Di un Baco tessitore e di un sarto silenzioso, e del tempo in un filo di seta. E di calore sulla schiena, al sole.

Dear the-Reader,

per molto tempo Lei non è passato su queste mie pagine, e ho pensato che – anche – lei si fosse stancato di questi miei pensieri. Così non le ho scritto, anche se ho preso treni, perché mi intristiva gettare parole nell’etere senza il lettore a cui sono destinate. Poi, un po’ di tempo fa, ho rivisto la cartina degli Stati Uniti arrossire, e sono arrossita a mia volta di piacere e di vergogna per essere stata così sciocca. Io non scrivo mai e lei ha diradato i suoi passaggi, è ovvio, perché non ha senso aspettarsi lettere da buste vuote. Così La ringrazio di essere tornato, di avermi regalato questa gioia e soprattutto di aver fatto in modo che io mi accorgessi di quanto sono avventata, sometimes.
Ieri l’altro ho preso il treno, alberi e arbusti fioriti di bianco dappertutto, qualche chioma rosata, giallo di forsizie e colore secco di mimose già passate. Campi verdi, in alcuni tratti, terrosi in altri, ma di un marrone vigoroso, da terra appena dissodata, pronta ad accogliere la stagione nuova.
L’ultima volta, qualche settimana fa, tutto era fangoso, come nel film Lezioni di piano, gli alberi sull’argine dell’Arno sommersi per una parte del tronco, il fiume scuro sotto un cielo scurissimo, nuvoloni pesanti appena addolciti da un sole obliquo che per un momento colpiva il finestrino del vagone su cui viaggiavo. Che strano inverno, quest’anno, così piovoso, quasi “caldo”, un inverno autunnale, senza neve, grigio e pioggia, cielo uniforme, ogni tanto un sole improvviso e il giorno dopo pioggia, pioggia, pioggia. I campi erano disperatamente allagati, e gli alberi spogli sembravano tronchi di palafitte. Ogni tanto un albero isolato, a volte un cipresso verde, a volte un albero ad ombrello senza foglie che non riconoscevo, spuntavano e si specchiavano nell’acqua come gru o un qualche animale primitivo che sembrava lì ad aspettare qualcosa, o a lasciare che il tempo gli scivolasse addosso come pioggia su un telo di plastica. L’altro giorno, invece, una luce di risveglio un po’ sonnacchiosa, morbida, che perfino riflettendosi su teli di plastica di una qualche coltivazione – forse erano viti, non ho visto bene,il treno andava molto veloce – giocava e rimbalzava come su squame di pesce, in un gioco di specchi e di rimandi che sembrava dire basta, l’inverno è finito, e l’eco rispondeva ito ito ito. Luce che si insinuava, si frammentava e si ricomponeva come la musica di Bach nel flauto del Baco Sebastiano. Lo conosce? È un piccolo baco da seta che mangia musica di Bach – Johan Sebastian – e la tesse e ritesse in un gioco per flauto e chitarra, lieve, che procura un piacere sottile, e come la luce di ieri che mi ha fatto esclamare ecco, è primavera, e l’eco ha risposto vera vera vera. La foglia di gelso divorata che diventa bozzolo, il bozzolo che viene bollito, e lavorato e diventa filo, e il filo ritorto, accoppiato, finalmente tessuto. Un baco gentile, allegro, a tratti anche un po’ malinconico, che visita Bach e ne trae linfa: non baca, no, proprio per niente, visita rivisita e bacheggia, non parcheggia, no, non si ferma, si muove, come il mio treno di ieri, in una luce di primavera che biancheggia di fiori i declivi delle colline o gli alberi da frutto della pianura. Sono allegra, come vede, e mi prendo il lusso di giocare con le parole, a costo di sembrare svitata come una vite da dado e non da frutta. Sì. Sarà che oggi a Roma ho mangiato all’aperto, un solicello che mi scaldava la schiena, un prunus fiorito davanti agli occhi, un vento leggero che faceva ondeggiare lenzuola gialle stese dal balcone di una casa gialla, così che in uno strano effetto ottico sembrava che la casa si muovesse, lievemente, come una vela nel cielo, e un calore che mi è sembrato nuovo, come un vestito di seta che ti avvolge languidamente. Ho letto un libro di Simenon, qualche tempo fa, Tre camere a Manhattan: non mi è piaciuto, e non avevo intenzione di parlarne qui, perché è un libro tetro, pieno di pioggia, di buio e di luci al neon crude e volgari, e i due, un uomo e una donna, mi sembrano ologrammi di esseri umani. Ma c’è una cosa, in quel libro, che mi ha colpito: i protagonisti guardano sempre dalla finestra un vecchio sarto ebreo che, un punto dopo l’altro, ago e filo e pazienza, cuce, scuce, aggiusta, rammenda, un giorno dopo l’altro, la sera fino a tardi e la mattina da molto presto. Ho amato da subito quel sarto, la sua dedizione e la sua pazienza, ma non ho capito subito perché. Oggi, seduta al sole di Roma, mentre guardavo affascinata minuscoli arcobaleni nelle bollicine d’acqua frizzante nel mio bicchiere, ho pensato che un anno fa l’inverno era ancora profondo, la primavera lontanissima, non c’era nessun calore che mi avvolgesse nè luce per vedere alcun arcobaleno. Ho pensato al sarto ebreo di Simenon e al suo lavoro silenzioso, su un tavolo accanto a una finestra per raccogliere ogni filo di luce anche nelle giornate più cupe e trasformarlo in punti di filo come di sutura, ricomporre gli strappi e ricucire, vestiti di seta e tessuti grezzi da lavoro, anime e cuori e pensieri come orli sdruciti che hanno bisogno di qualcuno che dedichi loro tempo e pazienza. Sì, ho amato subito quel sarto, e oggi, mentre me ne stavo a guardare un bicchiere d’acqua che mi sembrava meraviglioso come i cristalli dei lampadari che da bambina mi lasciavano stupefatta, ho sentito nel calore sulla schiena che quel sarto lavora come il tempo, e dà o ridà forma alle cose che forma non hanno o hanno perduto. Una sensazione fisica, chiara, e solo dopo la formulazione di un pensiero.
Sì, sono allegra. La primavera è precoce, ascolto il baco Sebastiano e penso a fili di seta che servono per cucire abiti morbidi come il sole di oggi, ma con calma, a piccoli, piccolissimi punti fatti con cura, a mano, perché la seta è preziosa, e delicata, e le cuciture si aggrovigliano se non sono pazienti.
Caro the-Reader, lei non sa che gioia sia stata, il suo passaggio dopo tanto tempo. Come questa primavera, come il calore sulla schiena, come un vestito di seta cucito a mano.

