Di un’ Odissea delle meraviglie e di un’ Odissea giapponese. E di case vicine e lontane, e di un giardino.

Dear -the-Reader,

Da due giorni c’è il sole, a Milano impazza il salone del mobile e soprattutto il FuoriSalone, le strade e le metropolitane sono piene di stranieri e ovunque incontri qualcuno con una cartina in mano; nelle vetrine, nei cortili, negli androni fanno mostra di sè alberi di cartone, vecchie biciclette, lampade a forma di cuore che illuminano  parole del cuore scritte sui muri, sculture fluide, rane giganti di tutti i colori appese ai balconi, e un’infinità di sedie, tavoli, scrittoi, oggetti per il bagno, mestoli da cucina, mobili e mobiletti fatti di qualsiasi cosa si possa immaginare. E stoffe, plastiche, gomme, piastrelle, rame, legni, foglie, fili, materiali di ogni tipo, a metri, a fasci, a rete, a corpo, a peso e a misura. Una grande sagra rutilante che riesce perfino a far dimenticare la crisi, l’imminente elezione del Presidente della Repubblica, il marasma paludoso in cui siamo immersi. Una sorta di ubriacatura di colori di forme di bellezza di bruttezza di “eventi” di mostre di oggetti, di folla. Un sacco di gente che gira come impazzita da uno spazio all’altro, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tutti che fotografano, che prendono depliant, che si nutrono di immagini, giovani, meno giovani, originali e presunti tali, da soli, in due, in branco. Un’ umanità variegata ma non troppo, che si muove in bici, in metrò, in taxi, a piedi, con trolley e zaini e borse piene di fogli di carta, cartelle colori, campioni di eco pelle o di fintovetro. Una specie di balletto un po’ surrealista e un po’ futurista, partitura su I-phone, scenografia urbana.
Settimana scorsa sono andata a teatro, a vedere un’ Odissea del teatro nazionale greco con la regia di Bob Wilson. Una vertigine di bellezza, di parole, di movimento. Luci come in una fiaba d’incanto. Il testo in greco, (nella versione di Armitage) coi sottotili in italiano, attori bravissimi che cambiano ruolo in continuazione, un pianista compositore che suona in scena dal vivo, giù dal palcoscenico, come nel cinema muto. (La Grecia della crisi che ci regala un’ Odissea delle meraviglie: un buon segnale, no?) Una cosa che non si può descrivere, fisica, magica, ironica, poetica, profonda. Una scenografia scarna, quasi nulla, tranne dei video, pochi oggetti, pannelli mobili che si spostano e ridisegnano lo spazio come in pensieri che si susseguono. Moltissime scene memorabili, ma più di tutto, più di tutto, le sirene. Donneuccellopesce calve, dalle ali piumate, i corpi incredibilmente candidi tra la coda nera fissata in verticale sugli scogli e le ali dispiegate in orizzontale, nere, nerissime anch’esse. Un movimento solo di busto, e soprattutto di braccia, di mani, di visi, di bocche spalancate in urla e gridi e versi ancestrali, straziati, strazianti, fisici come una parola arcaica. Suoni dalla profondità, del mare, delle viscere, del sesso, dell’anima, del corpo e della mente. Il tempo sospeso del desiderio, dell’attesa, del richiamo dentro e fuori di sé. Ulisse legato all’albero della nave, come noi che le guardiamo e non possiamo allungare una mano, fare una carezza, sentire un respiro. Uno sgomento, una meraviglia, uno sguardo dentro di noi, dentro la nostra animalità e il nostro pensiero. Siamo le sirene e siamo Ulisse legato. Siamo femmina e siamo maschio, tutti. Siamo questo strano impasto di desiderio e di saggezza, di intelligenza e di animale profondo. Gridano le sirene e grida Ulisse, ciascuno legato al proprio palo o al proprio scoglio, nessun movimento possibile, se non la voce, suoni che non sono parole ma che dicono di più delle parole, e quei visi, quelle mani, quelle braccia e quei torsi nivei che si contorcono avvolti da piume nere.  Davvero, una vertigine, come in un romanzo che ci svela qualcosa di noi, quando leggendo di altri mondi e di altri tempi e diciamo, ecco, sono io. Uscendo dal teatro, ho camminato a lungo, e ho visto la prima magnolia fiorita della stagione. Boccioli bianchi su cielo nero, bellissime case ottocentesche intorno, i miei passi solitari nella notte. Mi piace camminare di notte nel centro della città. C’è qualcosa di stralunato, le luci dei lampioni e i fari delle automobili, i negozi chiusi, i manichini senza volto che sembrano l’esercito di pietra, il rumore dei passi miei e altrui, qualche volta una luna che sembra indicare la strada come i sassi di Pollicino.

