Di pomodori azzurro pallido e di letture tra le righe, confidando in un pentolone.

Dear the-Reader,
giornate bellissime, sole limpido e temperatura senza eccessi, un po’ d’aria fresca e cielo che mi fa riconciliare, almeno provvisoriamente, con il tetro umore padano. L’altro giorno ho fatto una cosa inconsueta, e perciò voglio mandarle una piccola cartolina. Qualche giorno fa ero andata in campagna, nell’Oltrepo pavese, a trovare degli amici. Colline, vigneti, campi di mais rigogliosi, il Ticino, il Po: mentre guidavo, tornando, la sera, il sole all’orizzonte, colori come frutti d’estate, pesca albicocca mirtilli ribes, e le ombre lunghe degli alberi sui campi scuri di terra o morbidi del colore del granoturco. Ho comprato dei pomodori a chilometro zero, quel giorno, quasi venti chili, e li ho portati a casa in due cassette di cartone. Il giorno dopo li ho lavati e asciugati. Nella mia cucina di tutti i colori i pomodori rossi sul tavolo, nel lavandino, dovunque, dicevano la pienezza dell’estate e un sole che scende in una sera chiara. Ho scongelato il freezer, che portava macroscopici segni di un’incuria troppo a lungo protratta, ho tagliato, lavato e asciugato il basilico del mio balcone. Poi ho “imbustato” pomodori e basilico in sacchetti di plastica trasparente, che ho chiuso accuratamente. Alla fine erano lì, sul tavolo, in fila. Lettere da spedire all’inverno per rammentarsi l’estate. Gli altri anni mi limitavo al basilico, in piccoli cartocci di stagnola, e quando ne aprivo uno mi arrivava un guizzo improvviso d’estate che mi faceva provare una gioia segreta. E l’altro ieri, quando ho guardato i sacchetti allineati, rossi, una punta di verde qua e là, ho pensato che era stata un’ottima idea, che stavo facendo qualcosa che renderà tutto più lieve, e che più degli altri anni mi stavo preparando. Mi sono sentita come se quei pomodori li avessi seminati, coltivati, raccolti. E ho immaginato che ogni volta che aprirò un sacchetto  penserò a una bellissima giornata d’estate e a lame di luce sul tavolo della mia cucina, e riassaporerò uno strano struggimento dei sensi, come un bacio, come una carezza. Lei non ci crederà, quasi non ci credo nemmeno io, ma è stato bello. Quando ho finito, i sacchetti sistemati, la cucina insolitamente ordinata, le cassette portate subito nella spazzatura, le finestre aperte su voci dal cortile, mi sono messa a leggere un romanzo di Franz Werfel, un romanzo che gira intorno a una lettera, tanto per cambiare, e mi sono imbattuta in una frase che mi ha fatto per un po’ smettere di leggere: “Il nostro avvenire – del protagonista e di sua moglie, che sta per leggere una lettera apparentemente molto formale che lui ha ricevuto, scritta con un inchiostro azzurro pallido – dipenderà dal fatto che lei sappia o no leggere tra le righe.” Dipenderà dal fatto che lei sappia o no leggere tra le righe. Lei sa leggere tra le righe, signor Lettore sconosciuto d’oltreoceano? È crudele il romanzo di Werfel, e indaga spietatamente tra le righe dell’animo umano. Un uomo, due donne, un abbandono, in un certo senso due. Un uomo che sa ma non vuole leggere tra le righe, “che sa con chiarezza indicibile che gli è stata inviata un’offerta di salvezza, oscura, sommessa, irresoluta, come tutte le offerte di questo genere. Sa di non essere stato capace di raccoglierla. Sa che a questa non faranno seguito altre offerte.” L’ha letta tra le righe, l’offerta di salvezza, ma ha girato la testa dall’altra parte, il nostro Leon, come la società viennese che così degnamente egli rappresenta. E Amelie, sua moglie, che ha letto nella sola presenza fisica di quella lettera scritta in azzurro pallido l’imminenza e l’immanenza di un grande dolore, ma non è capace o non vuole, chissà, andare oltre e si ferma, e quando legge la lettera incriminata non vede i segni che avrebbero dato ragione al suo intuito di femmina ferita. Poi c’è Vera – nomina sunt omina – che di leggere tra le righe non avrebbe bisogno, perché la realtà è stata talmente dura, con lei, da non lasciarle alcuna possibilità di interpretare le cose diversamente da come sono. Eppure Vera legge i segni, e rilegge nelle rose gialline che Leon le regala dopo tanto tempo, il putridume mortifero di lui, il suo voltare la testa dall’altra parte, il suo essere un uomo di legno. Werfel non fa sconti, al suo protagonista, alla società viennese appena prima della guerra, alla pubblica amministrazione di un paese che sta per sprofondare nell’abisso e si rende complice di una compiacenza strisciante nei confronti di chi tra poco sarà dominatore. Sembra un entomologo, Werfel, e in poche pagine analizza, viviseziona, espone allo sguardo mondi pubblici e privati, bisturi tagliente e precisione microscopica.
