Di cieli grigi con riflessi di brace e di miracoli inaspettati. Aspettare bisogna, aspettare.

Dear the-Reader,

siamo quasi alla fine di ottobre e domenica si torna all’ora solare. Settembre è stato generoso, qui, luce, azzurro, temperature quasi estive, niente calze nè ombrelli per tutto il mese. Poi, il primo ottobre, cambio di stagione improvviso, finale d’estate sospeso, ingresso d’autunno su marcia trionfale. Pioggia, giorni grigi, grigi, grigi. Anche oggi è così, con un cielo gonfio quasi temporalesco, ma almeno la temperatura si è alzata. Mercoledì mattina, per la prima volta, non solo era ancora buio quando sono uscita di casa, ma era buio profondo anche quando sono uscita dalla metropolitana, ed erano ormai già le sette e mezza. Poi ho preso la mia macchinina – il mio tragitto prevede passi, metropolitana1, metropolitana2, passi, macchinina, passi – e mi sono avviata nella tundra padana, dove è rimasto buio fino alle otto o giù di lì. Ho pensato che sì, è tempo di tornare all’ora solare, anche se questo significa l’epifania della fine dell’estate. Eppure settimana scorsa ero volata in una Sicilia calda e luminosa, disegnata da una luce chiara, brillante di giorno per un sole limpido e di notte per una luna piena che saliva dal mare con uno strascico degno di una sposa in una fiaba incantata. Ho preso il sole e la luna, ho fatto il bagno, ho mangiato all’aperto, sono stata in silenzio su una terrazza alta sul mare, davanti a  me la campagna digradante, ulivi carichi che in quei giorni venivano alleggeriti dei loro frutti preziosi, e poi il mare, un golfo ampio e accogliente, punta Raisi in fondo, le luci rosse notturne per ricordarmi il ritorno. Tre giorni di meraviglia, di consistenza, di roccia e d’acqua, di luce, di silenzio e di parole, di parole e di silenzio, come in un contrappunto. Come una rinascita per prepararsi all’inverno. Sono tornata felice, pronta al cambio dell’ora e a quello che verrà. Poi, ieri sera, leggendo le ultime righe di Giobbe, di Joseph Roth, mi sono imbattuta in questa frase “Aspettare bisogna, Mendel Singer, aspettare!” e ho capito che quei tre giorni in Sicilia mi hanno dato molto di più di un po’ di sole e mare fuori stagione. Ho pensato che quei giorni mi hanno restituito un vago senso di miracolo. Non ci credo ai miracoli, perché lo so che non esistono, ma è come se la pace che ho sentito su quella terrazza e la sensazione di gioia dell’acqua fresca sulla pelle ad ottobre avanzato mi avessero mostrato una brace ancora accesa sotto la cenere, laddove si credeva che tutto fosse bruciato, e spento. Avviene il miracolo nel libro di Joseph Roth, in una forma quasi di fiaba, e Menuchim Singer, il figlio “minorato” storpio, muto, abbandonato, trasforma la propria sofferenza in musica e parola, e diviene Alexej Kossak, musicista, compositore che scrive “La canzone di Menuchim”, che commuove tutti coloro che la ascoltano. Avviene il miracolo quando Mendel Singer non ci crede più, e forse non ci ha mai creduto, e ha voltato le spalle a Dio e alla propria vita di uomo devoto. Davanti a una tazza di tè, sciogliendo lo zucchero col cucchiaino, in una giornata di festa, in una casa sconosciuta dove Mendel è pietosamente ospitato dopo le terribili tragedie della sua vita, Menuchim si rivela al padre e rivela il miracolo che è in sè, e solo allora, attraverso le parole dette davanti a tutti, il miracolo è veramente compiuto. Ride Mendel, e poi piange, e poi si calma. E si affida. Si affida al figlio ritrovato che il dolore ha fatto saggio. “Vuoi sapere dove andiamo, babbo?” chiese il figlio “Non voglio sapere nulla! Dove vai, va bene”. Mendel si affida, e anche questo è un miracolo. Sì. Ho pensato ieri sera alla fine del libro che quelli in Sicilia sono stati giorni miracolosi. Che era tanto che mi sentivo solo come Alihodza, ne “Il ponte sulla Drina”, magnifico romanzo di Ivo Andric