Di ponti e piscine. Di sotto in su.

Caro Messer Papillon,

non avendo più treni di cui raccontarLe mi sento un po’ spaesata. Perciò ho deciso che Le racconterò di qualche piccolo spostamento, andate e ritorni su altri mezzi, in altri luoghi, in questo tempo di passaggio tra le stagioni e nella mia vita. Oggi, per esempio, sono andata in piscina. La giornata è radiosa. Cielo intenso, vento, luce. La piscina che ho preso a frequentare è un po’ sotto il livello della strada. In alto, sui due lati più corti, ci sono grandi vetrate da cui si vede da un lato la gente camminare sul marciapiede e alberi sullo sfondo, dall’altro alberi e una scuola che fa parte dello stesso edificio della piscina. È un po’ come uscire da un cortile – della scuola – e andare verso fuori, verso la strada alberata. A ogni vasca si esce  e a quella successiva si rientra. Oggi gli alberi si piegavano su uno sfondo di cielo turchese e ogni volta che tiravo fuori la testa dall’acqua azzurra vedevo un altro azzurro, più compatto. Da un azzurro all’altro, tirando fuori la testa dall’acqua, e un andata e un ritorno considerando la partenza e l’arrivo delle vasche. Ho pensato ai treni, naturalmente, e che nuotavo guardando fuori da un grande finestrino, e vedevo persone che camminavano come di fianco al binario di una stazione. È strano, messer Papillon. In piscina i miei pensieri hanno un ritmo, proprio come in treno: e mentre lì il ritmo è dato dai luoghi, la pianura, poi la collina, poi Bologna, poi un viadotto, poi Firenze e così via, quella casa, quei piloni e tutto il resto che ormai riconoscevo, qui, in piscina, il ritmo è dato dalle vasche, una dopo l’altra, un bordo, un tragitto, un bordo, un tragitto. Nuoto a rana, soprattutto, perché mi rilassa e perché riesco a guardare fuori. A un certo punto il cielo si scurisce, solo da un lato, e così all’andata vado verso l’azzurro e al ritorno vado verso dei nuvoloni neri da cui filtra un raggio di sole. Gli alberi si piegano. Arrivo in fondo e viro, e tiro fuori la testa per respirare. Di là è tutto azzurro. E via così, per un po’. Penso che è bellissimo. Sto nella mia corsia come in uno scompartimento di treno. Ho vicini discreti, oggi, che nuotano in modo regolare, e che vedo appena. Non sento nulla: ho messo i tappi e la dimensione ovattata che ne deriva mi dà un senso di pace. Vado e vengo come da due luoghi, come da due stagioni. Il mio corpo e l’acqua in cui è immerso come ponte. Sono qui e sono altrove, come quando viaggiavo in treno e in mezzo alla pianura pensavo alla città che mi attendeva, e già mi sentivo a casa. Nuoto e guardo gli alberi piegati dal vento. Penso a una giornata romana sul lungotevere, in bici. Era così. Cielo e vento e acqua. La città vista da sotto, cupole campanili, palazzi, il gasometro, gli archi sul fiume. E i ponti. Roma è una meravigliosa città di ponti, tra un dentro e un fuori, tra una parte e l’altra, tra un di qua e un di là. Nuoto in una piscina bianca e lilla con vetrate sul cielo e penso ai ponti di Roma. E a un bellissimo romanzo di Sandor Marai, La donna giusta. Chissà, magari lei l’ha letto, Messer Papillon, perché mi sembra di ricordare che Lei avesse un debole per la letteratura ungherese. I Danubio e grandi ponti. E i tedeschi e i russi che li fanno saltare. E la città che diventa due città, una di qua e una di là, una Buda e una Pest, che non sono più Budapest. E la vita, l’amore, il dolore, la solitudine. E un ponte che si ricostruisce, dopo, che è teatro di un incontro col passato, con se stessi, con l’altro, tra le rovine fumanti di una città che è divenuta un cimitero e col quale Marai sembra raccontarci che ciascuno rimane uguale a se stesso, sempre. Lui con la sua camicia di bucato in mezzo alle rovine, lei che vuole comprarsi uno smalto per le unghie in una città piena di dolore. Un’ altra virata. Vado verso le nuvole, ora. Quella donna sul ponte guarda quell’uomo di cui ha fatto un nemico, e pensa che il rancore è passato. E le viene una gran tristezza. Accelero. Così mi stanco e i pensieri sfumano. Al bordo mi fermo, mi giro. Sto in piedi nella piscina e guardo il cielo azzurro. Non voglio più pensare a Marai, alla solitudine e al dolore che racconta. Solo al suo ponte ricostruito, in qualche modo, su cui la gente si affolla per ricominciare ad andare di là, per far sì che le due città tornino ad essere una. Ricomincio a nuotare a rana e guardo fuori. Penso ai ponti di Roma, all’ansa del Tevere con l’isola Tiberina da un lato e gli alberi e la Sinagoga dall’altro. E il ponte. E gli altri ponti. Nuoto e intanto pedalo, quel giorno a Roma, stesso cielo che vedo spuntare dall’acqua quando respiro. Inspiro ed espiro, e pedalo. Gli alberi si piegano. Milano è Roma e Roma è Milano. Nuoto nella piscina e mi sento un ponte, perché ho due luoghi, e io sto in mezzo, e c’è il cielo e le nuvole e un raggio di sole che ora entra dalle vetrate e disegna una striscia luminosa nell’acqua, come quel giorno sul Tevere. Ero stanca, ma avevo occhi pieni di meraviglia. Gli alberi si muovevano e l’acqua era trafitta dal sole, e non c’era nessuno e la città era in alto e il cielo sopra e sotto, nei riflessi sull’acqua. Pedalo nel liquido azzurro e nuoto sul lungotevere. Gli alberi di Milano e il Ponte Mazzini. Non faccia così, Messer Papillon, non alzi il sopracciglio. Abbia pazienza, la Sua città mi manca e la cerco in ogni luogo. Basta prendere un treno, penserà Lei. Lo so. Ma è che uno deve imparare a darsi ascolto. Vorrebbe fare delle cose ma sa che gli farebbero del male. Fino a poco tempo fa l’avrei già preso, quel treno. Ma come le ho scritto l’ultima volta, tornata a casa dopo esser stata seduta alla stazione, devo aspettare. La Sua città è troppo importante, nel mio cuore, perché io ci torni così, come sabbia che si posa per caso. Ci vuole il vento giusto: e ottobre, in quella città, è troppo bello perché ci si possa andare da soli. Bisogna che mi accontenti della piscina e del ponte pedonale che a Milano attraversa i binari della stazione di Porta Genova: un ponte di ferro, un po’ dimesso, sotto solo binari e scambi e la piccola stazione. Un ponte sui treni. Ci vado ogni tanto, nelle mie camminate per la città, e guardo i binari dall’alto. Come oggi guardo i marciapiedi dal basso, dalla piscina. Chissà, Messer Papillon… Forse bisogna cambiare sguardo, ogni tanto, per trovare meraviglia. Lei lo sa fare Messer Papillon? Lo fa? Lo so che sta pensando che sono come la Signorina Tumistuffi, negli ultimi tempi. Ma non si preoccupi, mi passerà. Già me ne accorgo, ed è il primo passo. Come dice? Che Lei non si preoccupa? Che non ce n’è motivo? Ma suvvia, Messer Papillon… Lo sa che parlo a me stessa…

