Di nuovo di assenza. E una cartolina dal fiume Po.

Dear – the – Reader,

Ho visto l’oltreoceano illuminarsi un paio di volte, sul monitor, silenziosamente, e interpreto questo fenomeno un po’ magico come un suo passaggio, e un suo interesse verso queste mie parole. Certo so di potermi sbagliare, perché magari lei non esiste nemmeno, e quel colore sulla cartina è dovuto a schegge impazzite che ogni tanto per una miriade di casi casuali capitano qui, il che significherebbe che non c’è un – il – Reader, ma una palettata di coriandoli caduti lì senza intenzione. Questo lo so, ci ho pensato in questi giorni – prima non mi era mai venuto in mente, pensi un po’: è che tutti abbiamo bisogno di sapere che le nostre parole sono attese da qualcuno – ma va bene così: cercherò di scrollarmi di dosso l’immagine un po’ fastidiosa dei coriandoli e di continuare a pensarla dietro la finestra, in un giorno di neve, perché è così che si è palesato nei miei pensieri.
È marzo, finalmente. Febbraio con la sua maschera deforme se ne è andato, e spero si sia portato via il suo carico di nevi gelate e meteoriti che in questo mese ci hanno fatto pensare con sgomento a quanto siamo soli e fragili sotto un cielo ostile. Ho preso molti treni, da qualche mese a questa parte, e ora, per un bel po’, non ne prenderò più. Le immagini mi si accavallano negli occhi e nella mente, e cerco di ripensarle, di ricordarle, di annotarle con una data interiore e un tempo atmosferico, perché so che mi mancheranno, come mi sono già mancate, e avrò bisogno di ritrovarle. Faccio un album di cieli nebbiosi e luminosi e immobili e ventosi, di campi di neve e di fiumi ingrossati. Di tralicci nel sole e nella pioggia, di stazioni affollate e di binari lungo i binari. Di ponti, di città, di silenzi. Di silos, di cascine, di gru, di alberi solitari e di camion sull’autostrada. Di palazzoni tristi e di baracche sotto i cavalcavia. Di pioppete nude, regolari come i pezzi di un meccano, e di cipressi morbidi che si arrampicano lungo strade dolci sul dorso delle colline. Di inceneritori e di ciminiere e di luci blu nelle gallerie. Del primo verde nuovo dell’ultima andata, e della casetta gialla che all’ultimo ritorno mi è sfuggita, nonostante l’abbia aspettata. Perché c’è una casa gialla vicino all’argine del Po. Una casa isolata, vecchia, di pianta rettangolare, che sembra disegnata da un bambino. Sta su un argine alto, ancorata come in un porto: il terreno scende verso il fiume e ci sono dei cespugli e degli alberi tra la casa e l’acqua. Una casa grande, credo, lo si capisce quando la si vede da un po’ lontano, sul lato più lungo del rettangolo, ma una casa piccolissima da una certa posizione del treno, da cui appare nel suo lato corto, piccola, piccolissima, una casetta delle fiabe che sembra lontana da tutto, come un faro a guardia di una costa. Da quando l’ho vista la prima volta – è bello, e al tempo stesso mi sgomenta pensare quante sorprese, ogni volta, riservi un percorso conosciuto, conosciutissimo. Quanti dettagli, quanti frammenti. – da quando l’ho vista, dicevo, in ogni viaggio l’ho cercata, e ne ho in mente molte variazioni, come in una serie impressionista, giorno sera luci neve pioggia, una volta in una nebbia bianca mi è apparsa pallida come un pallido sole. Ma l’ultima volta non l’ho vista. E così mi è rimasto questo vuoto, quest’attesa di un’epifania che non c’è stata. Mi ha turbato molto, perché so che quel treno non sarà più tra i miei itinerari consueti, e l’ultimo ricordo sarà quello di un’assenza. E poi, qualche giorno dopo, ho visto un manifesto di una mostra fotografica che si tiene a Milano dal titolo “In absence of subject”. Si tratta di un lavoro straordinario. Un fotografo americano di oggi, Somoroff, prende delle bellissime fotografie della prima metà del ‘900 di Sander (Germania), e le “erade” del loro soggetto – sempre umano – lasciando intatto lo sfondo – tutto, anche gli oggetti – che diviene a sua volta soggetto. Le foto sono accostate, con soggetto e senza, e l’effetto lascia senza parole. Ma non voglio raccontarle della mostra: voglio raccontarle di quel giorno, in metropolitana, davanti al manifesto. Mi sono fermata lì, in mezzo alla gente affannata che andava a lavorare, a guardare l’assenza. È una cucina, l’ambientazione di quella foto in un bianco e nero un po’ seppiato, e il soggetto è un grasso cuoco che rimesta in un tegame. Poi rimane solo la cucina, il tegame, l’ aggeggio per mescolare. Infiniti dettagli non visti. Un senso di vuoto, e di smarrimento, e di morte. E un senso di vita nuova delle cose che prima erano oggetti e ora sono memoria e si mostrano in una potenza che le rende altre. Sono rimasta lì impalata, mentre la gente mi passava accanto, e ho pensato alla casetta gialla sul Po. In tutti questi mesi ho cercato la sua presenza. Era il soggetto di quella porzione di viaggio, era il punto della casa gialla, e tutto il resto, lì intorno, era secondario. Ora però, dopo l’ultimo viaggio, quello è anche il punto dell’assenza, di qualcosa che mi aspettavo ci fosse e invece non c’era. Lì, davanti al manifesto, ho provato a immaginare l’argine alto, gli alberi, gli arbusti, il fiume e il ponte sul fiume senza la casa gialla in quell’attimo in cui il treno passa, un momento solo, perchè appena prima è troppo presto e appena dopo è troppo tardi.
Caro the Reader, è difficile immaginare l’assenza. Nell’assenza le cose perdono e assumono significati. Nell’assenza il mestolo del cuoco diviene una presenza di sè e del cuoco che non c’è più, e l’argine alto della casetta gialla diviene un’altra cosa, aperto, spazioso, ma vuoto della casetta gialla che gli aveva dato definizione e consistenza, e nella mia mente, che non riesce del tutto a fare il lavoro di Somoroff, quella casa gialla sta lì, anche nell’assenza.
Poi ho ripreso a camminare, nella folla del mattino, e sono salita su una metropolitana piena di gente, mentre avrei voluto andarmi a sedere in un parco, e respirare. Ho pensato a lei, pensi un po’, alla cartina che si illumina di rosso e dice una presenza che non c’è. Non so, sono un po’ confusa. Non so cosa penserà lei, se leggerà queste righe. Sarà che qui la primavera non si vede, che sono malata e che mi mancano Roma e la sua luce. Milano è malinconica, e non ci sono pini nè palme. Però settimana scorsa, prima che di nuovo la neve ci tormentasse, avevo visto un piccolo albero appena fiorito di rosa; arriverà, la primavera, vedrà. Si tratta solo di aspettare, e siamo già in marzo.

Si riguardi. Io cercherò di riguardarmi

Musette-non-musette

ps. le metto un link, se volesse vedere il cuoco e la sua cucina:   http://absenceofsubject.com/
pps. non è questa la lettera che le avevo già scritto. Quelle parole non erano adatte ai pensieri che ho in mente. Anzi, quelle parole le ho cancellate. Panta rei. Tutto scorre. Oggi andava bene così, con una cartolina dal fiume Po.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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Una risposta a Di nuovo di assenza. E una cartolina dal fiume Po.

  1. ha detto:

    best regards,

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