Quando ho finito il libro, nella stessa notte, ho pensato che è una condanna, leggere tra le righe. Ho rivisto i sacchetti rossi sul tavolo, e ho improvvisamente capito che era un modo che avevo messo in atto per “conservare”, per cercare di fermare il tempo e l’inesorabile passaggio delle stagioni, e che solo apparentemente riguardava i pomodori e il basilico. È altro che volevo conservare, la luce, il colore, il sapore dell’estate, certo, ma soprattutto un senso di felicità, di gioia, di pienezza e di appartenenza che riguardano stagioni del corpo e dell’anima che sono irrimediabilmente perdute. Eppure, mentre lavavo, asciugavo, imbustavo, mi sentivo così bene, come Amelie che legge la lettera di Vera e non capisce, o fa finta di non capire, e davvero pensavo che fosse tutto lì, colore e sapore estivi incellofanati per l’inverno. Sì, è una condanna leggere tra le righe, perché si vedono cose che non si vorrebbero vedere, di sè e degli altri. È una condanna perché poi, quando le cose si sono viste, bisogna inevitabilmente decidere cosa fare, e spesso è una decisione dolorosa che bisogna prendere. Perché o si fa finta di non aver visto, come Leon, e ci si autoassolve continuamente dopo aver girato la testa dall’altra parte, o si decide di non guardare oltre, come Amelie, perché oltre non si vuole vedere, oppure si assume su di sè la lettura tra le righe, come Vera, che di fronte alla vigliaccheria senza midollo di Leon, è capace prima di sarcasmo, e poi di dire seriamente “Lei non ha il diritto… “, e di abbandonare senza appello la stanza buia piena di paccottiglia e del profumo delle rose che “fluttuava verso l’alto, più forte di prima, in onde rotonde e lievemente putride.” Vera che è ebrea, e se ne sta andando A Montevideo, dove forse un’altra vita sarà possibile, Vera che sa sulla propria pelle che “Al mondo non c’è niente di ovvio”, nemmeno ciò che di cui si pensava di avere la massima certezza, come l’amore un tempo declamato di Leon. Un bellissimo, profondo romanzo, una ferita da taglio, una rivelazione.
Dear the-Reader, in realtà volevo anche scriverle di un’altra cosa, un concerto pieno di bellezza a cui sono stata, ma oggi non sono dell’umore giusto, e quella serata merita altro che questa trepida malinconia che oggi non riesco a scacciare, e che mi fa arrabbiare con me stessa, che sono capace perfino di rovinare una cosa bella come la conserva dei pomodori, che non avevo mai fatto e che mi aveva fatto sentire così bene. Ma è possibile? Mi piacerebbe andare in piscina, oggi, ma quella che frequento è chiusa, in questi giorni. Ce ne sono altre, lo so, ma è lì che mi piace andare quando ho grovigli di pensieri. Magari prenderò la bici, e farò un giro. C’è qualche nuvola, adesso, un po’ di cielo a pecorelle e una luce più opaca. Sono contenta, però, perché se oggi dovesse piovere questo significherebbe che sono andata a comprare i pomodori al momento giusto, dopo  molte giornate di sole, e che quelli della settimana prossima saranno un po’ meno estivi, bagnati di pioggia. L’altra volta ero più allegra, lo so. È un po’ come un’altalena, è così e basta. Sarà stata la scrittura azzurro pallido, non so, o lo smalto delle unghie che dura come un desiderio effimero, o agosto che avanza implacabile verso settembre, ahimè. Sì, oggi farò una passeggiata, o andrò a vedere qualcosa di bello: magari esco subito, e vado al mercato, e nonostante me stessa comprerò altri pomodori, e farò una salsa profumata con molto basilico, perché sul mio balconcino ce n’è ancora, e aspetta di essere usato prima che sia troppo tardi. Vede? Mi sta già passando. Per fortuna so leggere tra le righe, e dirmi ironicamente che è ora di finirla con questo azzurro pallido cianotico: via, al mercato, colori pieni e voci vivaci. Le scriverò presto, perché il concerto di cui voglio parlarle merita che io mi imponga sulla mia pigrizia azzurrina con note molto colorate. Domani sera ci sono le sonate di Corelli, in una chiesa il cui interno non mi sembra di aver mai visto. Magari invece ci sono già stata, e non me ne ricordo. Vedremo. Nell’attesa cuocerò la salsa, andrò in bici e, forse, mi dipingerò le unghie di azzurro, non pallido, però. Cercherò anche di srotolare matasse cerebrali mescolando in cerchi concentrici nella pentola della salsa, perché va bene leggere tra le righe, ma se le righe diventano quadretti, e poi quadrettini, e si infittiscono, e perdono forma e allineamento, e si aggrovigliano in spirali sempre più strette, bisogna intervenire, cercare un filo e srotolare, ridefinire, allineare. Sì, vado al mercato. Quando leggerà queste parole mi pensi come a una strega che mescola nel pentolone, perché la salsa ha bisogno di tempo, e di attenzione, perché se no si attacca facilmente. Mescolare, mescolare, impedire di attaccarsi e di bruciare. Intanto ascolterò qualcosa di allegro, di vitale, di mosso, non so, magari della musica balcanica, come le Albanian folk songs  per pianoforte di Paolo Marzocchi, di cui presto le racconterò con calma.
A presto, mescolando nel pentolone
Mnm

