Della Passione, e del diario di Eva. Quando arriva la primavera?

Dear-the-Reader,

continua implacabilmente a fare freddo. La settimana scorsa merita un piccolo diario atmosferico: Domenica l’altra pioggia battente, lunedì neve tutto il giorno, martedì sole freddo, mercoledì pioggia gelida, giovedì (21 marzo), improvvisa giornata tersa tersissima, con un sole vero che mi ha fatto venir voglia di sedermi su una panchina, con la giacca sbottonata, e sentire il calore sul viso, e chiudere gli occhi, e vedere i pallini gialli luminosi attraverso le palpebre chiuse, come ho fatto tante volte a Roma, magari a novembre, o perfino a dicembre, in certe giornate, seduta al tavolo di un piccolo ristorante, gli altri avventori all’interno e io invece lì, seduta fuori, come in un giorno di maggio. Venerdì sole velato, sabato nuvolo, e una pioggerellina nel pomeriggio, domenica pioggia battente, e un gran freddo, di nuovo, con un moto circolare che quest’anno sembra riportarci sempre indietro, al grigio, al gelo. Le forsizie, però, sono fiorite. Una fioritura sciupata, come una sciarpa di seta tenuta malamente in una valigia per tanto tempo. Ci vorrebbe di nuovo il sole, ma presto, perché la fioritura delle forsizie dura poco, e la pioggia toglie loro il vigore che possono avere solo in questo momento, fiori senza foglie, e tutta l’energia lì, in un giallo che di solito è abbagliante, dopo mesi in cui i rami glabri che sembrano stecchi di nido aspettano solo il tempo di questa stagione. Bisognerebbe tirarla fuori dalla borsa, quella sciarpa di seta, e lisciarla con le dita, e forse stirarla con il ferro appena tiepido, tenendolo sollevato perché non sciupi il tessuto, ma solo gli trasmetta calore, cosicchè le dita possano riportarlo allo splendore di prima e togliere i segni che rendono la seta sciatta, perfino brutta.
Di questa settimana non dico nulla perché non c’è nulla da dire, piove e ci saranno tre o quattro gradi, le forsizie un po’ più gialle, ma sempre meste. È come se il battito che dovrebbe animarle si fosse rallentato, e il colore non ce la facesse a mostrarsi in tutta la sua pienezza. Forsizie che hanno perso la meraviglia dell’Eden da cui pure sono venute.
In questi giorni ho riletto Il diario di Eva, di Mark Twain. Un piccolo delizioso libro, con disegni liberty che incantano. Eva che guarda e scopre, e dà nome alle cose, agli animali, ai fiori, così, senza pensarci, e il nome è quello giusto, e non ce ne potrebbe essere un altro. Il nome, la parola. E il fuoco è fuoco e le stelle sono stelle. Eva dice il nome e Adamo, che di dare nomi non è capace, forse perché le cose le guarda nel loro divenire e nella loro funzione invece che nella loro sostanza, Adamo non può che assentire, quando sente le parole di Eva, e dire sì, questo è il nome, e chiedersi stupefatto come sia riuscita a trovare e a dire quella parola, quella parola e non un’ altra. L’altra sera sono andata a sentire la Passione secondo Matteo di Bach. Cerco la parola, tra tutte le parole che potrei usare, per dire quanto ogni volta sia un’esperienza, oltre che una meraviglia. Tre ore di totale abbandono, tre ore di bellezza, di dolore, di struggimento, di vita e di morte, di forza e di dolcezza. Ho pianto l’altra sera, seduta sulla mia poltroncina di teatro. Cerco la parola, ma non la trovo. Quando sono uscita, ho camminato a lungo, e i suoni e le parole vibravano e hanno hanno vibrato e continuano a vibrare ancora oggi nella mia testa e nel mio cuore. La musica che scandisce un tempo di dolore, del Cristo, ovviamente, ma anche di Giuda che lo tradisce e poi si impicca, di Pietro che lo rinnega tre volte e al canto del gallo “pianse amaramente”. Pianse amaramente. Ho sentito la Passione un’infinità di volte e ho assistito a molte esecuzioni dal vivo. Ma ieri sera queste parole, pianse amaramente, mi hanno dato un dolore diverso. Un uomo mente, e rinnega, e ancora, e ancora, e poi piange amaramente. È la parola amaramente che mi si è conficcata nei pensieri. L’amarezza di sé, della propria viltà, della propria inconsistenza, dell’incapacità di essere quello che vorremmo essere. L’amarezza di Pietro, a differenza del dolore del Cristo e dell’orrore di sè di Giuda, è quella di tutti noi davanti alla vita che ci travolge e alla quale non sempre sappiamo far fronte come vorremmo. L’amarezza di Pietro è la nostra, quando siamo meschini, o codardi, o bugiardi, e poi di colpo, al canto del gallo, come se ci fosse bisogno di qualcosa di fuori, ce ne accorgiamo, e il pianto è amaro, e non ci consola, ma ci mostra e ci denuda