosse rallentato, e il colore non ce la facesse a mostrarsi in tutta la sua pienezza. Forsizie che hanno perso la meraviglia dell’Eden da cui pure sono venute.
In questi giorni ho riletto Il diario di Eva, di Mark Twain. Un piccolo delizioso libro, con disegni liberty che incantano. Eva che guarda e scopre, e dà nome alle cose, agli animali, ai fiori, così, senza pensarci, e il nome è quello giusto, e non ce ne potrebbe essere un altro. Il nome, la parola. E il fuoco è fuoco e le stelle sono stelle. Eva dice il nome e Adamo, che di dare nomi non è capace, forse perché le cose le guarda nel loro divenire e nella loro funzione invece che nella loro sostanza, Adamo non può che assentire, quando sente le parole di Eva, e dire sì, questo è il nome, e chiedersi stupefatto come sia riuscita a trovare e a dire quella parola, quella parola e non un’ altra. L’altra sera sono andata a sentire la Passione secondo Matteo di Bach. Cerco la parola, tra tutte le parole che potrei usare, per dire quanto ogni volta sia un’esperienza, oltre che una meraviglia. Tre ore di totale abbandono, tre ore di bellezza, di dolore, di struggimento, di vita e di morte, di forza e di dolcezza. Ho pianto l’altra sera, seduta sulla mia poltroncina di teatro. Cerco la parola, ma non la trovo. Quando sono uscita, ho camminato a lungo, e i suoni e le parole vibravano e hanno hanno vibrato e continuano a vibrare ancora oggi nella mia testa e nel mio cuore. La musica che scandisce un tempo di dolore, del Cristo, ovviamente, ma anche di Giuda che lo tradisce e poi si impicca, di Pietro che lo rinnega tre volte e al canto del gallo “pianse amaramente”. Pianse amaramente. Ho sentito la Passione un’infinità di volte e ho assistito a molte esecuzioni dal vivo. Ma ieri sera queste parole, pianse amaramente, mi hanno dato un dolore diverso. Un uomo mente, e rinnega, e ancora, e ancora, e poi piange amaramente. È la parola amaramente che mi si è conficcata nei pensieri. L’amarezza di sé, della propria viltà, della propria inconsistenza, dell’incapacità di essere quello che vorremmo essere. L’amarezza di Pietro, a differenza del dolore del Cristo e dell’orrore di sè di Giuda, è quella di tutti noi davanti alla vita che ci travolge e alla quale non sempre sappiamo far fronte come vorremmo. L’amarezza di Pietro è la nostra, quando siamo meschini, o codardi, o bugiardi, e poi di colpo, al canto del gallo, come se ci fosse bisogno di qualcosa di fuori, ce ne accorgiamo, e il pianto è amaro, e non ci consola, ma ci mostra e ci denuda davanti a noi stessi. E non c’è nulla di così difficile che reggere il proprio sguardo. E la musica di Bach che ripete e riprende, e ancora e ancora, come a fissare un’ istantanea di quelle che mi piacciono tanto, per sempre, lì sulla carta, amaramente. Oggi piove, è la settimana santa, ho respirato Bach, le forsizie sono gonfie d’acqua anziché di colore, sento così freddo che non riesco nemmeno ad andare in piscina. Uffa. Ma penso ad Eva, e alla sua voce che racconta e che nomina il mondo che guarda con meraviglia. Eva guarda Adamo, e quando lui sembra non vederla lei parla a se stessa, il viso rivolto all’acqua che diventa specchio. Eva si parla e impara a volersi bene, e a trovarsi speciale. Ma non le basta trovare se stessa: Eva cerca l’altro, e dopo la caduta pensa all’Eden come a un sogno. Ma è “felice” di essere sulla terra, perché lì Adamo è divenuto Adamo e non solo l’altro “esperimento” del creatore. “Sì, penso di amarlo per la semplice ragione che mi appartiene ed è maschio. Non ne esiste altra, mi