Di un Ferragosto di Stagioni vitali, di passioni e di lettere d’amore. E di unghie laccate di rosso, doucement.

16 agosto 2013

Dear the-Reader,

Ieri era Ferragosto, e Milano era radiosa come raramente le è dato di essere. Una luce limpida senza alcuna velatura, un cielo bello come certi cieli di Roma, un’aria fresca e chiara, il silenzio, una luna crescente quasi di tre quarti che è sorta nel pomeriggio, algida, e poi si è avvicinata, si è ingrandita, e la sera era lì, bassa, che spuntava da ogni tetto e tra le case, prepotente, come a dire, eccomi, sono io. Milano è leggera, in questi giorni. Il caldo immobile e melmoso della prima settimana di agosto che ha seccato le foglie degli ippocastani togliendo loro quell’aspetto turgido da piena estate si è dileguato, e c’è qualcosa di nuovo nel modo in cui la luce avvolge le case e le strade, qualcosa di lieve. E poi Milano è piena di musica, di cinema all’aperto in luoghi di grande bellezza, di concerti in chiese spesso chiuse che in questo periodo sono aperte per accogliere e offrire suoni e incanto. Come la voce di Emma Kirkby, qualche giorno fa, a San Pietro in Gessate, con Claudio Astronio che dirigeva Harmonices Mundi. E davvero, in quella chiesa, piena, nonostante agosto, nonostante un temporale stizzito mentre la gente era in attesa all’aperto di comprare il biglietto, davvero in quella chiesa, sotto lo sguardo di angeli musicisti dalle ali colorate, gialle, rosse, rosate, ocra, verdi, viola, gli strumenti e la voce si sono mescolati come colori e l’impasto era dolce come una pastafrolla, senza nessuna stucchevolezza, e i pianissimo di Emma Kirkby si sono infilati nelle orecchie e nell’anima, doucement. Non ho trovato nessuno dei pezzi eseguiti quella sera, perciò metto qui un brano di Monteverdi, in cui la voce della cantante mi commuove come la prima volta che l’ho sentita. Lei ha visto il film Shine? Alla fine sui titoli di coda, Emma Kirkby canta “Nulla in mundo pax sincera”, di Vivaldi. Una folgorazione. Quella volta, uscita dal cinema, mi sono infilata in un negozio e ho comprato la colonna sonora del film, e quel brano l’ho ascoltato e riascoltato, e lo ascolto e lo riascolto, come questo “Lamento della ninfa”, con quei quattro “mai” in sequenza che raccontano l’offesa profonda di un corpo e un’anima altre preferite a quelle della ninfa che canta, la voce come un pianto e un sussurro, lo strazio e il dolore dell’abbandono, e la domanda “perché” nascosta in ogni piega della voce, in ogni respiro. Ma un perché non c’è, se non la nostra natura di esseri fragili, e la natura stessa dell’amore, che come si dice nella chiusa “mesce fiamma e gel”. Una voce che stordisce, che s’insinua, che che cerca nel corpo i nascondigli dell’anima. Ma basta, non voglio essere malinconica, lo sono stata troppo, e il cielo è così azzurro, oggi, e nel silenzio si sentono voci di uccelli, proprio ora, proprio qui, che mi riportano ad altri suoni che volevo raccontarle. Le metto un’indirizzo, se fosse in vena di ascoltare Emma Kirkby. http://youtu.be/z3ZX5hFN-is
Ieri sera, invece, sono andata all’auditorium per un concerto che mi ha divertito, emozionato, addirittura fatto ridere. Un’orchestra barocca versus e con un ensemble jazz. Le quattro stagioni di Vivaldi, suonate una alla volta, prima dalla Verdi Barocca, con la direzione di Ruben Jais, e poi dalla Crescendo Big Band di Sandro Cerino. Uno spettacolo magnifico: due mondi diversi, nell’abbigliamento, nella postura, negli strumenti usati, nel linguaggio, anzi, nei linguaggi, nella melodia, nelle armonie, nell’idea di solista e di insieme. Mescolanze timbriche lontanissime che si alternavano e si rincorrevano, in un apparente cimento. Filo conduttore Vivaldi e la vitalità della musica, delle musiche. Il teatro pieno di gente – eterogenea come i musicisti – che come me si è divertita, ha guardato la varietà di strumenti a fiato che i jazzisti suonavano e che stavano schierati davanti a loro, diversi strumenti per ogni esecutore, flauti, clarini saxofoni di tutte le forme e di tutte le misure, e poi pianoforte e clavicembalo, archi sfregati, pizzicati, trombe, corno, batteria, un’ocarina o qualcosa del genere, trombone, tuba. Il rito serioso della musica classica rotto fin dall’inizio, Ruben Jais che saluta il pubblico con un “Buona sera”, e racconta la libertà d’interpretazione della musica barocca, e la libertà del Jazz, e la bellezza di lavorare insieme. “Buon ferragosto”, e il concerto inizia. E poi, alla fine, un pezzo a orchestre riunite, ironicamente intitolato “Alta stagione”, uno spazio per tutti i timbri, e Sandro Cerino istrione, divertente, a tratti esilarante, e i musicisti presentati uno a uno, nome cognome e strumento, e aggettivi per dire le sonorità profonde o lievi degli strumenti, come a dire che tutti hanno la loro parte, che l’insieme funziona se ciascuno dà il suo contributo. Un concerto gioioso, e in un certo senso, un concerto di speranza. Mondi diversi che si mescolano per regalare passione. Perché sì, era la passione la nota dominante. Uscendo, mi sono sentita bene, e il pizzicato ritmico dell’orchestra barocca che racconta la pioggia d’inverno si mescolava nella mia testa al flauto soffiato distorto aggredito vezzeggiato dell’aria primaverile nella partitura di Cerino. La sera estiva era bellissima, pulita, la luna ancora visibile, quasi tattile, le strade del ritorno magicamente silenziose, come lo era stata tutta la giornata. La giornata ideale per fare una scorpacciata di suoni, di soffi di pizzichi di sussurri di rimbombi. Il silenzio e i suoni, il giorno e la notte le stagioni che tornano ma se ne vanno, o se ne vanno ma poi tornano. Sì, ieri sera ero allegra, come per qualcosa di inaspettato. E poi, come si sa, l’estate mi regala vibrazioni, ritmi, variazioni, mi tocca corde, mi muove desideri. Ho girato in macchina per la città, ho fatto strade inconsuete, deserte. Ho guardato edifici e piazze che sembravano appartenere a un altro luogo, ieri sera. Milano sembrava una quinta teatrale, misteriosa e vaga, che con qualche pennellata inventa un luogo che non esiste.