ps. senta un po’ che bellezza… Paolo Marzocchi, Albanian Folk song n.5, composizione ispirata a una canzone popolare albanese, e poi trio Ayesha ispirato a Paolo Marzocchi. Mi piacciono queste concatenazioni, ma lei lo sa già. Comunque ne riparliamo presto, appena ho fatto la salsa e smaltito – come una sbornia – l’azzurrognolo che mi attanaglia.
http://www.youtube.com/watch?v=mK19EwxqHFs&feature=share&list=PL1E1F359AB5E5E3D2
http://youtu.be/1eBbseXLYw8

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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Una risposta a Di pomodori azzurro pallido e di letture tra le righe, confidando in un pentolone.

  1. Anonimo ha detto:

    Non riprese mai più conoscenza. La portammo a casa, un corpicino di cui era stato fatto scempio, intriso di sangue, e c’inginocchiammo accanto a lei e udimmo le sue parole spezzate e deliranti, e pregammo per la sua anima che stava per spegnersi, e non c’è stato nessun conforto – né mai ci sarà, credo. Ma era felice, perché era lontana, lontana sotto un altro cielo, e di nuovo in compagnia cameratesca con i suoi Ranger, e gli amici animali, e i soldati. I loro nomi cadevano dolcemente e in modo carezzevole dalle sue labbra, uno a uno, facendo una pausa tra ognuno di loro. Non soffriva, ma giaceva con gli occhi chiusi, mormorando in modo assente, come uno che sogna. A volte sorrideva, senza dire nulla; a volte sorrideva quando pronunciava un nome – per esempio Shekels, o BB, o Potter. A tratti si trovava nel fortino, e impartiva ordini; a volte conduceva la carica nella prateria alla testa dei suoi uomini; a volte addestrava il cavallo; una volta, in tono di rimprovero, disse: “Mi stai porgendo lo zoccolo sbagliato; dammi il sinistro – non sai che è un addio?”
    E dopo è rimasta lì, e per un po’ stette in silenzio; la fine era vicina. Ogni tanto mormorava: “Stanca… assonnata… mamma, prendi con te Cathy.” E poi: “Baciami, Soldato.” Per pochi istanti giacque così immobile che dubitammo che respirasse ancora. Dopo sporse la mano e iniziò a tastare, come se cercasse qualcosa; poi disse: “Non riesco a trovarla; suona il silenzio.” Fu la fine.

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