pare. Per questo quindi penso sia vero quelle che ho detto fin dall’inizio: che non sono stati né i ragionamenti né le statistiche a dar vita a questa forma di amore. Semplicemente accade – nessuno è in grado di sapere come – e non lo si riesce a spiegare. E non ce n’è bisogno.” Mi fa sorridere, Eva, come a dire che è tutto molto più semplice di quanto ci raccontiamo. Tutto accade, l’Eden, la caduta, la biologia della vita e del desiderio. Alla fine, quarant’anni dopo la caduta, nella penultima pagina del libro, Eva chiede a Dio di morire insieme, lei e Adamo, e se ciò non sarà possibile, di morire prima di lui, perché “la vita senza di lui non sarebbe vita. Come farei a sopportarla?” Una preghiera struggente, un dire e un dirsi la propria debolezza, un dire e un dirsi un’ appartenenza. Le parole che dicono il dolore dell’assenza, che come lei sa, dear-the-Reader, è un tema a me molto caro. Ma perché Eva ha così bisogno di Adamo, più di quanto lui ne abbia di lei? È la voce così maschile di Mark Twain a dare forma ai pensieri di Eva? Perché Eva sarebbe disposta ad amarlo anche se lui non fosse buono o gentile, perfino se l’ umiliasse, o la picchiasse? (Sono parole sue, che sembrano uscite da un qualche articolo molto attuale) Qual è la parola da usare? Amore, come Cristo che ama anche coloro che lo abbandoneranno nel momento del dolore, e lo tradiranno? È amore non poter fare a meno dell’altro? E che cos’è l’amore? È un dato biologico, come dice Eva, unito all’appartenenza? Anche dopo quarant’anni, al punto di desiderare la propria morte piuttosto che la perdita? E l’altro? Chi è l’altro? L’altro sono altri, come diverse volte ci ha raccontato Mark Twain? Chi è Adamo? È l’Adamo che ci innervosisce, rozzo e distratto, privo di poesia e incapace di dire, o quello che ci stupisce dicendosi che forse quello di Eva è il modo giusto, guardare, osservare, farsi domande, formulare teorie e sperimentare? “È l’atteggiamento giusto, lo ammetto, mi attrae e mi affascina; se stessi più a lungo con lei penso che adotterei quell’atteggiamento anch’io.”(Atteggiamento interessante: una specie di metodo scientifico del paradiso terrestre, unito alla magia della meraviglia innocente.) Ci lascia senza parole, nell’ultima pagina, Adamo, per quanto abbia imparato a dire: sulla tomba di Eva Adamo dice “Ovunque lei sia stata quello era l’ Eden.” Poi però ci viene un dubbio: l’avrà detto a Eva, prima che morisse? E Dio? Perché Dio ha accolto una preghiera di morte invece che dare a Eva la forza che le mancava?
Insomma, dear-the-Reader, avevo preso in mano questo librino per distrarmi, sperando nella solita ironia tagliente di Twain – che pure c’è – e invece mi trovo qui a pensare all’amore, alla Passione, al dolore della perdita, alla musica di Bach e quant’altro. Eva, Pietro, Adamo, amare, rinnegare, tradire se stessi e l’altro, in uno specchio o in un avverbio, amaramente. Insomma, quando viene la primavera? Oggi è venerdì Santo, è la Passione. Domenica è Pasqua. Non sono sicura, ma forse si torna anche all’ora legale. Non è che si pretende tanto: basterebbe un po’ di luce, qualche fiore rigoglioso,  quattro o cinque gradi in più, magari chissà, anche un telegiornale che non dia la sensazione di un pantano melmoso che assomiglia sempre di più alle paludi che da piccola mi facevano tanta paura. Aspettiamo, dear-the-Reader. Lunedì sarà Aprile. Speriamo in Aprile, con quel nome così delicato (avevo scritto lieve, ma ho cancellato. È un aggettivo di cui sto abusando, ultimamente. Vorrà dire qualcosa?)

