Del giardino delle rose, come promesso, e di una catena di libri che con le rose non c’entrano nulla. E dell’estate improvvisa, dopo l’assenza di primavera. (E di un gelsomino che tarda a fiorire) Insomma, di un gran minestrone.

Dear the-Reader,

è passato molto tempo dall’ultima volta che le ho scritto, e ho molte cose da raccontarle. La primavera non c’è stata, quest’anno. Ha piovuto e piovuto e piovuto, e freddo, e grigio.  Per settimane, ovunque si andasse, tutti parlavano solo del tempo, e non solo i metereopatici come me. Tutti, entrando in qualsiasi luogo, commentavano il freddo o la pioggia, che sembravano perfino aver fatto dimenticare il circo deprimente che questo paese è diventato. Gli alberi hanno cambiato aspetto di colpo, un giorno all’inizio di maggio limpido e caldo, in cui tutti abbiamo sperato che finalmente la stagione stesse mutando. In un solo giorno tutto è diventato verde, e rigoglioso. Ma poi acqua e acqua e chiome fradicie e cielo buio. Ancora domenica scorsa sono fuggita da un mercatino di libri perché il cielo è diventato nero e minaccioso, basso sulla città fredda che è diventata livida come per uno spavento. Il gelsomino sul mio balcone non era ancora fiorito, e lo guardavo con trepidazione, perché in giro c’erano fiori bianchi arrampicati ovunque, sui cancelli o sui balconi e mi chiedevo quando sarebbe stato tempo di profumo anche per me.
Poi, questa settimana, è tumultuosamente esplosa l’estate, e la città sa inconsuetamente di tiglio, in modo languido e inebriante, anche laddove i tigli non si vedono. Sarà tutta l’acqua che è venuta, e poi il caldo improvviso, e le piante che di colpo hanno trovato vigore e profumano l’aria per dire ecco, ci siamo. Il mio gelsomino in una notte ha cambiato aspetto, si è riempito di boccioli affusolati il primo dei quali si è aperto ieri come ormai temevo non accadesse.
Sono stata a Roma, al giardino delle rose, due settimane fa. Dal treno fiumi gonfi, tutti, il Po, l’Arno, il Tevere, canali e canaletti, verdi, melmosi, con gli alberi piegati sull’acqua per le foglie bagnate. Sono andata al roseto (si chiama roseto comunale, ma giardino delle rose mi piace di più, e questo rimane il suo nome nella mia toponomastica dell’anima e dei sensi) in un pomeriggio instabile, ventoso, sole a tratti, anche caldo, poi nuvoloni scuri e veloci, aria fredda quasi come a Milano, ma una luce piena di ombre e di contrasti da rimanere seduti lì e guardare il cielo ancora più che le rose, belle, certo, ma affaticate di pioggia, i petali a terra, pozze d’acqua tra le piante. Ho camminato, ho annusato, ho guardato. Poi mi sono seduta su una panchina, nel silenzio, nella meraviglia di quel luogo, le rose, i viali a forma di Menorah, i cipressi scuri e i grandi pini che costeggiano il giardino, le rovine rossastre di fronte, la città che dilaga. Un luogo che sembra fatto apposta per farti sentire dentro un mondo più grande di te, quasi un universo, misterioso per incanto da un lato e per una sorta di vertigine dall’altro. È che a volte ce lo dimentichiamo, di stare in qualcosa più grande di noi, tutti presi in una piccola vita che si gonfia ai nostri occhi come se null’altro esistesse. E seduta lì, in mezzo alle rose un po’ sofferenti per un clima che sembrava più adatto a marzo che alla fine di maggio, ho a lungo pensato a due libri da poco tradotti – finalmente – in italiano: la famiglia Karnowski, di Israel Singer, pubblicato da Adelphi, e Un anno a Treblinka, di Yankel Wiernik, uscito per i tipi di Mattioli1885. Due libri che hanno aspettato più di cinquant’anni per essere tradotti e pubblicati in Italia, uno di un grandissimo scrittore, l’altro di un anonimo falegname, entrambi polacchi, uno emigrato negli Stati Uniti nel ’34 e morto nel ’44, prima che fosse manifesta l’enormità dell’ orrore che l’Europa stava vivendo, l’altro internato a