che ha come cuore un ponte, dalla sua costruzione, come atto devoto di un uomo illuminato per unire l’oriente e l’occidente, alla sua distruzione, dopo secoli e secoli, tra due mondi in guerra. Anche Alihodza è un uomo devoto, come Mendel Singer, seppure a un Dio diverso. Ma a differenza di Mendel, non è Dio che Alihodza teme, ma gli uomini e le loro azioni. Da quando il settimo pilastro del ponte viene scavato e minato dagli austriaci, e per tutti gli anni seguenti, mentre il resto della città dimenticherà il cunicolo pieno di esplosivo nascosto nel cuore della costruzione e non farà più caso alla botola di ferro sul selciato del ponte, Alihodza ci penserà ogni giorno della sua esistenza, guardando dal suo negozio le arcate del ponte, e noi con lui. Lo sappiamo dall’inizio che finirà così, lo sappiamo forse ancora prima di leggere che il ponte viene minato, eppure fino all’ultimo qualcosa dentro di noi ci fa sperare che possa finire diversamente, e che quel ponte possa continuare ad essere luogo di incontro, di passaggio, di storie tristi e felici, di vita. In fondo speriamo in un miracolo. Ma Alihodza no. Alihodza lo sa in ogni fibra e in ogni pensiero che non sarà così. Il pilastro minato del ponte salterà, una voragine, un buco, i due monconi del ponte sospesi sul fiume a gridare l’orrore delle azioni umane. Una pioggia di pietre e di detriti sul negozio di Alihodza, lui che viene colpito, che cerca di salire la collina verso la sua casa, il respiro come un rantolo, ”davanti agli occhi la scena del ponte demolito che sembra precederlo. Non è possibile volgere le spalle a una cosa perché essa cessi di perseguitarci e di tormentarci.”  Non c’è miracolo possibile, nemmeno agli occhi di un uomo devoto che riesce a non rinnegare Dio nemmeno morendo di morte violenta. Non c’è miracolo possibile, perché siamo esseri umani e con gli esseri umani abbiamo a che fare. Così ho pensato per molto tempo, come Alihodza, ma nello sfavillio siciliano ho cambiato un po’ idea, almeno un po’. Ho sentito la brace, sotto la cenere, e me ne sono accorta adesso, dopo qualche giorno che sono tornata, leggendo la fiaba di Menuchim. Fuori è grigio senza scampo, ma sul mio balcone c’è ancora qualche fiore, qualche campanella viola, qualche plumbago, le vinche bianche e un fiore di verbena. Sabato al mercato comprerò qualche ciclamino, di quelli piccoli, e li metterò al posto delle petunie che ormai si sono seccate. Dear the-Reader, è tanto che non le scrivo, e avrei molte cose da raccontarle, come della stazione di Bologna che non è più la stessa, da quando per andare a Roma si passa sotto terra, e dà la sensazione di un braccio rotto, o della nuova piazza di Milano, liquida e grigia, o di altri libri, di altri pensieri. Ma qualcuno mi ha un po’ sgridato, e mi ha detto che scrivo cose troppo lunghe, troppo scritte, troppo tutto. Lo so da me, ma è che un po’ mi scoccia sentirmelo dire, e allora cerco di contenermi, e smetto qui, anche se lo so che sono già – parecchio – fuori misura. Mi chiedo sempre che tempo ci sia da lei. Che colori nel suo orizzonte. I miei sembrano solo grigi, a prima vista, ma non è così. C’è un po’ di brace intensa, sotto il grigio. È bello, bellissimo.

Le mando un abbraccio color di brace, così, per giocare un po’ con le parole. Se c’è il sole, da lei, mi pensi quando lo sentirà sulla pelle. Se invece fa freddo o piove, pensi alle parole dell’amata Szymborska, che di miracoli se ne intende. l’inimmaginabile è immaginabile” dice, e ha ragione, è proprio questo, il miracolo.

Mnm

Ho aspettato a imbucare, come sempre. Adesso è il giorno dopo, c’è un cielo azzurrissimo, e sole. Andrò al mercato a scegliere ciclamini pieni di colore, che dicano del miracolo che è in loro e nel cielo azzurro di oggi, inaspettato.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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