Le mando un saluto affettuoso da est, da oltreoceano. Speriamo che da lei ci sia un po’ di sole, almeno lì.

                                                                                                            Musette-non-musette

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Di segni e contrassegni. Con tre istantanee da Milano, e un po’ di Marai.

Dear -the- Reader,

piove. Dopo tre giorni di luce inauditamente tersa, dopo un vento freddo che ha inconsuetamente reso questa città limpida come una città di mare, di nuovo oggi piove, in un grigio piatto che toglie tridimensionalità agli edifici, alle strade, ai semafori e in un certo senso anche agli esseri umani e al cielo che sembra essere stato inghiottito e risputato come una poltiglia informe e priva di colore.
Ma ieri no. Ieri, freddo, freddissimo – non c’è ancora nemmeno una forsizia fiorita – ma luce generosa, che disegnava ombre e sbalzava chiunque – chiunque – dallo sfondo. Una serie di istantanee, ieri, camminando a vuoto per la città. Due persone molto anziane, un uomo e una donna, che camminano lentamente. Lui ha un bastone, un bastone elegante, e vi si appoggia visibilmente. Lei è minuta, è più sicura di lui nel movimento, ma ha uno sguardo spaurito. Si tengono per mano. Nonostante il bastone, nonostante la lentezza dei passi, è lui che la conduce, e che la sostiene. Anzi, che la tiene. La tiene per mano come una bambina, e lei gliene sembra grata. C’è il sole e un sacco di gente per strada, è sabato, in centro, ma loro sembrano camminare su un’isola, lungo il mare luminoso d’inverno, in silenzio. Sembra che vadano verso un luogo segreto, quel masso, quella insenatura, quel caffè sulla spiaggia che è il loro luogo. Li guardo. Penso ai miei luoghi. Mi volto e continuo a guardarli finché riesco a vederli. Poi riprendo a camminare, e mi sento come una sonnambula o una funambola, non so, forse entrambe le cose. La città mi sembra un grande circo, cammino su un filo e guardo giù, tutto ondeggia, e gli occhi mi si chiudono perché ho un gran sonno, e vorrei solo dormire, ma sono sul filo e non posso. Respiro. Entro in un bar e bevo un caffè. Respiro. Poi riprendo a camminare, e cerco di guardare le vetrine di primavera, e mi dico che sì, il freddo finirà. Ci sono sandali e vestitini leggeri, ma non riesco a non pensare che mi sembra una stonatura, e abbasso ancora di più il cappello, e prendo i guanti nella borsa.
Poi cambio strade. Lascio i negozi e la folla del sabato e mi incammino lungo vie più discrete, senza insegne rutilanti e piedi e voci. Entro in una piccola libreria (esistono ancora, poche, coraggiose, piccole case di accoglienza per coloro che si sentono alieni da questo mondo). E proprio lì, davanti a me un libro che ho appena finito di leggere, di Sandor Marai, “La sorella”. Ne ho appena letti tre, di Marai, quasi in fila, cosa piuttosto strana, per me. Di solito preferisco cambiare autore, dopo una lettura, a seconda del momento, dei libri che ho in casa, perfino della stagione. Ma questa volta è andata diversamente. Ho letto “L’ultimo dono”, il suo quaderno di diari degli ultimi anni, su consiglio di qualcuno che è passato di qui. Una lettura folgorante, che ha toccato corde profondissime, perché è la vita vera, la fine della vita, raccontata senza finzioni. Ma non voglio parlare di questo, ora. Poi ho letto “L’eredità di Eszter”, e poi, appunto, “La sorella”. Due libri diversi, questi due, apparentemente, al fondo dei quali sta però in un certo senso la stessa domanda: chi ama chi? Crediamo di amare qualcuno, e che quel qualcuno ci ami, oppure non ci ami, e passiamo molto tempo a interrogarci e a convincerci. E poi, d’un tratto ci sono parole che ci svelano segreti. Ci sono lettere, nel caso di Eszter, o parole sussurrate versus lettere, nel libro “La sorella” (si intende una monaca, nel titolo) che