Ho interrotto questa lettera; raccontare del concerto mi ha messo così di buon umore che ho fatto una cosa inconsueta: mi sono dipinta le unghie, con calma, cercando di non lasciare spazio ad alcuna sbavatura. Un rosso quasi cremisi, o forse di Alizarina, che non è proprio il rosso lacca che tanto mi piace, ma è appena un po’ più scuro. Ma la perfezione, si sa, non è di questo mondo, e aver deciso di uscire per comprare uno smalto, il 16 d’agosto a Milano, averlo trovato di una gradazione che mi piace, anche se non è proprio quella che avevo in mente, averlo steso con cura, mi sembra già abbastanza miracoloso. E così, Caro the-Reader, digito sulla tastiera con le mie unghie laccate, che si muovono sui tasti bianchi come piccoli arpeggi leggeri. Mentre mi dipingevo le unghie, il pennellino intinto nello smalto, la goccia di colore che non deve toccare la pelle e deve essere subito stesa, mano ferma senza tentennamenti, sapersi fermare al momento giusto, proprio sul limitare, mi è venuto in mente un romanzo che ho appena finito, di Cathleen Schine, La lettera d’amore, che ho comprato qualche tempo fa su una bancarella di libri usati perché mi piaceva il titolo, perché amo gli epistolari, le lettere, i romanzi che contengono lettere e cose così. Un romanzo lieve, per una volta, costruito con sapienza, una pennellata dopo l’altra, rosso lacca di desiderio, rosso cremisi di passione, albicocca di giovinezza, rosa garrulo da civetta, nero di inchiostro su carta bianca, parole lette per caso in una lettera scritta a macchina con nomignoli al posto del mittente e del destinatario, parole che una volta scritte diventano di chi le legge, perché è proprio così, una lettera, come un romanzo, non è più del suo autore, ma di chi la legge. E tutti, – tutti – quelli che in qualche modo leggeranno quella lettera, penseranno e desidereranno che sia stata scritta per loro, pur sapendo che non è così. Parole sulla carta – scritte per finta, come si scopre alla fine, perché sono parte di un romanzo – che però si insinuano, fanno vibrare, scuotono, perquotono, insufflano, movimenti, pensieri contrastanti che si affrontano come nemici, desideri, ragionamenti più o meno saggi, perfino sentimenti. Che cosa significa innamorarsi? “È come rimanere sull’orlo di un precipizio, per sempre?” E quando è la soglia oltre la quale diciamo “che la passione diventa amore”? Questo si chiede Helen, libraia seduttiva e civetta, abituata a fare e disfare, condurre, sedurre, guidare sempre lei, in macchina, in libreria e nel desiderio, dopo che la lettera innesca un gioco sottile, prima mentale e poi fisico, a cui lei non vuole e non sa sottrarsi. La passione letta nei libri e ascoltata nella musica che si fa carne e diviene riconoscibile, nel corpo di Johnny, nella sua camicia di giovane maschio sul proprio corpo di quarantenne disincantata. Ho pensato a Johnny, mentre mi laccavo le unghie di rosso, che guarda Helen con la propria camicia addosso e ne trae un sentimento di intimità più forte del sesso. Eccolo lì, l’amore che spunta dalla passione, come i temi di Vivaldi che, nascosti e apparentemente introvabili, improvvisamente ritornano riconoscibili nelle variazioni jazz della band di Cerino. Johnny che ha vent’anni e la bramosia, la bellezza, l’insolenza della sua giovinezza. Johnny che bacia Helen senza chiedersi se sia politicamente corretto o giusto o saggio o chissà che. Johnny che ha il coraggio incosciente di dirsi e di dire prima il suo desiderio e poi il suo amore per Helen, a differenza di lei, che tergiversa aspetta si indispettisce combatte cede e infine, anche