Treblinka e tra i pochissimi sopravvissuti di quel campo di morte, per sempre testimone nel corpo, nell’anima e nelle parole dell’orrore che l’Europa aveva vissuto. Due libri uniti da molti fili, e non solo quelli più evidenti, storici, geografici, di appartenenza e di lingua. La stessa tragedia, anticipata in modo quasi preveggente da Singer e minuziosamente raccontata nei fatti più atroci del suo dispiegarsi da Wiernik, lo stesso abisso in cui gli esseri umani sanno precipitarsi, la stessa disperazione nell’ imminenza e nella presenza del male, lo stesso guizzo che a volte, malgrado tutto, gli esseri umani sanno trovare. Un romanzo complesso e articolato che racconta di tre generazioni e di tre paesi, moltissimi personaggi e ambienti, uomini donne bambini adolescenti, commercianti rabbini medici intellettuali funzionari oppositori, e un racconto reale di poche pagine, scarno, un solo luogo, il campo, uomini donne bambini, vittime e carnefici, ma entrambi terribili, implacabili, e, ho pensato seduta tra le rose su uno sfondo da lasciare senza parole,  entrambi carichi di sguardo, di domande senza pace. Perché, mi sono chiesta un po’ smarrita, penso a due libri così dolorosi proprio ora, in questo luogo di meraviglia nel quale ho tanto desiderato tornare?
Ma il giardino delle rose, oltre che saturo di bellezza, è un luogo saturo di Storia e di storie, e di presenze, e a un tratto non mi è parso più così strano pensare a Singer e a Wiernik guardando i resti del Palatino, i campanili cristiani e la cupola della Sinagoga. Anzi, mi è improvvisamente sembrato che fosse quasi naturale pensarci, stando lì, rose e rose di tutti i colori, scelte, piantate, curate su una terra digradante che un tempo accoglieva i corpi degli ebrei di Roma e li custodiva nel silenzio degli orti e del cimitero ebraico. Un luogo di pace, e al tempo stesso un luogo di memoria che fiorisce in forma di rosa.
Ho pensato a Wiernik, che, straziato dai ricordi di ciò che è stato e che non era nemmeno immaginabile, e perseguitato senza fine dalla consapevolezza di aver contribuito con il proprio lavoro di schiavo alla morte dei suoi fratelli, si sente “un nomade” che sembra “portare sulle spalle il peso di molti secoli”. Cerca “quiete e solitudine”, ed è solo il canto degli uccelli che accompagna l’immensa fatica di dar voce al suo racconto. “Amati uccelli”, dice Wiernik, e questa frase struggente è rimasta impressa nella mia memoria, e l’ho pensata, seduta tra le rose, e la penso ora, le finestre spalancate, profumo di tiglio e sì, proprio ora, proprio qui, il raro canto di un uccello che non so distinguere.
“Papà, perché tutte queste sofferenze?” chiede Jeannette, un personaggio secondario nel romanzo di Singer, al padre, il vecchio Reb Efraim,venerabile e molto saggio, sempre immerso nello studio e nella scrittura nonostante “sappia e veda tutto ciò che succede nel mondo”.
(…) Reb Efraim sorride, un sorriso sdentato nella barba muschiosa.
“È una vecchia domanda, figlia mia, vecchia come la sofferenza stessa. Con le nostre menti limitate non riusciamo a capirlo, ma tutto questo deve avere un senso, come ogni cosa che esiste, altrimenti non esisterebbe.”
Le parole del padre non alleviano la pena di Jeannette, che anzi diventa più pesante, più amara.
“Perché Dio ci tormenta – insiste – Perché gli piace tormentare, quando potrebbe fare il bene, se solo volesse?”
Sì. Nel giardino delle rose di Roma, in una giornata di maggio inconsuetamente instabile, ho pensato a Jeannette che non riesce ad accettare le spiegazioni di suo padre e si rifugia nella lettura di romanzi francesi, e a Wiernik che, sfiancato, lontano da ogni consesso umano, vuole solo scrivere il suo terribile racconto e trova un po’ di pace unicamente nel canto degli uccelli. La lettura, la scrittura, i suoni quieti della natura, le rose e il gelsomino come antidoti all’incomprensibile dolore dell’esistenza.
