Di un film senza parole che dice molte cose, in forma di concerto, sotto il sole di Hiroshima, in una notte d’estate. Just like the movies.

Dear the-Reader,

qui piove, agosto va a finire e l’aria un po’ stralunata e metafisica di queste settimane volge inesorabilmente a un cambiamento. Le strade si stanno riempiendo, e il silenzio dei giorni passati si trasforma un po’ alla volta nel consueto rumore di fondo, e tra poco le strade d’estate in cui si poteva quasi sentire il battito del proprio cuore e di quello della città che non sembrava più invisibile, saranno solo un ricordo di una stagione che è finita. Ma prima di voltare la pagina del calendario su settembre, tempo di nuovi inizi e di buoni propositi, il vero capo dell’anno, per quanto mi riguarda, voglio ancora mandarle una cartolina estiva, prima che l’eco di questo tempo mi sfugga tra le pieghe della vita quotidiana che ricomincia col suo ritmo serrato.
Questa è stata un’estate di cinema all’aperto e di concerti, di suoni e visioni mescolati a pensieri più o meno vaghi, a molte letture e a molti moti dell’animo difficili da decifrare. Il 22 agosto, all’auditorium di Milano, un momento di un’intensità delicata e spiazzante al tempo stesso, poca gente, purtroppo, ma una densità di pensiero e di bellezza, di intelligenza e di generosità che avrebbero meritato il teatro stracolmo e una lunga lista d’attesa per entrare. La musica di Liszt e la musica di Paolo Marzocchi, per pianoforte solo e suoni elettronici, colonna sonora di un incredibile film di cui non sapevo nulla e che quella sera mi ha stupefatto, per la qualità dell’idea, per il montaggio, per il risultato, che è tale anche, in corrispondenza di amorosi sensi,  per la musica di cui voglio parlarle. Un regista polacco, Michal Kosakovski, ha fatto un film  sull’11 settembre che si intitola “Just like the movies”, un corto di una ventina di minuti. Il film è fatto montando spezzoni di altri film tutti girati prima dell’11 settembre, senza nemmeno un fotogramma ripreso quel giorno o successivamente. Non c’è una parola, solo un collage di immagini pregresse e la musica scritta ad hoc, una sorta di film muto come muto è lo sgomento e non c’è parola che lo possa dire. La musica, invece, non solo dice, ma descrive, commenta, esprime, suggerisce, anticipa, racconta, rafforza e in alcuni momenti sembra contrastare, ma solo apparentemente, le immagini, e invece dice oltre quello che si vede. Dice il tempo sospeso, il tempo dilatato, il tempo contratto, centrifugato, il tempo della paura, dello sbigottimento, del dolore, della frenesia, dell’immobilità, il tempo della memoria, della tragedia, della vita, della morte, il tempo della luna e del sole, del giorno e della notte più profonda, del passato e del futuro, di ciascuno e di tutti. Una musica che dice il tempo che non sarà più uguale a se stesso. Dice il tempo riassunto in una data, perché non c’è altro modo di dirlo, giorno e mese ficcati nella memoria di ciascuno di noi, per sempre, senza nemmeno l’anno, come se 11 settembre sia, da allora, solo quell’undici settembre. Nella sala silenziosa, il film proiettato e la musica eseguita dal vivo, il pianista senza partitura che guarda le immagini prima di ogni attacco, le immagini e la musica come allo specchio, anzi in un gioco di specchi, di rimandi di anticipazioni di inseguimenti, non un tappeto sonoro per il video, ma due voci, due linguaggi che si mescolano per restituire, potente, struggente, un giorno diverso da qualsiasi altro. All’uscita dall’auditorium ho pensato a molti libri, libri che raccontano con gli occhi di qualcuno un evento della Grande Storia, che molti hanno vissuto ma pochi sanno raccontare, libri in cui un bombardamento, una rivoluzione, lo scoppio di una guerra, la proclamazione di una pace o qualsiasi altro fatto “storico” si trasformano dentro di noi in qualcosa di reale, anche se non