quando lo sente affiorare sulle proprie labbra, non vuole scriverlo, quel ti amo, “così concreto, così eterno. O forse ho paura che metterlo per iscritto non serva, che metterlo per iscritto ne riveli la fuggevolezza, Ti amo, così fragile.” Lo scrive nell’ultima pagina, Helen, su una cartolina, e aggiunge per sempre. Poi la imbusta, mette il francobollo e la ripone in un cassetto della sua libreria dipinta di rosa, accanto alla lettera d’amore che ha ricevuto per caso. Cerca la chiave del cassetto, ma non la trova “A quanto pare l’aveva persa.” Non sappiamo se la cartolina verrà spedita. Mentre soffiavo sulle mie unghiette brillanti, ho pensato che però sappiamo che la chiave del cassetto non si trova, e che è molto più facile decidere o avere l’impulso di aprire un cassetto se non è chiuso a chiave. L’assenza di una chiave rende il cassetto meno definitivo e più accessibile, a noi e agli altri.  Seduta davanti alla mia finestra aperta sul piccolo balcone fiorito, le unghie dello stesso rosso di una verbena generosa, ho pensato alle lettere che ho scritto e non ho spedito, e a quelle che avrei voluto scrivere e non ho scritto. Ho pensato anche a queste lettere che scrivo a lei. “Le lettere fanno schifo”, pensa Johnny, perché diventano solo quello che l’altro vuole leggere, e poi perché non c’è il corpo nelle lettere, non c’è un tono di voce, un’incrinatura, un respiro, un gesto che dia compimento al senso che vogliamo dare. Non so. Forse è così. Ma in fondo, vorrei dire a Johnny, tutta la tua passione e il tuo amore e i tuoi pensieri per Helen sono nati da una lettera letta per caso, che non era per lei e non era per te e non era per nessuno di tutti quelli che speravano fosse per loro. Era una lettera di tutti, come una cortigiana, e ciascuno desiderava sperava voleva che fosse solo per sé. È che a tutti noi piace ricevere lettere d’amore pensando di esserne il destinatario, colui o colei per cui quelle parole, proprio quelle e non altre, sono state scelte, scritte, spedite. Colui o colei che in quel momento, non quando riceviamo, ma prima, prima ancora di saperlo, quando il mittente scrive pensa invia, è -siamo, ci illudiamo di essere, speriamo di essere, le declinazioni sono molte – il centro dei suoi pensieri. Una volta, in un distacco molto doloroso, mi sono fatta scrivere sul corpo una lettera molto meditata, ogni parola pensata, scelta, cancellata, ripresa, decisa, e poi mi sono fatta fotografare per inviare le foto al destinatario della lettera. Ma le foto erano di una qualità scadente, e mi sembravano sciupare colpevolmente le cose che volevo dire, e come volevo dirle. Il destinatario non le ha mai ricevute, anche se ha saputo della loro esistenza. Non mi ha mai chiesto di vederle, nè io ho mai deciso di mandargliele, nemmeno dopo il ritorno, nemmeno dopo un nuovo, ancor più doloroso, distacco. Ci ho pensato, mentre lo smalto si asciugava e lo guardavo e mi compiacevo della sua brillantezza incredibilmente senza sbavature, e mi è venuta voglia di cercare i file, che stanno in qualche cassetto del mio computer, senza nessuna chiave. Se li avessi chiusi con una password o qualche altra diavoleria tecnologica, dopo tutto questo tempo, probabilmente la chiave l’avrei persa. Invece sono lì, come la cartolina di Helen, accessibili, anche se ciò non significa necessariamente che qualcuno vi accederà. Per distrarmi, ho gironzolato su youtube cercando Jais e Cerino e ho scoperto che qualcuno ha caricato un frammento del concerto di ferragosto, di cui metto l’indirizzo, se per caso lei volesse ascoltarlo. http://youtu.be/iVPkuCa0qxI

