Cartoline dalle vacanze, da Sud e da Nord, in salsa di ritorno, con una luce pallida senza rimorsi.

3 Agosto 2013

Dear the-Reader,

è finito luglio ed è arrivato un gran caldo, il caldo che sale dalle strade e ti investe come un soffio quasi liquido, bollente e denso. Sono stata a Berlino settimana scorsa, e il giorno in cui sono arrivata c’erano 36 gradi. Scendendo dall’aereo ho pensato di essere sbarcata in un cuore mediterraneo, e mi è venuto in mente che poche settimane prima, all’inizio di luglio, arrivando a Brindisi avevo immaginato di essere in una qualche città nordica, aria fresca e frizzante, golf di cotone e scarpe chiuse. E così, a Berlino ho pensato al Salento e ora a Milano penso a Berlino che mi faceva pensare al Salento e al sud che tanto mi piace.
Non ho intenzione di tediarla con le mie vacanze, sole mare sensuali fioriture mediterranee e cieli scintillanti, cupola del Reichstag Kreutzeberg Prezlauer alberi frondosi e cieli mossi, piovosi ventosi, a volte scintillanti. Solo, due cartoline, una da Sud e una da Nord. La prima da Maglie, paese nell’entroterra salentino, primo pomeriggio, domenica 30 giugno. Tutto chiuso, perfino la stazione, dove di domenica non si ferma nessun treno. Dovevo aspettare più di un’ora l’autobus che, dopo un autobus, un aereo, due autobus, finalmente mi avrebbe portato a destinazione. Un silenzio come in una piazza metafisica. Luce sfavillante sulle pietre chiare, un color crema caldo, le persiane tutte accostate. Inutilmente ho percorso un ampio quadrato cercando un caffè dove poter stare. Solo il rumore delle ruote della mia valigia sulla strada, e gli occupanti di qualche rara automobile che mi guardavano come se fossi un aliena appena sbarcata da un’astronave. Tornata al via, come in un gioco dell’oca, senza aver incontrato nessuno, mi sono seduta su un gradino con il mio libro aspettando di vedere spuntare da una curva l’autobus che non potevo permettermi di perdere, dato che il seguente sarebbe stato dopo più di quattro ore. D’un tratto è arrivato un pulmino di quelli con una decina di posti, vuoto, una specie di scuolabus delle vacanze, e si è fermato davanti me. Il guidatore è sceso e mi ha chiesto se aspettavo l’autobus per il luogo dove dovevo andare. Ho detto di sì. Lui mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto “Sono io, l’autobus”. Gli ho chiesto se sapeva dove si potesse prendere un caffè, dato che mancava più di mezz’ora. Ci siamo andati insieme, nella direzione opposta a quella che avevo preso io, e durante la strada mi ha raccontato di quei luoghi, dell’inverno, dell’estate, della sua emigrazione e del suo ritorno. Nel bar ha salutato tutti, e io sono stata accolta come una riconosciuta da sempre. Il barista, giovane, bello, con uno sguardo franco, mi ha chiesto se era la prima volta che andavo da quelle parti. Sì. Mi ha guardato e mi detto: “Vedrà che tornerà. Questa è una terra dove si torna”. Ci siamo incamminati verso la la stazione, e poi, dal finestrino del mio quasi taxi privato, ho visto una campagna bellissima, ulivi come querce, mare sfogorante, torri d’avvistamento piantate a picco sulle scogliere; di fronte, azzurra, l’Albania. L’autista mi ha fatto vedere ogni cosa, mi ha indicato nomi di luoghi e di palazzi, mi ha mostrato insenature raccontandomi di ognuna  perché si chiama così. Quando sono scesa, ho pensato che era un inizio pieno di bellezza.
La seconda da Berlino, Savigny Platz, giovedì 1 agosto. Una notte tiepida, quasi calda. Un uomo e una donna che si baciano di fronte a una libreria sotto gli archi che sorreggono i treni della S-Bahn. I tavolini vuoti dei ristoranti ormai chiusi, le sedie legate tra loro come biciclette, silenzio. L’uomo si avvicina a una bicicletta, e armeggia per slegarla. La donna si allontana a piedi, costeggiando gli archi sotto i binari. Si volta e lo saluta con la mano. Lui è fermo, in piedi, risponde al saluto e se ne va. Lei cammina, lentamente, il capo chino. Pensieri. Nella vetrina della libreria, appese a un filo d’acciaio ci sono delle cartoline d’autore. Una raffigura un dipinto, due sedie da regista di stoffa bianca su una