davanti a noi stessi. E non c’è nulla di così difficile che reggere il proprio sguardo. E la musica di Bach che ripete e riprende, e ancora e ancora, come a fissare un’ istantanea di quelle che mi piacciono tanto, per sempre, lì sulla carta, amaramente. Oggi piove, è la settimana santa, ho respirato Bach, le forsizie sono gonfie d’acqua anziché di colore, sento così freddo che non riesco nemmeno ad andare in piscina. Uffa. Ma penso ad Eva, e alla sua voce che racconta e che nomina il mondo che guarda con meraviglia. Eva guarda Adamo, e quando lui sembra non vederla lei parla a se stessa, il viso rivolto all’acqua che diventa specchio. Eva si parla e impara a volersi bene, e a trovarsi speciale. Ma non le basta trovare se stessa: Eva cerca l’altro, e dopo la caduta pensa all’Eden come a un sogno. Ma è “felice” di essere sulla terra, perché lì Adamo è divenuto Adamo e non solo l’altro “esperimento” del creatore. “Sì, penso di amarlo per la semplice ragione che mi appartiene ed è maschio. Non ne esiste altra, mi pare. Per questo quindi penso sia vero quelle che ho detto fin dall’inizio: che non sono stati né i ragionamenti né le statistiche a dar vita a questa forma di amore. Semplicemente accade – nessuno è in grado di sapere come – e non lo si riesce a spiegare. E non ce n’è bisogno.” Mi fa sorridere, Eva, come a dire che è tutto molto più semplice di quanto ci raccontiamo. Tutto accade, l’Eden, la caduta, la biologia della vita e del desiderio. Alla fine, quarant’anni dopo la caduta, nella penultima pagina del libro, Eva chiede a Dio di morire insieme, lei e Adamo, e se ciò non sarà possibile, di morire prima di lui, perché “la vita senza di lui non sarebbe vita. Come farei a sopportarla?” Una preghiera struggente, un dire e un dirsi la propria debolezza, un dire e un dirsi un’ appartenenza. Le parole che dicono il dolore dell’assenza, che come lei sa, dear-the-Reader, è un tema a me molto caro. Ma perché Eva ha così bisogno di Adamo, più di quanto lui ne abbia di lei? È la voce così maschile di Mark Twain a dare forma ai pensieri di Eva? Perché Eva sarebbe disposta ad amarlo anche se lui non fosse buono o gentile, perfino se l’ umiliasse, o la picchiasse? (Sono parole sue, che sembrano uscite da un qualche articolo molto attuale) Qual è la parola da usare? Amore, come Cristo che ama anche coloro che lo abbandoneranno nel momento del dolore, e lo tradiranno? È amore non poter fare a meno dell’altro? E che cos’è l’amore? È un dato biologico, come dice Eva, unito all’appartenenza? Anche dopo quarant’anni, al punto di desiderare la propria morte piuttosto che la perdita? E l’altro? Chi è l’altro? L’altro sono altri, come diverse volte ci ha raccontato Mark Twain? Chi è Adamo? È l’Adamo che ci innervosisce, rozzo e distratto, privo di poesia e incapace di dire, o quello che ci stupisce dicendosi che forse quello di Eva è il modo giusto, guardare, osservare, farsi domande, formulare teorie e sperimentare? “È l’atteggiamento giusto, lo ammetto, mi attrae e mi affascina; se stessi più a lungo con lei penso che adotterei quell’atteggiamento anch’io.”(Atteggiamento interessante: una specie di metodo scientifico del paradiso terrestre, unito alla magia della meraviglia innocente.) Ci lascia senza parole, nell’ultima pagina, Adamo, per quanto abbia imparato a dire: sulla tomba di Eva Adamo dice “Ovunque lei sia stata quello era l’ Eden.” Poi però ci viene un dubbio: l’avrà detto a Eva, prima che morisse? E Dio? Perché Dio ha accolto una preghiera di morte invece che dare a Eva la forza che le mancava?
Insomma, dear-the-Reader, avevo preso in mano questo librino per distrarmi, sperando nella solita ironia tagliente di Twain – che pure c’è – e invece mi trovo qui a pensare all’amore, alla Passione, al dolore della perdita, alla musica di Bach e quant’altro. Eva, Pietro, Adamo, amare, rinnegare, tradire se stessi e l’altro, in uno specchio o in un avverbio, amaramente. Insomma, quando viene la primavera? Oggi è venerdì Santo, è la Passione. Domenica è Pasqua. Non sono sicura, ma forse si torna anche all’ora legale. Non è che si pretende tanto: basterebbe un po’ di luce, qualche fiore rigoglioso,  quattro o cinque gradi in più, magari chissà, anche un telegiornale che non dia la sensazione di un pantano melmoso che assomiglia sempre di più alle paludi che da piccola mi facevano tanta paura. Aspettiamo, dear-the-Reader. Lunedì sarà Aprile. Speriamo in Aprile, con quel nome così delicato (avevo scritto lieve, ma ho cancellato. È un aggettivo di cui sto abusando, ultimamente. Vorrà dire qualcosa?)