Ma Wiernik, nonostante tutto, ha partecipato all’organizzazione della rivolta del campo di Treblinka, riuscendo – uno dei pochissimi – a fuggire e a salvarsi. Dopo la guerra, dopo aver scritto il suo racconto, emigrato in Israele, ha dedicato la propria vita a perpetrare la memoria di ciò che è stato. E Jegor, il più giovane e umiliato e disperato tra i personaggi di Singer, uccide il suo aguzzino e torna come il figliol prodigo alla casa del padre che aveva rinnegato insieme alle proprie origini. Il romanzo di Singer finisce con la luce livida di un sole nascente che trafigge la fitta nebbia e illumina le finestre dietro le quali Georg Karnowski cerca di mantenere in vita suo figlio Jegor eseguendo da medico di guerra quale è stato il più indifferibile dei tanti pur indifferibili interventi che ha operato. Non sappiamo se Jegor si salverà, ma sappiamo che è tornato: “Sono io, papà” dice a suo padre sul pianerottolo di casa, come a dire che per tornare a essere se stesso ha dovuto fare e farsi del male. È l’umiliazione profonda, intima, della sostanza di sè, che ha minato fin da bambino il piccolo Jegor. E Singer racconta l’umiliazione e le diverse reazioni all’umiliazione in molti suoi personaggi, nelle storie e nella Storia. È la sostanza di sè, che Jegor deve ritrovare, più ancora che la salvezza fisica. Ed è la stessa cosa che sembra dirci Wiernik, nel suo straziante Capitolo 1, una sorta di lettera al lettore nella quale egli ci precipita nell’abisso di sè prima di precipitarci nei dettagli terrificanti dell’abisso della Storia, che poi ci racconterà senza quasi sentimenti, perché nulla dice più dei fatti. L’alba – livida, perchè sempre livida è la ricerca di sè – di Singer e il quieto canto degli uccelli di Wiernik. La casa del padre e il bosco pieno di partigiani polacchi dove Wiernik riesce a fuggire. Nel giardino delle rose, quel giorno, ho pensato a lungo, e ho dovuto aspettare, per scrivere. Guardo il gelsomino sul mio balcone. Domani o dopo sarà fiorito. Il cielo si è ingrigito, di nuovo, e c’è un caldo umido senza sole che fa pensare a una serra. Può darsi che piova, stasera.
Dear the-Reader, mi perdoni. È un periodo così, e Musette sembra aver perso gioia e senso dell’umorismo. Ma sono contenta, perché questi due libri mi giravano in testa da quando li ho letti, e al Roseto ho finalmente sentito che era tempo di raccontarne, nel modo un po’ bislacco e poco sistematico che è proprio di Musette, che ha un cervello analogico, più che logico, e mette insieme in un gran minestrone rose gelsomini un grande scrittore un falegname e anche una luna a tratti velata che a Roma ho visto dalla finestra, perché non riuscivo a dormire. Gliela mando, insieme a una suggestione di rose, un roseto bianco, alcuni boccioli rovinati dalla pioggia, molti petali a terra. In un altro momento avrei scelto rose carnose, al massimo del loro fulgore, di una tonalità intensa, magari un certo punto di rosso, o arancio, con lo sfondo della città e della sua bellezza. Ma oggi no: il bianco, i petali caduti, i fiori rovinati prima di sbocciare, il graticcio che sorreggeva la pianta di rose, il cielo ventoso, nuvole fredde, colori d’inverno, e luce lunga, come d’estate, mi sembrano adatti al racconto di Wiernik e anche a quello di Singer. Ho raccolto da terra due petali, quel giorno, e li ho messi in un libro che avevo in borsa. Adesso li cercherò e li metterò nei libri di cui le ho parlato. E magari, chissà, quando saranno fioriti, metterò a seccare nei libri anche due fiori di gelsomino. (Lo so, ci mancavano solo i fiori secchi. E dire che gli erbari non mi sono mai piaciuti. La prossima volta cercherò di cambiare tono, davvero)
Ogni tanto mi chiedo chi glielo fa fare di leggere quello che scrivo. Ma continui, la prego: non può sapere quanto questo mi dia gioia.