spiaggia, cielo azzurro come certi cieli del Sud. Su una delle due sedie uno scialle o una coperta, non so, anch’essa bianca, appoggiata su un lato della spalliera. Luce. La donna svolta sotto uno degli archi e sparisce. La piazza è deserta. La notte è dolce. Le sedie nella cartolina sono vicine, ma non accostate. Sono viste da dietro. Una è in asse con lo sguardo di chi guarda, lo schienale dritto davanti a noi, l’altra  è leggermente sghemba. Come fossero di due persone che sanno stare in silenzio davanti alla bellezza, che stanno lì sedute e guardano il cielo senza bisogno di dire questo e quello. Che vanno da qualche parte, forse insieme, forse no, e poi lì torneranno, lo scialle, l’azzurro, una pace, come è quella di un ritorno a lungo atteso. Camminando verso la pensione che mi ospitava, nella mia ultima notte berlinese, ho pensato a lungo a quelle due sedie vuote, lo scialle morbido, bianco. E a quella donna a capo chino che se ne andava lungo il muro sotto i binari, e non sembrava felice. I tigli erano ancora fioriti, ma non si sentiva alcun profumo, forse la stagione è troppo avanzata, e la fioritura ha perso la sua giovinezza.
Il giorno dopo, prima di partire, sono tornata per comprare la cartolina, ma una commessa un po’ sgradevole mi ha detto che le avevano finite, e che quella in vetrina non si poteva vendere. Ho cercato di convincerla, prima con gentilezza dicendo che partivo, poi un po’ più indispettita, ma non c’è stato niente da fare. Stupidamente, non ho pensato di guardare almeno di chi fosse il quadro, per poterne trovare un’immagine da qualche parte. E così rimarrà appeso nella mia memoria come al filo d’acciaio, una suggestione bianca e azzurra in una notte berlinese di mezza estate. In un libro intenso di Elisabeth Strout che ho appena finito, “I ragazzi Burgess”, nell’ultima pagina Bob, uno dei tre fratelli protagonisti del romanzo, – “Pensò a Margareth, e, con stupore il suo cuore comprese il proprio destino. Per qualche attimo avvertì dei brividi di preoccupazione (…)Era fuggito da tutto questo (…) Eppure, ciò che gli stava davanti non gli parve strano, e la vita era proprio così, pensò.” Ci ho pensato quella sera, camminando da sola sotto gli alberi. Ho riletto l’ultima pagina, al ritorno, e continuo a pensare a queste parole, e alla “prima pallida luce” dell’ultima riga che “si insinuò senza rimorsi sotto gli scuri”. Di nuovo un’alba in un finale. Come nella famiglia Karnowski. Ma non livida. “Senza rimorsi”. Come a dire che è nel ciclo naturale delle cose, l’alba dopo una notte senza luna e senza stelle, un ritorno fino ad allora non considerato, per nulla strano, la vita che prende forme che la testa non ha pensato, e lo stupore, lo stupore davanti a noi stessi e alla nostra anima che sa svelarci il nostro destino, se sappiamo accoglierlo. Se non è troppo tardi. Se non è come per Susan, l’unica femmina dei fratelli Burgess, che pensando al fallimento del proprio matrimonio, al dolore per la fuga del suo “strano” figlio, si rende conto improvisamente di non aver mai chiesto scusa. “Ed era troppo tardi. Nessuno vuole mai credere che sia troppo tardi, ma lo sta sempre diventando. E poi lo è. “ Ma Elisabeth Strout è molto indulgente con le sue creature, madri, figli, mogli, mariti, fratelli, famiglie sgangherate come tutte le famiglie che in qualche modo riescono a ritrovarsi, e a tutti offre sempre un’altra chance. Come Jegor Karnowski, tornerà il figlio di Susan, con “una robustezza nuova” nell’anima e nel corpo, e uscirà dai suoi cupi silenzi, e parlerà, e racconterà, e dirà che vuole restare, anche se tutto gli sembra strano. ” È tutto uguale. Però è anche diverso”, gli risponde suo zio Bob. E Susan lo sa, lo sanno tutti e tre, e lo sa anche Jim, lo spregiudicato Jim, che i fratelli hanno messo su un autobus, quasi a forza, perché ritorni a ciò che ha distrutto, per chiedere scusa e provare a ricostruire. Quella sera a Berlino ho pensato che è proprio così: che è tutto strano, in un ritorno, qualsiasi ritorno, e che è tutto uguale però è anche tutto diverso, perchè siamo diversi noi, dopo essere stati altrove, qualsiasi altrove sia stato.

