Di primule fuori stagione e di una mattina chiara. E di nuove attese. Forse. (E del ponte di Brooklyn, solo per inciso)

Caro Messer Papillon,

l’estate è finita, siamo tornati all’ora solare e oggi è irrimediabilmente novembre, ma le primule del mio balcone, che hanno superato il freddo nordico  e l’estate caldissima, sono incredibilmente fiorite, di un giallo luminoso foriero di buone cose. E così, dopo tutto questo tempo, mi è venuta voglia di scriverLe, mentre bevevo un caffè guardando il mio minuscolo balcone che mostra, in novembre, fiori d’inverno di primule silenziose e fiori d’estate di un plumbago rigoglioso che curo con dedizione perché mi fa pensare al sud e a cieli di vento.
La Sua improvvisa ricomparsa, in quel di febbraio, con quei due commenti, mi ha stralunata. Tralascio il primo, e quel Suo modo un po’ supponente di riapparire – con le Sue ricettine su cosa valga la pena di essere raccontato e cosa no (lo sa che a volte, Messer Papillon, Lei è molto più moralista di quanto ami far credere, nonostante il Suo Diderot e tutto il resto?) – e invece mi soffermo sul secondo: ho seguito il Suo consiglio, Messer Papillon, e con l’estate ho ripreso a prendere treni, ad andare e venire dalla Sua città che so di amare, come qualcosa di cui non si può – più – fare a meno. E ho fatto bene, perchè me ne viene una gran felicità. E mi viene perfino da darLe ragione, pensi un po’, sul fatto che forse ho trascurato troppo queste pagine – ma come? non erano “insignificanti episodi di cui non vale la pena di parlare”? Si contraddice? O ha cambiato idea? O, come i gemelli straordinari di Mark Twain, appena ripubblicati da Mattioli1885, anche Lei, come tutti noi, è uno ma due? – e quindi eccomi qui, con anche l’intenzione di mandarLe una mail con i dati di “questo giocattolo sulfureo”, come Lei una volta lo definì magnificamente, in modo che, se ne abbia voglia, Lei possa tornare a giocare con me su queste pagine da Signore della parola quale Lei sa essere. Perché, Messer Papillon, leggerLa mi piaceva molto, e l’attesa di una Sua lettera era come essere su un traghetto in mezzo al mare, la terra che si vede da lontano, e poi si fa più vicina, e infine è lì, aperta al tuo sguardo, e tu pensi che ti stia aspettando, e anche se non fosse vero – forse la terra semplicemente aspetta chiunque voglia approdare –  anche se non fosse vero, dicevo, già solo quella visione e quel pensiero regalano la meravigliosa sensazione di essere unici, e attesi. Vabbé, dirà Lei, e mi farà qualche battuta sulla nipote di Madame de la Carliere. (L’ho letto, non si preoccupi, e con piacere: accolgo quasi sempre i suoi consigli di lettura, checché Lei ne pensi). Ma io non me ne lascerò scomporre, dalle sue battute caustiche intendo, non più, perché se c’è una cosa che ho  imparato nel mio lungo periodo senza treni, è a darmi un po’ più retta, e a dire come Henry Miller ad Anais Nin (dov’è la dieresi nella tastiera?) “ho intenzione di continuare a essere me stesso ora che ho trovato me stesso”. Sono diversa da un anno fa (che scoperta!), sono diventata più cinica, Messer Papillon, e anche ironica, e auto-ironica, e perciò l’anticipo, rileggo ciò che ho scritto sull’attesa di una (Sua?) lettera, sorrido e da sola mi dico “Va bé” (con due b non posso, è proprio superiore alle mie forze).  Ma subito dopo, cambiando idea come i gemelli di Twain, mi dico che però era ciò che ho pensato vedendo le primule stamattina e che volevo dirLe, che quindi va bene così, e chisseneimporta dei suoi commenti e di Diderot, e di farsi apostrofare da Lei come la solita tristanzuola sdolcinata, che tanto anche Calamity Jane aveva le sue debolezze. Come dice? Che non ha capito cosa volevo dirle? Su, non faccia le moine con me: era di attesa che si stava discorrendo.
È che in realtà, dopo tutto questo tempo, è un po’ difficile riannodare i fili della scrittura leggera con cui ci siamo divertiti. Io non le scrivo più da molto tempo e prima ho ballato a lungo da sola, su queste pagine, tanto da cambiare indirizzo senza nemmeno farglielo sapere; un errore, lo so, anche se fatto sperando in ogni istante che Lei qui tornasse e mi leggesse. Ma imparo dai miei errori, anzi, più in generale imparo in fretta, come ho già avuto occasione di dirLe, e chissà, può essere che a Lei torni il piacere di scrivermi, perché questo è stato, almeno per me, un gran piacere, e se mai dovessimo ricominciare, se mai Lei non fosse troppo preso e totalmente assorbito da altre scritture per “cui valga la pena”, è solo così che mi figuro che potrebbe essere: un gran piacere, come vedere le primule stamattina fiorite vicino al plumbago, e incrociare estate e inverno e pensieri e desideri e pensare a Lei, e aver voglia di scriverLe. E se invece non ne avrà voglia, e non mi scriverà, e non ci scriveremo, pazienza, andrà bene lo stesso:  in fondo l’etere è già pieno strapieno pienissimo di milioni di parole inutili, e non sarà qualcuna in più o in meno a fare la differenza.
Ma una cosa gliela voglio comunque raccontare. Il giorno in cui abbiamo spostato gli orologi, domenica scorsa, sono andata in piscina tardi e ho pensato che era strano nuotare di nuovo con il buio fuori dalle vetrate. Ma la mattina dopo, uscendo presto, prima delle sette, mi sono sorpresa a provare una gran gioia, e a dirmi che era bellissimo, perché la mattina era di nuovo chiara. E mi è rimasta solo questa impressione, del cambio di stagione. Vede come sono cambiata, Messer Papillon? Chissà, forse anche la nipote di Madame de La Carliere…