Le mando un saluto affettuoso da est, da oltreoceano. Speriamo che da lei ci sia un po’ di sole, almeno lì.

                                                                                                            Musette-non-musette

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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7 risposte a Della Passione, e del diario di Eva. Quando arriva la primavera?

  1. al ha detto:

    sfogliando il treno come un libro, ogni vagone un capitolo, un passeggero una pagina, prima eva e poi adamo (biglietto regalo di s. valentino), gesù e i suoi discepoli (sconto comitiva), mark twain (inter-rail), … nel prendere e restituire il titolo di viaggio, chissà quante storie saprebbe leggere un controllore attento.

  2. Sì, ci penso sempre. Anche un passeggero attento, di treno, di metropolitana, di tram, perfino di bici o di piedi, perché ci sono storie dappertutto, basta guardare fuori di sé.
    Un commento prezioso, il suo. Grazie.

  3. al ha detto:

    fuori di sé, già. che non è sempre facile.

  4. robertomeister ha detto:

    Passo per un saluto… e intanto leggo

    Roberto

    • Passi di un passante che passa alla Passione di Bach.
      A pochi passi rumore di passante ferroviario.
      Passano i treni, passanti e passeggeri verso la propria passione.
      Sulla banchina i passi di due giovani abbracciati raccontano di altre passioni. Passi di passione. Passione di passi.

      Un gioco per lei. Grazie della visita.

  5. robertomeister ha detto:

    Gentile Musette, in questo suo gioco, del quale la ringrazio, lei ha riunito alcune realtà ( divenute quasi dei topos nella mia vita ) che hanno permeato la mia vita negli ultimi anni. Il treno, il suo rumore ( che spesso in questi anni ho sentito passare vicino casa diretto a Milano ) che spesso accompagnava le mie veglie notturne; i passi intrisi di passione… ed altro.
    Grazie

    Roberto

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