Adesso è molto tardi, sono passate le due del mattino. Da lei probabilmente sarà tardo pomeriggio o sera appena iniziata. Chissà se va in vacanza da qualche parte. Chissà quali alberi e quali città ci sono nel suo orizzonte. Certe volte mi dispiace non sapere nulla di Lei, caro the-Reader. Non saperla collocare in un luogo che non siano solo la cartina che si accende, queste pagine e i miei pensieri. Qualcuno mi ha detto che forse lei non esiste, che forse è una specie di scherzo informatico, non ho capito bene, una sorta di menzogna tecnologica. Spero di no. Mi piace pensarla che legge un libro, queste mie parole, un giornale o qualsiasi cosa in un parco, in queste sere d’estate, sotto un albero o vicino all’acqua o comunque in un luogo quieto. Sarà che d’estate ho bisogno di quiete, e di silenzio, e mi piace trovare luoghi che me ne offrano la suggestione. Come nel quartiere di Prezlauer, a Berlino, dove c’è un piccolo cimitero ebraico aperto nel 1827 che nonostante gli sfregi subiti conserva una grande bellezza. Alberi altissimi lo avvolgono come una sorta di cupola e i raggi del sole si infilano tra le foglie formando disegni d’ombra sulle pietre grigie. Ecco, di tutto ciò che ho visto, questo è il luogo che più mi rimarrà impresso. In mezzo a un quartiere molto vivo, un muro di mattoni rossi lo protegge dalla strada e dagli occhi di chi non lo cerca. A guardare bene sul muro ci sono delle stelle di David, fatte degli stessi mattoni rossi posizionati in direzioni diverse dagli altri.  Ho chiesto indicazioni a diverse persone, ma nessuno sapeva che esistesse. È strano, no? A volte stiamo in un luogo e non abbiamo la minima idea di cosa ci sia dietro a un muro lungo il quale camminiamo ogni giorno. Chissà se lei conosce il cimitero cosiddetto degli Inglesi, a Roma: un luogo meraviglioso, molto diverso da questo  di cui le stavo raccontando, molto più sontuoso, marmi, alberi di tante varietà, una luce più diffusa. Quando l’ho visto la prima volta, e non sapevo nemmeno che esistesse, mi ha colpito profondamente, come ora questo di Berlino, ancora più suggestivo, forse perché nel guardare non possiamo prescindere da ciò che è stato. Perché le parlo di cimiteri, penserà lei… Non so, mi è venuto in mente mentre scrivevo di quiete, e di silenzio. Ma non è un’immagine cupa, tutt’altro, la prego di credermi. Certo, forse non è proprio l’ideale per chiudere una lettera. E allora chiudo con dei suonatori di strada, sulla S-Bahn di Berlino, tre uomini Romanì, che suonavano e cantavano spirituals americani. Li ho incontrati il penultimo giorno: erano allegri, avevano belle voci, suonavano un violino, una fisarmonica e una melodica. Gli ho dato una moneta e li ho ascoltati con gioia cantare in inglese su un treno di Berlino Il giorno dopo, sulla stessa metropolitana, con la valigia per partire, li ho rivisti. Quando il violinista si è avvicinato con il suo bicchiere non gli ho dato nulla. Lui è passato oltre, poi si è fermato ed è tornato indietro. Mi ha guardato e mi ha detto Yesterday… Io ho risposto Yes. Lui mi ha sorriso, un sorriso pieno e divertito e io ho fatto lo stesso. Scendendo, con il violino, ha accennato qualche nota di Yesterday dei Beatles. Io mi sono voltata, e l’ho salutato dal finestrino. Lui ha fatto lo stesso. È stato bello. Riconoscere ed essere riconosciuti, in una città straniera, in una lingua che non è la tua. Sì, è stato bello, come quando il barista di Maglie mi ha detto “questa è una terra in cui si torna”, e come quando, a Berlino, Eistein Cafè, ho rivisto un’amica che lì si è trasferita, ed è stato come se ci fossimo viste il giorno prima, e il giorno prima ancora, un abbraccio intenso, una gran gioia.
Dear the-Reader, io non la conosco, ma ogni volta che la cartina delle visite al blog si illumina degli Stati Uniti mi sembra di riconoscerla. È bello. Accennerei due note di Yesterday, ora, per salutarla.
Yesterday… all my trouble seemed so far away… Ha sentito? Ha visto? Ho fatto anche un cenno con la mano…

Mnm

ps. Sulla copertina dell’edizione italiana – Fazi editore – del libro della Strout c’è la riproduzione di un quadro, cinque persone sedute su sedie di legno, in un paesaggio di terra e montagne brulle, in silenzio. Le ombre sono lunghe, e forse è il tramonto. Quattro, due uomini e due donne, sono in fila, seguendo la linea prospettica, di profilo, e guardano dritto davanti a sè. Il quinto sta arretrato rispetto a loro, come in seconda fila sul lato sinistro dell’immagine, ma più vicino a noi di tutti gli altri. Non guarda dritto quel qualcosa che noi non vediamo: è leggermente piegato in avanti e tiene in mano un libro, e legge. Sembra assorto, anche un po’ stupito, come quando riconosciamo qualcosa di noi in una pagina scritta. Yesterday…

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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