Giocosamente
Sua
Musette

ps. Ha visto l’immagine del ponte di Brooklyn percorso a piedi da decine di persone il giorno dopo l’uragano? Lavora nella mia testa da quando l’ho vista. Mi ha fatto pensare all’ultimo dei Mohicani. Piedi che camminano instancabilmente, calzati di scarpe, qui, e che corrono instancabilmente nudi, là. E ponti sospesi (ho un debole, per i ponti, ricorda?) E Camminare. Camminare. Camminare. Camminare su un ponte dopo l’uragano. Ci penserò. Anzi ci sto pensando. Ma ora basta, non voglio annoiarla.
A presto, Messer Papillon.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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6 risposte a Di primule fuori stagione e di una mattina chiara. E di nuove attese. Forse. (E del ponte di Brooklyn, solo per inciso)

  1. stephi ha detto:

    mi fa enormemente piacere saperLa di nuovo in viaggio! no, non ha idea quanto!! 😉

  2. Mila ha detto:

    Ben ritrovata!
    Mila

  3. robertomeister ha detto:

    E’ un autentico piacere del cuore il vedere che c’è ancora qualcuno che nomina Henry Miller e Anais Nin.
    Bentornata cara Musette

    Roberto

  4. Musette ha detto:

    Stephi, Mila… grazie. È bellissimo: scrivo dopo secoli e voi siete qui pronte a leggere. Bello, bello, bello.

    Per robertomeister:
    “Henry, non ci sarà mai grigiore, perché in noi due c’è sempre movimento, rinnovamento, sorpresa. Non ho mai conosciuto la stagnazione.Neppure l’introspezione è mai stata un’esperienza immobile. Anche nel nulla io scopro meraviglie, e dal semplice atto di scavare la terra, non già miniere d’oro, posso ricavare entusiasmo. Entusiasmo, cambiamento, espansione, sono incastonati in me come l’addome fosforescente della lucciola. E come splende la vita notturna!”
    Anais

  5. Anonimo ha detto:

    Cara Musette,
    ma possibile? Riappare qui dopo tanto tempo e:

    1. mi dà del supponente;
    2. mi dà del moralista;
    3. mi contraddice;
    4. m’accusa di cambiare idea e
    5. di fare battute caustiche e
    6. di apostrofare e
    7. soprattutto di far moine.

    Insomma, fa un catalogo di mie virtù che non so quanto io meriti davvero. E sotto sotto, avverto addirittura una nota di rimprovero, come per quel suo essere diventata, un anno dopo, un po’ “più cinica” fosse in qualche modo mio. Oh, per carità, lei non lo dice, è vero, non arriva a tanto, ma sotto sotto…
    E invece dovrebbe esserne soddisfatta, molto soddisfatta. Si lasci lavorare anche lei dal tempo e si abbandoni, diventi pure un poco più blasé senza alcun rimpianto! Si troverà meglio, glielo assicuro, sebbene non sia del tutto convinto che quella sia una virtù squisitamente muliebre. Sbaglierò… Da parte mia, lascio volentieri le sensibilità umbratili ai poeti e agli adolescenti, dal momento che non sono né un poeta né più, ahimè, adolescente (o per fortuna).
    Vorrebbe che riprendessi a scriverLe? E di cosa mai? Ho il cervello completamente occupato da altre occorrenze, e mi pare che non mi rimangano più in testa né parole né verbi da dedicare ad altro. Guardi un po’ che scherzi fa la vita! A lungo dominato dal demone della dissipazione, oggi, un piedino già nella vecchiaia, sono invece completamente sotto il dominio del demone della concentrazione. E tutto quanto mi accade intorno, mi sembra un po’ un’inutile perdita di tempo che inutilmente mi distoglierebbe dal proseguire, imperterrito, lungo una certa strada che mi sono prefissato davanti. Per cui accumulo pagine su pagine, pagine su pagine, a migliaia. Ma Lei mi rimprovera di trascurarLa. Quando sa benissimo che non è vero. Ma perché mai togliere a una donna la voluttà di lamentarsi un poco? Non tanto, per carità, ma solo quanto basta. È una dolcissima pratica cui rinunciare è un sacrificio eccessivo.

    Ma di una cosa, La prego, senza timidezze: continui a far su e giù sui treni. Questa città ormai Le appartiene, così come lei appartiene a essa. Questo è ormai un fatto ineludibile né più estirpabile.

    Infine, il suo “PS” mi lascia un po’ mortificato. Dà per scontato che io ricordi (e quindi dovrei ricordarlo) che lei ha un debole per i ponti. Mi prenda pure per un vecchio rimbambito o peggio ancora, ma io non ricordo affatto questa Sua inclinazione, cosa che, ovviamente, meriterà altri suoi rimproveri e il suo sarcasmo.

    Suo
    Papillon

    • Musette ha detto:

      Messaggio ricevuto, Messer Papillon. Forte e chiaro. Stia tranquillo, non la distoglierò più. Per il resto rinuncio a ogni facile sarcasmo e sacrifico qualsiasi voluttà di lamentatio. Non entro in alcun merito. Va bene così. Almeno è stato chiaro. Solo, ma tanto è l’ultima volta, una piccola nota formale: quella parola “estirpabile”, brutta, bruttissima, quasi da non credere che l’abbia scelta Lei, Lei che se vuole usa parole in punta di fioretto.
      Inutilmente Sua
      Musette

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