scardinano tutte le nostre convinzioni più profonde, e davvero ci fanno pensare con sgomento “chi ama chi, in questa vicenda?” E cosa sono le parole, e quali sono le parole che ci salvano, se delle parole possono salvarci? “Certi ritorni sono pericolosissimi” dice (nel La Sorella) il medico al suo paziente, invitandolo a non tornare da una donna che crede di amare, che crede gli abbia in un qualche modo salvato la vita. “Certi ritorni sono pericolosissimi”. Ho aperto in quel punto, nella piccola libreria silenziosa, due o tre solitari come me, il libraio intento al suo computer, un rumore di elicottero dalla strada perché, non lo sapevo, in quel momento di luce piena da qualche parte della città c’erano scontri e vetrine infrante e buio di lacrimogeni. Leggo queste parole, e penso ai due vecchi che ho appena visto, a Marai che si uccide quasi novantenne dopo la morte della moglie, a tutti noi che almeno una volta nella vita ci siamo chiesti se tornare. Non tornerà, il pianista protagonista del libro di Marai, da colei che credeva essere la ragione della sua vita e della sua musica. Non tornerà perchè le parole salvifiche sono venute da altre labbra, da altri mondi, insospettati, lontani. Perché in fondo lo sappiamo, quando non dobbiamo tornare, e anche se qui è un medico, che lo dice, in una metafora che può anche essere un po’ didascalica, le parole degli altri – quando sono lucide – non sono che conferme a ciò che sappiamo da noi, o meglio, forse, di noi. Appoggio il libro sul banco ed esco. Cammino ancora un po’, è presto, la luce è ancora intensa. Passo davanti a un chiosco di fiori, primule e tulipani, perfino fresie. C’è una musica che viene da qualche parte. Mi guardo in giro e attraverso la strada. Un vecchio zingaro con un vecchio organetto su un piccolo carro di legno, tutto colorato. Mi fermo, ascolto, poi cerco una moneta. Gliela metto nel cestino e il vecchio si toglie il cappello e mi dà un bigliettino della fortuna, con tanto di numeri del lotto consigliati. C’è scritto qualcosa come di non allontanarmi da chi veramente mi vuole bene, e che ho troppa convinzione di essere nel giusto. Lo rileggo e poi me lo metto in tasca. Penso che oggi è strano: mi capitano parole di Marai che dicono una cosa e bigliettini della fortuna che dicono il contrario, vedo due vecchi per mano e vago da sola nella città, sento un organetto antico e un elicottero sopra la mia testa. Non so. Sarà che uno vede i segni che vuole vedere, e che io sono così confusa che perfino i segni sono confusi. Mentre penso confusamente alla mia confusione cosmica, un uomo si avvicina allo zingaro, gli dà un soldo e riceve un biglietto. Io lo guardo, per vedere la sua reazione, ma lui se lo mette in tasca senza leggerlo, e tira dritto. Mi viene da ridere. Ecco come si fa. Si mette in tasca e si tira dritto. Sì, mi viene da ridere, e anche un po’ da piangere, perché sono confusa. Sarà che la luce è così nitida oggi, – ieri – e non fa che accentuare per contrasto la foschia che sta dentro la mia testa. Sarà che ho dormito poco, e sto come in una nebulosa non ancora scoperta. Intanto che penso confusamente, sempre lì ferma, l’uomo che ha preso il bigliettino è già arrivato all’angolo della strada, e ha svoltato. Mi muovo, finalmente, il pezzo di carta in mano, la mano nella tasca. Torno verso il chiosco di fiori e mi regalo un po’ di primavera.
Caro -the- Reader, la prego, regali un po’ di primavera a qualcuno, nei prossimi giorni.
Qui ha piovuto tutto il giorno, e i tulipani che ho comprato ieri stanno sul tavolo davanti alla finestra, e insieme alle primule dietro il vetro, che hanno superato l’inverno, – giallo e bianco, bianco e giallo – mi regalano una gran gioia e una gran consolazione. Mi piacerà pensare che anche lì, da qualche parte dove sta lei, qualcuno avrà fiori sul tavolo e la primavera sarà un po’ più vicina.