l’abbiamo vissuto, perché qualcuno che c’era – o che non c’era, a volte non importa, perché quello che conta è la capacità di narrare – ce lo racconta. Mi è venuto in mente tra gli altri un libro che ho letto da ragazzina, forse addirittura alla scuola elementare, che è uno dei libri che hanno segnato il mio destino di lettrice. Si intitola “Il gran sole di Hiroshima”, l’autore non me lo ricordo, poi lo cercherò per inserirlo nell’elenco dei libri, ma mi ricordo molto bene la copertina, di cartone rigido lucido, rosso lacca, un gran sole molto luminoso, troppo, con un cuore quasi bianco, un sole con qualcosa di irreale, i raggi gialli come lame luccicanti, il titolo in un nero largo e carico impresso sopra il sole, e in primo piano una bambina giapponese disegnata come allora ce le immaginavamo, con gli occhi a mandorla, le treccine nere, il cappello conico di paglia, uno sguardo ammutolito. Due cose mi ricordo di quel libro, a distanze geologiche, senza mai più averlo ripreso, mi ricordo i due bambini protagonisti che attraversano un parco della città nella calura estiva, e questo gran sole improvviso che si palesa davanti a loro, mi ricordo la sensazione straniata del tempo che si ferma, che si espande che si concentra, la stessa sensazione della musica di Paolo Marzocchi per le immagini di un’altra data estiva, di altri bagliori, di altri crolli. E poi mi ricordo il finale, tragico, la piccola – Sadako, mi sembra – che a dieci anni di distanza porta dentro di sè le tracce radioattive, l’ospedale, le gru di carta che costruisce tutti i giorni perché se arriverà a mille gru sarà salva, così le ha detto qualcuno. Le mani che piegano la carta, come in una preghiera, come in un rituale per esorcizzare la morte. Ma le mani si fermano prima di aver raggiunto le mille gru. Non c’è salvezza, qualsiasi cosa si faccia, sembra dirci l’autore. Il film del regista polacco ha come ultimo fotogramma una distesa d’acqua grigia con uno sfondo di cielo grigio e nero, temporalesco, e le sommità delle torri gemelle che, sole, ancora spuntano dalle acque. A prima vista, quella sera, ho pensato che tutto sta per essere sommerso, ma il giorno dopo, riguardando quegli ultimi momenti, ho pensato che forse, invece, tutto sta riemergendo, non è chiaro, è tutto grigio, e nell’ultimo fotogramma il livello dell’acqua sembra abbassarsi, ma c’è una dissolvenza, tutto si sfuoca, quadro nero, la musica che continua, ipnotica, qualcosa che rapisce, e poi, sempre su quadro nero, le scritte di regia e di musica, e via via i titoli dei film utilizzati, la musica che non si ferma, i nostri occhi fissi allo schermo, come se sperassimo che non sia quello il finale. Forse è per questo che mi è venuto in mente Il gran sole di Hiroshima, perché a distanza di tanti anni, dopo tante letture e tanti ascolti e tante visioni, ho sentito identico il senso di tragedia collettiva che allora non sapevo decodificare, ma di cui avevo avvertito il peso emotivo e in un certo senso quasi fisico, il peso di qualcosa che coinvolge tutti e da cui non c’è ritorno. E  forse anche per un’altro motivo mi è venuto in mente quel libro: all’inizio del filmato, dopo la prima immagine, due picchi rocciosi nel plenilunio, la musica che cresce di intensità e aumenta di velocità, sempre di più, e le rocce che si trasformano e diventano le torri gemelle nel plenilunio, qualcosa di primitivo e di futuribile insieme, dopo questa prima immagine, dicevo, sullo schermo appaiono dei raggi luminosi che partono da un centro e si sprigionano verso l’esterno, talmente luminosi da dare fastidio, gialli, bianchi, verdi rossi, il titolo in nero spesso che avanza verso di noi, implacabile, i raggi sempre più luminosi e grandi, la musica che cresce e sembra deflagrare, in un certo senso già un’anticipazione di quello che sarà, proprio come nella copertina lucida di cartone rosso della mia infanzia.