Tornare a casa. Tornare a se stessi, come Ulisse che torna a Itaca. Tu sei la mia casa, Tu sei Itaca, dice Ulisse a Penelope nel testo di Armitage quando tutto è svelato, perché “solo Ulisse conosceva i segreti di questo talamo”, come dice Penelope. Il talamo scavato nell’ulivo come centro della casa, la casa costruita intorno a quel talamo. Cosa significa tornare a casa? Ho pensato ai miei viaggi di andata e ritorno, ai treni che ho preso e ripreso, a una casa che erano due e a due case che erano una. All’andata e al ritorno. Quali erano le andate? Dove portava il ritorno? Nell’ultimo treno che ho preso da Roma a Milano avevo con me un inserto di un giornale che si intitolava “Partire per ripartire”. Un inserto di viaggi, ovviamente. Ma quel titolo, l’altra sera, nella mia passeggiata notturna, mi è venuto in mente e si è mescolato alle voci delle sirene, alle parole di Ulisse, a partire, a tornare, a ripartire, all’idea di casa. Che cos’è casa? È qualcuno, casa? o è un luogo, uno spazio, o un’insieme di cose? È Penelope, casa? O è Itaca? O è quel talamo nell’ulivo che dà origine a tutto ciò che c’è intorno? O è tutte e e tre le cose, e non ci sarebbe casa senza una di esse? Camminando, ho visto che in un negozio dall’altra parte della strada stavano lavorando, luci accese, scale, atrezzi. Ho attraversato e ho capito che stavano allestendo uno spazio per il FuoriSalone, nonostante l’orario notturno. Mi sono fermata a guardare, perché mi piace tantissimo vedere le cose che prendono forma per il lavoro di chi lavora. Montavano qualcosa che assomigliava a delle nuvole sospese, luminose, di una maglia metallica. Il cielo in una stanza, avrebbe detto Gino Paoli. Mentre ero lì, due operai sono usciti a fumare una sigaretta. Uno era arabo, l’altro di qualche paese dell’est Europa. Fumando, l’arabo ha detto “non vedo l’ora di tornare a casa.” L’altro ha assentito. Mi sono chiesta se volesse dire a casa, a Milano, stasera, o a casa, da qualche parte del mondo, chissà quando. Mi sono un po’ allontanata, perché mi sembrava di disturbare un’intimità a cui ero estranea. Ho pensato al romanzo di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare. Un romanzo scritto in prima persona plurale. Noi. Noi, giovani donne giapponesi sposate per procura, felici di partire verso l’altrove americano, verso una nuova casa. Noi, donne giapponesi spaventate, sfinite dal lavoro, dalla miseria, dalla brutalità di mariti sposati per procura, dai figli, dalla terra, con il solo desiderio di tornare a casa, in Giappone. Noi, donne giapponesi che improvvisamente, quando i nostri mariti giapponesi cominciano a essere prelevati dopo Pearl Harbour perché si pensa che siano spie, cominciamo a temere di perderli, di perdere la nostra casa. Noi donne giapponesi che quando è il momento di essere tutti prelevati, tutti portati via, puliamo i vetri e i pavimenti, e nascondiamo un sacco di riso sotto le assi del pavimento della cucina per il nostro ritorno. Perché è lì che vogliamo tornare, nelle fattorie o nelle lavanderie o nei ristoranti in cui ci siamo sfinite e amareggiate, e ora ci sembrano casa, e non vogliamo lasciarli, e vogliamo pensare di tornare a