Sia paziente, tornerò più lieve.
Musette-non-musette

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Di una mostra e dello sguardo, e di un filo di sole dopo la pioggia.

Dear -the- Reader,

oggi lo schermo si è illuminato di una sola visita, la sua. Me ne viene una gioia che non le so dire, come per il sole di oggi, dopo lunghissime giornate di pioggia battente, di grigio, di un’umidità ostile che si infila dappertutto, nonostante cappelli e sciarpe e scarpe gommose che sembrano quelle dei palombari. Ma oggi c’è il sole. Una pausa. Una tregua. Un calore morbido che fa venir voglia di togliersi il cappello, di lasciare la testa nuda in modo che i pensieri si riscaldino. Ho camminato un po’ stamattina, e mi sono fermata a leggere in un caffè, giornali e un libro, e caffè, e una cosa dolce. Ieri sono andata alla mostra di Somoroff – Sander, quella del cui manifesto le ho raccontato l’ultima volta. Una vertigine di bellezza e di senso. Non è allestita come pensavo quando ho guardato sul sito. Non ci sono le due immagini accostate, con soggetto e senza. No. C’è un’unica stanza rettangolare. Sui due lati lunghi le fotografie, da una parte Sander, il pieno, cornici semplici di legno, e dall’altra Somoroff, il vuoto, cornici semplici di metallo. Non sono simmetriche, tranne la prima e l’ultima, cioè al soggetto di uno non corrisponde nella stessa posizione sull’altra parete lo sfondo dell’altro. Tutte le presenze da un lato e tutte le assenze dall’altro, e se si vuole vedere l’assenza corrispondente a una presenza bisogna cercare qua e là tra i quaranta scatti della parete dei vuoti. In mezzo ci sono delle panchine. Mi sono seduta lì, a guardare gli altri orientarsi in quella rete. Alcuni guardavano tutti i pieni e poi tutti i vuoti. Altri facevano così, ma poi tornavano a rivedere i soggetti, come se uscire da lì con l’assenza, invece che con la presenza, fosse troppo doloroso. Altri, pochi in verità, zigzagavano continuamente, come avevo fatto io, tra i pieni e i vuoti. C’era poca gente, pochissima, e sono rimasta lì un po’ per vedere traiettorie e spostamenti che sembravano mappe di pensieri. C’era una scala, in fondo alla stanza, e si scende in uno spazio completamente buio, tutto allestito su nero, avvolgente, dove sei dei quaranta sfondi privati di soggetto sono ingranditi e proiettati in forma di video. In ognuno di questi luoghi interviene qualcosa, lentamente, appena accennato, un soffio, un respiro che inizia a muovere, e restituisce altra vita, una vita propria a qualcosa che era rimasto privo di soggetto, che era divenuto solo e non solo sfondo. Uno struggimento, un senso di vertigine e di meraviglia che non le so dire. Li ho guardati e riguardati, e respirati, perché non c’è altra parola. Tutti mi hanno inchiodato lì, ferma, come se non potessi far altro che guardare quei movimenti, come se non potessi muovermi io stessa, perché tutto si compiva lì, davanti al mio sguardo, e non ci fosse posto per nient’altro che il respiro. Ma in particolare ce ne sono due che le voglio raccontare. La prima è una stanza, vuota, bianca, di una grande casa elegante della vecchia Europa di prima della guerra, soffitti ampi, spazio, silenzio. Il soggetto di Sander era un pianista, curiosamente – dato che egli ama rappresentare gli “strumenti” di lavoro – senza pianoforte, in piedi vestito da concerto. Senza di lui la stanza appare ancora più grande, più bianca, più vuota, e la porta finestra sullo sfondo ancora più chiara, velata di tende bianche leggere. Nel video lentamente, quasi impercettibilmente all’inizio, una sorta di brezza inizia a muovere quelle tende. Un angolo, un lembo di stoffa appena spostato. Poi un po’ di più, la tenda si sposta, si solleva, lascia nudo il