Ha smesso di piovere, ora, il cielo è azzurro e i fiori del mio balcone, vinche bianche e plumbago azzurro carico, e verbena rosso intenso, luccicano di pioggia mandando riflessi che un’ora fa sembravano impensabili. Volevo raccontarle tutto il concerto, anche Liszt, Paolo Marzocchi che racconta e spiega – che bello, come a Ferragosto, il templi della musica che aprono i battenti alla parola, finalmente – una scaletta costruita sulla musica a programma, un filo rosso di racconto che unisce tutto quanto, e infine, dopo il film, la canzone albanese di cui le accennavo l’altra volta, perchè, sapientemente, l’autore non poteva lasciarci lì con quello sgomento negli occhi e nelle orecchie, e voleva riportarci alla vita, al ritmo, alla gioia di una danza in una sera d’estate. E poi, ancora, generosamente, un altro Liszt, per tornare al punto di partenza, per dire le proprie origini, Paolo Marzocchi ama Liszt e ne è ricambiato, come fosse scritto sul muro di una stazione della metropolitana, note musicali che formano un cuore, e il cuore batte e batte, in forma di cadenza; avrei voluto raccontarle tutto il concerto, dicevo, ma mi son fatta prendere la mano e il cuore e il cervello da questa “cosa” straordinaria, immagini e musica, un racconto e molto di più. Su internet c’è, diviso in due parti, e le metto i link. Purtroppo mancano i titoli di coda, con l’elenco dei film utilizzati, o almeno io non li ho trovati. Alcuni li ho riconosciuti, mentre guardavo, ma solo all’inizio, poi, man mano che procedevo nella visione, il gioco del riconoscimento l’ho dimenticato, perché sempre di più era altro che cercavo di cogliere, di leggere tra i suoni e tra i fotogrammi, come di solito faccio tra le righe. Certo a teatro, palco vuoto, solo il grande pianoforte nero, lo schermo sul fondo, il musicista girato di tre quarti che aspetta l’immagine, la sala silenziosissima, la sensazione percettibile di condividere stupore e meraviglia, applausi e applausi e applausi, nonostante il pubblico poco numeroso, certo a teatro è stata un’altra cosa. Ma è talmente bello che vedrà, le piacerà anche così, con il pianista dentro allo schermo, come in un film. Adesso la saluto, purtroppo la piscina è ancora chiusa, ma ho bisogno di muovermi, e andrò a fare una passeggiata. Lunedì ricomincio a lavorare, e bisogna che me lo goda questo sole che è uscito. Chissà se da lei c’è il sole, o piove. Chissà come le sembra leggere queste mie lettere senza palesarsi. Mi piace pensare di suscitare in lei qualche moto dell’animo, ogni tanto, dato che la vedo ritornare, e poi mi piace anche pensare che c’è lo sguardo di qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, che ogni tanto si gira proprio in questa direzione, proprio verso questo punto, nonostante tutti gli altrove possibili. Basta, smetto subito, oggi sono stata così brava, niente malinconie o sentimenti sdrucioli, per una volta. Ecco, qui ci sono gli indirizzi delle due parti del film.
Prima parte: http://youtu.be/drO3Hlu93m4
Seconda parte: http://youtu.be/dsIx_7ODpoA

Come le ho detto, lunedì ricomincio a lavorare, e non è che voglio mettere le mani avanti, ma penso di poter ragionevolmente supporre che questa scrittura subirà dei rallentamenti piuttosto significativi. Glielo dico così, casomai lei si aspettasse qualcosa. Stasera però, vado a sentire Haendel, ultimo concerto di agosto, in attesa di Mito a settembre. È bellissimo, c’è musica continuamente. Se solo l’estate non finisse…

Mnm

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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