Di una mostra e dello sguardo, e di un filo di sole dopo la pioggia.

Dear -the- Reader,

oggi lo schermo si è illuminato di una sola visita, la sua. Me ne viene una gioia che non le so dire, come per il sole di oggi, dopo lunghissime giornate di pioggia battente, di grigio, di un’umidità ostile che si infila dappertutto, nonostante cappelli e sciarpe e scarpe gommose che sembrano quelle dei palombari. Ma oggi c’è il sole. Una pausa. Una tregua. Un calore morbido che fa venir voglia di togliersi il cappello, di lasciare la testa nuda in modo che i pensieri si riscaldino. Ho camminato un po’ stamattina, e mi sono fermata a leggere in un caffè, giornali e un libro, e caffè, e una cosa dolce. Ieri sono andata alla mostra di Somoroff – Sander, quella del cui manifesto le ho raccontato l’ultima volta. Una vertigine di bellezza e di senso. Non è allestita come pensavo quando ho guardato sul sito. Non ci sono le due immagini accostate, con soggetto e senza. No. C’è un’unica stanza rettangolare. Sui due lati lunghi le fotografie, da una parte Sander, il pieno, cornici semplici di legno, e dall’altra Somoroff, il vuoto, cornici semplici di metallo. Non sono simmetriche, tranne la prima e l’ultima, cioè al soggetto di uno non corrisponde nella stessa posizione sull’altra parete lo sfondo dell’altro. Tutte le presenze da un lato e tutte le assenze dall’altro, e se si vuole vedere l’assenza corrispondente a una presenza bisogna cercare qua e là tra i quaranta scatti della parete dei vuoti. In mezzo ci sono delle panchine. Mi sono seduta lì, a guardare gli altri orientarsi in quella rete. Alcuni guardavano tutti i pieni e poi tutti i vuoti. Altri facevano così, ma poi tornavano a rivedere i soggetti, come se uscire da lì con l’assenza, invece che con la presenza, fosse troppo doloroso. Altri, pochi in verità, zigzagavano continuamente, come avevo fatto io, tra i pieni e i vuoti. C’era poca gente, pochissima, e sono rimasta lì un po’ per vedere traiettorie e spostamenti che sembravano mappe di pensieri. C’era una scala, in fondo alla stanza, e si scende in uno spazio completamente buio, tutto allestito su nero, avvolgente, dove sei dei quaranta sfondi privati di soggetto sono ingranditi e proiettati in forma di video. In ognuno di questi luoghi interviene qualcosa, lentamente, appena accennato, un soffio, un respiro che inizia a muovere, e restituisce altra vita, una vita propria a qualcosa che era rimasto privo di soggetto, che era divenuto solo e non solo sfondo. Uno struggimento, un senso di vertigine e di meraviglia che non le so dire. Li ho guardati e riguardati, e respirati, perché non c’è altra parola. Tutti mi hanno inchiodato lì, ferma, come se non potessi far altro che guardare quei movimenti, come se non potessi muovermi io stessa, perché tutto si compiva lì, davanti al mio sguardo, e non ci fosse posto per nient’altro che il respiro. Ma in particolare ce ne sono due che le voglio raccontare. La prima è una stanza, vuota, bianca, di una grande casa elegante della vecchia Europa di prima della guerra, soffitti ampi, spazio, silenzio. Il soggetto di Sander era un pianista, curiosamente – dato che egli ama rappresentare gli “strumenti” di lavoro – senza pianoforte, in piedi vestito da concerto. Senza di lui la stanza appare ancora più grande, più bianca, più vuota, e la porta finestra sullo sfondo ancora più chiara, velata di tende bianche leggere. Nel video lentamente, quasi impercettibilmente all’inizio, una sorta di brezza inizia a muovere quelle tende. Un angolo, un lembo di stoffa appena spostato. Poi un po’ di più, la tenda si sposta, si solleva, lascia nudo il vetro, si sovrappone all’altra tenda. Una brezza che viene da dentro, perché la