Con affetto

Mnm

ps. mentre stavo per chiudere mi è venuto in mente un bellissimo racconto di Englander ” Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” Un racconto stupefacente, che potrebbe essere il terzo anello della catena. Nonostante una vena ironica quasi scanzonata, di nuovo una domanda terribile, come centro. E due risposte alla fine. Un sì e un no. Quel no risuona nelle mie orecchie e mi ha talmente turbato che l’avevo rimosso. È strano che non mi sia venuto in mente prima, nè al Roseto nè oggi mentre scrivevo. Ma forse non è strano affatto: proprio perché mi ha così profondamente colpito ho cercato di proteggermi dalla sua portata deflagrante. (per fortuna, dirà Lei: un altro anello non si poteva sopportare)

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Informazioni su Musette-non-musette

Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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13 risposte a Del giardino delle rose, come promesso, e di una catena di libri che con le rose non c’entrano nulla. E dell’estate improvvisa, dopo l’assenza di primavera. (E di un gelsomino che tarda a fiorire) Insomma, di un gran minestrone.

  1. Anonimo ha detto:

    bene, Musette lei è viva, e trasmette vive essenze di fiori, di libri e di albe. parole piene di senso, eppure leggere arrivano al cuore come profumi.

  2. cara Musette, piace trovarla in mezzo ai fiori e alle parole: come annusare la vita fra le pagine dei libri e dei giardini.
    Con affetto e stima
    zena

  3. valigiesogni ha detto:

    Dear Musette-non-musette,
    sono arrivata qui per caso, incuriosita da un suo commento letto nel blog di nonsoloproust ed ho sorriso delle strane coincidenze della vita. Sa, ultimamente sono presa dalla vena epistolare e m’è sembrato buffo incontrarla proprio ora. Ora, intendo, che anch’io non faccio altro che importunare con una lettera buona parte delle voci che incontro nel mio cammino. Me lo lasci dire: lei ha un gran bel blog e scrive lettere d’altri tempi. Di quelle che noi sentimentali desidereremmo ancora ricevere. Continui, la prego, sono certa che the-Reader la ringrazierà.

  4. Anonimo ha detto:

    Sconosciuta M-n-m, neanche io so come mi sono imbattuto nel Tuo blog. Ho dato un’occhiata. mi sono imbattuto nel blog e… Bello, bellissimo, bello, bene, perfetto. Ma ne ho derivata anche una sorta di strana perplessità, di cui non sono sicuro, Ti anticipo, però… Non è un po’ troppo come il faut, e come ce se lo aspetterebbe? Insomma, un blog bello per anime belle e delicate. E poi, suvvia, tutto questo scambio di complimenti, di “già l’adoro”, ecc. Insomma, non c’è qualcosa di artificioso, di messa-in-scena, di salotto buono tanto sconsolatamente per bene, senza nessun graffio per male? Sarà che sarete tutte anime belle, e io, invece, mi sento più a mio agio nella parte del torto… Ecco: sembra che qui abbiate tutti ragione dei vostri bei sentimenti delicati e adorabili, ma proprio per questo avverto il rischio di una nota un po’…
    Perdonami, se ho osato, ma è una vita che mi sento più a mio agio nella parte di chi ha torto che, però, conferisce il vantaggio di fulminare le “immagini rosate” con uno sberleffo che “voi sentimentali” non dubito giudicherete sommamente volgare.
    Comunque, con rispetto.

    • Anonimo ha detto:

      da anonimo ad anonimo: perché tutta questa necessità di esprimere lo stare a proprio agio nella parte del torto, laddove qui nessuno si vanta di stare dalla parte del diritto, o della giusta ragione? e stare a proprio agio nella parte del torto, non è un controsenso? voglio dire, se uno sa davvero che ha torto (marcio) in una certa situazione, che ragione ha di restarci, se non quella di autocompiacersi nel dirselo? o è solo il gesto solitario di intorbidare acque, il gusto triste di sporcare una cosa tremendamente pulita, un modo di cercare di non riconoscere a se stesso e ad altri di trovarsi di fronte ad una bellezza improvvisa, il disappunto o forse lo sbigottimento di ammettere che esiste tuttora e malgrado tutto il fascino della lettura, quando leggiamo qualcuno che sa scrivere ciò che sente, e sente davvero ciò che scrive.

  5. Per Anonimo 1:
    il suo sberleffo sull’immagine rosata mi ha molto divertito, (nelle mie intenzioni voleva essere un’espressione ironica, ma evidentemente non sono stata capace di esprimere nessuna ironia se lei l’ha presa così sul serio) e ho molto apprezzato la sua parola fulminare, che mi ha fatto pensare con nostalgia ai graffi di Messer Papillon. Anzi, per dirla tutta, ho proprio pensato che ci fosse il suo zampino, anche se anonimato e quel tantino di livore mi hanno fatto pensare che forse mi sbaglio. Per il resto, salotti buoni e bei sentimenti, per bene e per male, anime belle o brutte, ragione o torto, sono categorie che non mi appartengono e che lascio volentieri a chi deve sempre collocarsi e collocare da una parte o dall’altra, con quell’arietta di chi vuole essere molto contro corrente ma – forse suo malgrado – usa categorie di giudizio che hanno un che di stantio (tutti/io). Quello che non capisco è se non le piace quello che scrivo, i contenuti si diceva una volta, o il cicaleccio intorno ai contenuti. Del secondo non mi importa, e posso essere d’accordo con lei sul rischio di stucchevolezza che inevitabilmente si corre, ma del primo – ciò che scrivo – molto, perché sono i lettori che hanno diritto di parola su ciò che è scritto. Quindi penserò a quello che dice, come sempre sono abituata a fare.
    Per Anonimo 2:
    Non sia così catastrofico (torto marcio, intorbidare, sporcare, tremendamente…). Credo che Anonimo1 sappia leggere benissimo e che non abbia nessun torto marcio (Di nuovo queste categorie). Semplicemente non gli piace qualcosa che ad alcuni altri piace. E per fortuna a ciascuno può piacere o non piacere quello che vuole. E qui ognuno può dire cosa gli piace e cosa no, anzi: la scrittura, qualunque sia, anche così rosata come quella di un blog, ha bisogno del pensiero dei lettori, altrimenti si nutre solo di se stessa. Inoltre Musette non ha bisogno di nessuna difesa d’ufficio, perché sarà anche una donna delicata – per usare una parola di Anonimo 1-, ma ha chiarissimo in testa che se scrive in pubblico è naturale, legittimo, anzi salutare che qualcuno dica no, questa roba non mi piace, così come il contrario. Se tutto piacesse a tutti, la vita sarebbe una noia mortale.