Mnm

ps. Volevo mettere il link al Baco Sebastiano, ma non sono al mio computer e con questo aggeggio che uso non sono capace, come non riesco a cambiare il carattere e a mettere i corsivi. (solo nella prima riga e nella firma sono riuscita. Mah…) Comunque è facile, si trova facilmente, basta digitarne il nome e subito lui compare in uno zefiro di primavera.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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4 risposte a Di un Baco tessitore e di un sarto silenzioso, e del tempo in un filo di seta. E di calore sulla schiena, al sole.

  1. robertomeister ha detto:

    Buonasera Musette… giorni fa, all’improvviso, sono salito su un treno e sono andato ad immergermi nelle foto d’oriente di Nomachi. Le vie del Sacro, il titolo della mostra. Era da un pò che non salivo su di un treno e il mio cuore, di questi tempi piuttosto bizzoso, ne ha tratto giovamento, come se il ripetersi ritmico dei colpi sulle rotaie, lo costringesse a mettersi al passo.
    Il resto lo hanno fatto le splendide foto ritraenti il Sacro nelle sue varie manifestazioni.
    Quel giorno pioveva a Roma, ma la città era ugualmente bella. Credo mi sarebbe piaciuto continuare a viverci.
    Un caro saluto e scusi le divagazioni… è il mio cuore che ha ripreso ad andare a sbalzi.

    Roberto

    • Anzi, le sue divagazioni mi piacciono molto. Il treno ha un ritmo, come dice lei. Un giro di ruota dopo l’altro. Un procedere lineare fatto di movimenti circolari. È bello. Come sempre le sue parole mi danno da pensare. Mercì.
      Musette

  2. stephi ha detto:

    proprio in questi giorni così pieni di idee e lavori benedico il mio lavoro: saluti dalla ‘sarta’ di berlino splendidamente primaverile (la città non la sarta) 😉

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