vetro, si sovrappone all’altra tenda. Una brezza che viene da dentro, perché la finestra è chiusa, o da un’altra finestra che non si vede, chissà. Una brezza che vivifica, che muove, ed è forse per questo che mi pice pensare che sia dentro la stanza, come a dire che anche con la finestra chiusa qualcosa si può sempre muovere, se siamo pronti a cogliere il battito segreto delle cose. Mi ha fatto pensare a una bellissima sequenza di un film – credo American Beauty, ma potrei sbagliarmi, potrebbe essere anche Magnolia – in cui un sacchetto di plastica a terra per strada, sporco, a poco a poco si anima e si muove, sospinto da un vento che modifica le cose.
L’altra è un’immagine in esterno. Una panca accostata a un muro di mattoni. Sulla panca dei libri aperti, scritti in braille. Questo lo sappiamo dall’immagine di Sander. Nella sua foto – potentissima – su quella panca siedono delle ragazze cieche – forse nel cortile di un istituto – che “leggono con le dita” i loro libri in braille, che tengono appoggiati sulle gambe. Nell’immagine di Somoroff i libri “vengono appoggiati” aperti sulla panca. È un’immagine che pone molte domande. È l’unica in cui gli oggetti subiscono uno spostamento. In tutte le altre gli oggetti rimangono dov’erano o vengono tolti (come il leggio dei suonatori di strada). Certo i libri non potevano rimanere sospesi (come in un film di Wenders, con tutt’altro effetto) ma comunque è strana, diversa dalle altre, perché quei libri appoggiati hanno qualcosa di vivo che altri oggetti non hanno, non so, sarà che amo i libri o più semplicemente che lì sono aperti, come a dire che sono in quel punto, proprio quello, della loro esistenza, fissato in un’immagine. Non so. Comunque mi aveva colpito molto, anche prima di vedere il video. Di nuovo una brezza. Di nuovo un angolo che si solleva. Poi la pagina di un’altro libro. Poi altre pagine, altri mondi che si sfogliano. È diverso dalla tenda. La tenda si muove si gonfia, si ferma. I libri sono pieni di parole, e ogni pagina è un pezzo di una storia. Quell’aria leggera esplora la vita, avanti e indietro, crea racconti, stabilisce memoria. Non so se riesco a spiegarmi. Davvero, come le ho detto, una vertigine.
Stamattina, seduta in quel caffè, guardavo fuori. Seduti all’esterno c’erano due signori anziani, un uomo e una donna, credo stranieri. Sullo sfondo un giardinetto un po’ triste, da fine inverno e primavera ancora da venire. I due non si sono detti una parola. Stavano lì, uno di fronte all’altro. Poi è arrivato un raggio di sole, e la donna ha girato la testa, e ha chiuso gli occhi, come per sentirlo di più, e dentro. L’uomo le ha detto qualcosa, e ha sorriso. Lei non ha risposto. Un attimo, uno scatto. L’immagine di Somoroff sarebbe stata quella di un tavolino all’esterno di un caffè. Due bicchieri vuoti, due sedie scostate. E una luce a metà, metà inverno metà primavera, solo su una sedia, e su metà del tavolo. Dietro un albero brullo, su un’aiola spelacchiata. Poi il sole si è coperto, e la donna si è infilata il cappotto. Ho abbassato gli occhi, per una sorta di pudore che mi ha fatto pensare a quanto uno sguardo possa mettere a nudo. Il mio che guardo fuori da un caffè, quello di Sander che indaga gli esseri umani e quello di Somoroff che ne scruta l’assenza. Mi sono chiesta cosa veda lei, da oltreoceano. Cosa legga, tra queste righe, e che cosa la faccia tornare. Le sono grata del suo sguardo. Lei non può sapere quanto, in questo momento di mancanze, e di buchi e di assenze.
La ringrazio infinitamente

Musette-non-musette

ps. cercherò di essere più lieve, la prossima volta, e di tornare a qualche libro. Non potrei mai perdonarmi di indurla a non tornare.

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