Che strano: Shine per Emma Kirkby e Schine la scrittrice, Cerino che si accende di passione e Jais che significa giaietto, una pirite di un colore nero molto brillante che si usa anche per fare bottoni, o “abbellimenti” come dice il dizionario. Il tutto in una giornata azzurra e luminosa, dopo una notte chiara d’estate, una musica piena di vita e una luna accessibile come una cassetto senza chiave. Sto migliorando, le pare? Sono partita da un ennesimo straziato lamento e sono arrivata allo smalto color forse cremisi delle mie unghie, vedere le quali oggi mi dà grande soddisfazione, quasi avessi scoperto le mie origini remote. Che bella l’estate. Stasera uscirò, andrò a un cinema all’aperto, con dei sandali molto aperti, molto, in modo che si vedano con chiarezza tutte le mie estremità laccate di rosso. Imbucherò domani. Sia paziente, la prego, e mi creda: questa lettera l’ho scritta per lei.

M.n.m.

ps. chissà se è un caso che questa Helen si chiami – quasi – come Helene Hanff di 84 Charing Cross Road, lettere, libri, libreria. Ci ho pensato adesso, appena prima di salvare. E anche – quasi – come Ellen, nell’Età dell’innocenza. No, questo non è di certo un caso, dato che Edith Wharton viene citata continuamente nel libro. Vede? Anche questo è un segno di miglioramento. Un gioco con i libri, come tanti ne ho fatti con Messer Papillon: era tanto che non succedeva. Doucement.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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Una risposta a Di un Ferragosto di Stagioni vitali, di passioni e di lettere d’amore. E di unghie laccate di rosso, doucement.

  1. Anonimo ha detto:

    “Un gioco con i libri, come ne ho fatti tanti con…”, leggo. E Messer Papillon “è qui che pensa a te”, come dice Gozzano nel giorno di Santa Felicita. Anche di notte, insonne. E anche in questo “suo” ultimo libro, che, iniziato con mano leggera e svagata – figurarsi, è il cavallo di Buffalo Bill a parlare in prima persona, e che ha trascorso la vita sotto la sua sella, con lui sopra, anche, e sì che si trattava di più di novanta chili, senza i vestiti, e trascura di dire quanto poi pesasse quando Buffalo Bill, trovandosi sul piede di guerra, portava alla cintola tutta l’artiglieria – ebbene, iniziato con mano bizzarra e in “cavallesco”, come l’equina voce narrante ci tiene a dire, il racconto introduce una inimitabile bambina di nove anni dalle idee chiarissime sostenute con energia e spavalderia femminilmente infantili, per poi finire, in un modo inaspettato che mozza il fiato, proprio nella seconda metà dell’ultima pagina quando la piccola rimane incornata a morte per essere accorsa in difesa del proprio amato cavallo. Ed è il continuo pensare a quella mano felice e sapiente, e, perché no?, talvolta litigiosa, giocare con la quale, però, portava a “perfezione” il gioco con i libri, che a volte mi rende insonne, o, in alternativa, anche dormendo, la sogno di continuo, quella mano, e di continuo mi chiedo come sarebbe intervenuta. Mi chiedo anche se, ora, quella mano non abbia anch’esse le unghiette rosse, oltre quelle delle estremità inferiori. Così, pensieri insonni, perché esistono giochi che non finiscono mai, poiché sono dentro di noi, fanno parte indissolubile di noi, né possiamo strapparceli dal cuore o dalla mente. Messer P.

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