    Con ciò, mi perdonerete se non entrerò più in questo interessante, anonimo dibattito. Ci vuole tempo, e Musette, che è pigra, preferisce dedicarsi ad altro.

  6. Anonimo ha detto:

    Perbacco, quale suscettibilità! Ma andiamo con ordine…
    Se per il signor collega Anonimo, esprimere una perplessità equivale a “intorbidare acque, il gusto triste di sporcare una cosa tremendamente pulita”, ecc.ecc., mi vien solo da preoccuparmi per gli eventuali incauti che, nella vita vera, talvolta osino non essere, obbedienti, della sua stessa opinione: speriamo almeno che, emulo del Grillo che evidentemente è in lui, non meni le mani al solo primo “Sì, sì, però…” Ma, come dicevano i latini? De minimis non curar praetor, quindi tanti cari saluti ‘a soreta, che fa sempre il suo effettaccio triviale.
    Quanto a M-m-m… Mi spiace che nelle mie inutili parole vi abbia riconosciuto del livore. Livore, e perché mai? Tutto, meno che il livore. Solo una perplessità. Insomma, a modo mio, che ha in orrore i salotti buoni e i buoni sentimenti, e gli sbrodeghezzi, come li chiamava il padre della Ginzburg, e soprattutto le anime belle, volevo solo dirTi che tutto il Tuo post, in realtà, mi sembra che giri e si sviluppi solo intorno a una nota dolente: l’assenza. Assenza di un sentimento di pienezza. Tutto qui. E quella orribile foto (che sia orribile e incomprensibile è fuori di discussione, giudizio per il quale mi prenderò altre maledizioni!) sta a dimostrarlo, secondo me. È solo una macchia vuota.
    Tutto qui. Il resto, un’elusione.
    Mi sbaglierò, ma poco importa: ho detto che so solo avere torto. Sono biologicamente adattato al torto. Già mezzo pentito d’aver disturbato la Tua pigrizia…

    • sì. L’assenza è un centro, ha ragione, ma non mi sembrava di essere assente nel racconto di libri che tanto pienamente mi hanno emozionato. Evidentemente non sono riuscita a dire quanto.
      E la foto era orribile, lo sapevo. Una macchia vuota, come dice lei. Di solito non metto foto, ed è molto meglio. L’ho tolta, come può vedere, seguendo un consiglio che Lei non mi ha dato ma che mi ero già data da sola. Ciascuno di noi lo sa quando viene meno a una propria regola aurea.

  7. Anonimo ha detto:

    “emulo del Grillo che evidentemente è in lui, non meni le mani al solo primo “Sì, sì, però…”. ecco, basti questo esempio, anzi questa sempiaggine per restare nel lessico della ginzburg, a dare la misura della fine perspicacia di anonimus 1 praetor.
    Cara Musette, visto che si parlava di torti e di assenze, vorrei rimproverarla per due cose: aver tolto quella foto prima che io abbia riconosciuto l’angolo del Palatino che ritraeva, e non aver compreso che in quei termini “catastrofici” (torto marcio, tremendamente, ecc.) c’era più ironia che cupezza censoria. Saluti

  8. Anonimo ha detto:

    Non essendo un’anima bella, confesso di non aver capito… Non avevo detto che Tu “fossi assente” nel racconto dei libri. Ma che Ti accompagna un sentimento d’assenza. Se scrivi qui, assente non sei. O comunque, forse sono solo un idiota che non capisce. La foto… non mi pare che il Tuo blog risenta dell’assenza.

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