Di castagne e di sassolini, e di una falce di luna in un cielo di cristallo. Che sciocchi. Che titani.

Dear the-Reader,

nell’ultima settimana giornate molto luminose sugli alberi ancora autunnali, cielo terso e una falce di luna crescente talmente chiara da lasciar intravedere la parte in ombra, un contorno netto che dice che le cose non sono solo quelle che vediamo. Uno spicchio luminoso che ci fa intuire la parte oscura di sè, che sta lì, come uno specchio coperto da drappi scuri, e basta un gesto, un semplice gesto della mano perché torni a restituirci i contorni e i colori della nostra immagine.
Sabato scorso, dopo giorni molto freddi, ha nevicato, una spruzzata appena, ed era strano, la neve sugli alberi rossi, gialli, alcuni ancora verdi, nemmeno gli ippocastani si mostravano in quella nudità che d’inverno li fa sembrare così indifesi. Poi, dopo la neve, sole e aria limpida, colori intensi, una settimana di luce piena, nelle ore centrali del giorno un tepore quasi dolce, come un momento di pace, di ristoro. Oggi, invece, il cielo è tornato grigio, spesso, uniforme, e mi fa pensare all’andamento di una malattia, in cui spesso, prima della crisi più acuta, c’è una specie di apparente recupero, un’illusione del corpo e dell’anima , uno spicchio di luna un po’ opaco, la parte in ombra che non si vede ma è lì, anche se facciamo finta di dimenticarla.
Ho letto molto, in questo periodo, e ho preso anche un treno, qualche settimana fa. Il viaggio di andata al tramonto, pieno di attesa, e quello di ritorno preso al volo, senza biglietto, seduta a terra,  sui gradini in prossimità della porta di una carrozza stracolma, treno strapieno per un ponte che cominciava, la gente che partiva e io che tornavo, una giovane donna capo-treno o non so cosa che prima mi ha fatto il biglietto, gentilmente, nonostante io fossi “irregolare” e poi, ripassando, ha piegato le gambe, si è abbassata alla mia altezza, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto” Signora, va tutto bene? Posso fare qualcosa per lei?” Un moto di commozione, un calore. Le ho risposto che aveva già fatto molto, che la ringraziavo profondamente. Del suo sguardo, nonostante stesse lavorando, il treno pieno, rumori, voci. Un essere umano che non dimentica la propria umanità. Un gesto gratuito, non richiesto, inaspettato. Quel suo abbassarsi, e parlarmi accucciata sul pavimento, guardandomi in viso. Dal gradino su cui ero seduta non vedevo fuori, solo lo sportello davanti a me, e in alto, a tratti, uno spicchio di cielo. Di solito, in treno, mi piace guardare fuori, i luoghi e il tempo che scorrono, la varietà del paesaggio, la luce. Quel giorno, invece, mi sono sentita un punto nello spazio, dove qualcuno ha diretto il proprio sguardo. In un libro fulminante di Yasmina Reza, Felici i felici, uno dei personaggi, il Dottor Chemla, giovane oncologo molto affermato, che non conosce l’amore, che dell’amore vorrebbe provare “una certa forma di tristezza“, cerca di convincere i suoi pazienti del fatto che il presente sia l’unica realtà. “A volte, quando ero bambino, regalavo a mia madre un sassolino o una castagna trovati per terra. Le cantavo anche delle canzoncine. Offerte insieme inutili e immortali.” Così è stato il gesto di quella ragazza sul treno, non necessario e perciò indimenticabile. Sul comodino il Dottor Chemla tiene un piccolo libro di Rilke, Le elegie duinesi, dono di un paziente, che nel darglielo gli ha letto i versi iniziali “Ma chi, se gridassi, m’udrebbe dalle schiere / degli Angeli?” Non lo legge, il dottor Chemla, ma lo tiene lì, e la voce provata di Jean Ehrenfried che gli legge quei versi gli torna alla mente insieme al proprio inesprimibile desiderio di essere “consolato“. Quello che vogliamo veramente non si può dire, dice il dottor Chemla. Solo, a volte, accade, ed è già tanto se ci accorgiamo che sia accaduto. Nell’ultima pagina del libro, folgorante, è proprio Jean Ehrenfried, nella commemorazione funebre di un amico – dell’Amico di tutta la vita – che con il racconto di un fatto di molti anni prima, ci dice quello che tutti gli altri personaggi ci fanno intuire: la felicità è lì, a portata di mano, ma a volte ne siamo così spaventati da lasciarla andare. Siamo dei titani, dice ironicamente Jean Ehrenfried riportando le parole dell’amico morto. Il libro finisce con una battuta che ci fa sorridere amaramente e che ironicamente ci fa pensare. Siamo così, come due ragazzi spaventati e maldestri davanti a ciò che abbiamo così tanto desiderato. E come loro non siamo capaci di tenercelo. Perché? Non c’è un perché, dice il dottor Chemla “La complessità umana non si riduce ad alcun principio di causalità”. Già. Eppure ci affanniamo a voler capire il perché e il percome. Che sciocchi. Sarebbe così semplice. Le cose sono lì, come una castagna o un sassolino a terra, basterebbe allungare una mano e raccoglierle e stringerle, come il braccio di una persona amata. Sì, ha ragione Yasmina Reza: ci vuole un’attitudine per la felicità, per vederla, per coglierla, per coltivarla. Invece la maggior parte di noi si arrabatta, elucubra, si immagina e poi si spaventa. E fugge. Che sciocchi. Che titani.

Mnm  

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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3 risposte a Di castagne e di sassolini, e di una falce di luna in un cielo di cristallo. Che sciocchi. Che titani.

  1. stephi ha detto:

    tante castagne e tanti sassolini per te in quest’anno virgulto che teniamo tra le mani, cara Musette non Musette!!!!

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