finestra è chiusa, o da un’altra finestra che non si vede, chissà. Una brezza che vivifica, che muove, ed è forse per questo che mi pice pensare che sia dentro la stanza, come a dire che anche con la finestra chiusa qualcosa si può sempre muovere, se siamo pronti a cogliere il battito segreto delle cose. Mi ha fatto pensare a una bellissima sequenza di un film – credo American Beauty, ma potrei sbagliarmi, potrebbe essere anche Magnolia – in cui un sacchetto di plastica a terra per strada, sporco, a poco a poco si anima e si muove, sospinto da un vento che modifica le cose.
L’altra è un’immagine in esterno. Una panca accostata a un muro di mattoni. Sulla panca dei libri aperti, scritti in braille. Questo lo sappiamo dall’immagine di Sander. Nella sua foto – potentissima – su quella panca siedono delle ragazze cieche – forse nel cortile di un istituto – che “leggono con le dita” i loro libri in braille, che tengono appoggiati sulle gambe. Nell’immagine di Somoroff i libri “vengono appoggiati” aperti sulla panca. È un’immagine che pone molte domande. È l’unica in cui gli oggetti subiscono uno spostamento. In tutte le altre gli oggetti rimangono dov’erano o vengono tolti (come il leggio dei suonatori di strada). Certo i libri non potevano rimanere sospesi (come in un film di Wenders, con tutt’altro effetto) ma comunque è strana, diversa dalle altre, perché quei libri appoggiati hanno qualcosa di vivo che altri oggetti non hanno, non so, sarà che amo i libri o più semplicemente che lì sono aperti, come a dire che sono in quel punto, proprio quello, della loro esistenza, fissato in un’immagine. Non so. Comunque mi aveva colpito molto, anche prima di vedere il video. Di nuovo una brezza. Di nuovo un angolo che si solleva. Poi la pagina di un’altro libro. Poi altre pagine, altri mondi che si sfogliano. È diverso dalla tenda. La tenda si muove si gonfia, si ferma. I libri sono pieni di parole, e ogni pagina è un pezzo di una storia. Quell’aria leggera esplora la vita, avanti e indietro, crea racconti, stabilisce memoria. Non so se riesco a spiegarmi. Davvero, come le ho detto, una vertigine.
Stamattina, seduta in quel caffè, guardavo fuori. Seduti all’esterno c’erano due signori anziani, un uomo e una donna, credo stranieri. Sullo sfondo un giardinetto un po’ triste, da fine inverno e primavera ancora da venire. I due non si sono detti una parola. Stavano lì, uno di fronte all’altro. Poi è arrivato un raggio di sole, e la donna ha girato la testa, e ha chiuso gli occhi, come per sentirlo di più, e dentro. L’uomo le ha detto qualcosa, e ha sorriso. Lei non ha risposto. Un attimo, uno scatto. L’immagine di Somoroff sarebbe stata quella di un tavolino all’esterno di un caffè. Due bicchieri vuoti, due sedie scostate. E una luce a metà, metà inverno metà primavera, solo su una sedia, e su metà del tavolo. Dietro un albero brullo, su un’aiola spelacchiata. Poi il sole si è coperto, e la donna si è infilata il cappotto. Ho abbassato gli occhi, per una sorta di pudore che mi ha fatto pensare a quanto uno sguardo possa mettere a nudo. Il mio che guardo fuori da un caffè, quello di Sander che indaga gli esseri umani e quello di Somoroff che ne scruta l’assenza. Mi sono chiesta cosa veda lei, da oltreoceano. Cosa legga, tra queste righe, e che cosa la faccia tornare. Le sono grata del suo sguardo. Lei non può sapere quanto, in questo momento di mancanze, e di buchi e di assenze.
La ringrazio infinitamente

Musette-non-musette

ps. cercherò di essere più lieve, la prossima volta, e di tornare a qualche libro. Non potrei mai perdonarmi di indurla a non tornare.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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