quel frutteto, a quel campo di fragole, a quella tavola calda. Cos’è casa? Qual è la casa di queste donne? Dov’è il luogo del ritorno? Esiste Itaca? È nel Giappone della fanciullezza o nelle baracche americane che saranno depredate, i vetri rotti, i macchinari smontati? Non bisogna attaccarsi troppo alle cose di questo mondo, dice una di queste donne, prima di partire per non si sa dove, come a dire che non sono le cose che fanno casa. Ma tutte lasciano qualcosa che parli di loro nella casa che abbandonano, un paio di sandali, una ciotola di orchidee, “un Budda ridente di ottone in un angolo della soffitta, e ancora oggi il Budda ride”. Ancora oggi il Budda ride. Potrebbe essere una fotografia di Somoroff. Una soffitta piena di oggetti vecchi e in un angolo un Budda che ride. Le case vuote, le cose rotte o rubate, e dopo un po’ nuovi abitanti, nuovi contadini, nuovi lavandai, cinesi, messicani, americani. E quelle donne giapponesi chissà dove che pensano a “casa”, in un’ Odissea senza ritorno.
Da un po’ discosto, ho guardato i due operai che non vedevano l’ora di tornare a casa rientrare nel negozio e sospendere al soffitto con fili invisibili quelle nuvole metalliche che qualcuno comprerà per fare di uno spazio qualsiasi la propria casa. Ha incominciato a piovigginare, e mi sono incamminata verso una metropolitana. A casa, casa mia, sono stata sveglia a lungo, perché non riuscivo a dormire. Le voci delle sirene mi tormentavano e si mescolavano a quelle degli esseri umani, dell’operaio arabo, delle donne giapponesi, di Ulisse, di Penelope, del pianoforte meraviglioso che avevo ascoltato. Poi, finalmente, è venuto il sonno.
Oggi c’è il sole, come dicevo, e una temperatura quasi calda. Mi piacerebbe andare al mare. Chissà se da lei c’è il mare, dear –the-Reader, o se sta in mezzo alla pianura o su una montagna rocciosa. Chissà dov’è la sua casa. La mia è qui, ma a volte mi è sembrato che fosse altrove. Perché ci sono dei luoghi, a volte, che amiamo così tanto da farli diventare casa. Sa cosa mi viene in mente, mentre le scrivo? Il giardino delle rose, in piena fioritura, a maggio, a Roma. Voglio tornarci, e so che mi sembrerà di tornare a casa. Sì, voglio tornarci, e quando lo farò le manderò una cartolina, glielo prometto.

Mnm

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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3 risposte a Di un’ Odissea delle meraviglie e di un’ Odissea giapponese. E di case vicine e lontane, e di un giardino.

  1. Anonimo ha detto:

    http://www.turismoroma.it/wp-content/uploads/2011/02/roseto-comunale.jpeg l’immagine è un po’ zuccherata, ma talvolta un po’ di kitsch è salutare

    • Grazie per questa immagine rosata. sì sì, molto salutare.

      • Anonimo ha detto:

        Al Roseto Comunale, uno dei luoghi più profumati della Capitale, si è svolta la 71a edizione del “Premio Roma”, prestigioso concorso internazionale che premia nuove varietà di rose ottenute da ibridatori stranieri e italiani. Quest’anno ha vinto il premio più importante, per la categoria ibride di tea (H.T.) la rosa Eveparo, dell’ibridatore francese Eve.

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