Sua
Musette

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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14 risposte a Di ponti e piscine. Di sotto in su.

  1. wave_ ha detto:

    .. oltre alla possibilità di una diversa introspezione la piscina permette lacrime invisibili e non condivisibili..
    La sua modalità, Musette, è leggera come il tarassaco comune quando decide di volare..
    Grazie 🙂

  2. Musetteontreno ha detto:

    non ci avevo pensato. grazie a Lei.

  3. Musetteontreno ha detto:

    Cara Wave,
    le Sue parole hanno riportato la mia memoria a questo.
    Grazie

     http://youtu.be/GTV1hg3S238

  4. meister ha detto:

    Il treno, come l'acqua, metafora della dissoluzione: essendo, a causa del movimento, un " non luogo " per eccellenza il primo, e dissolvimento delle forme la seconda.
    Un caro saluto Musette

    Roberto

  5. wave_ ha detto:

    .. di solito, invece, non sono compresa.
    Grazie Musette.. davvero.

  6. DROMO ha detto:

    "Lui con la sua camicia di bucato in mezzo alle rovine, lei che vuole comprarsi uno smalto per le unghie in una città piena di dolore."
    Molto bello.

    Un mese fa o due ho regalato un libro di Marai a mio padre. Sono i suoi diari, dove parla lungamente anche di sua moglie, della morte, di ciò che ha fatto, dei rimpianti. Mio padre sta morendo, come tutti, ma lui certamente molto presto. Lo ha letto già due volte, mi ha detto. Mi ha fatto vedere il libro come per certificare che il ringraziamento era reale, del resto erano più di dieci anni che non ci vedavamo e desiderava fossi certo che la sua non era una posa. Il libro è sottolineato con accuratezza, e in molte pagine ci sono note ai margini.
    Capisce? Un uomo che ha poco tempo davanti a sè, e lo sa, che legge ancora, e che da un libro trae, non so, delle conferme o delle gioie, e trova la forza disumana di sottolinearlo.

  7. Musetteontreno ha detto:

    Per Roberto:
    sì. Il treno e l'acqua: ha ragione. Una riflessione da approfondire. Grazie.

    Per Dromo:
    Mi colpisce quello che Lei scrive. La ringrazio per il racconto e la confidenza. Leggerò i diari di Marai, dopo queste sue parole.
    I libri, questi oggetti che accompagnano la nostra vita, che a volte le danno ritmo e respiro. 

  8. Una deliziosa pagina liquida, cui affidare pensieri e stupori.
    Grazie Musette.

    Dal momento che il treno di Splinder pare deciso a fermarsi, senza avviso ai passeggeri, abbia la gentilezza di informarci sulla direzione che le sue parole prenderanno.
    Un saluto grande.
    z.

  9. wave_ ha detto:

    .. lascierà traccia?..

  10. robertomeister ha detto:

    Anche nella mia nuova veste, non voglio perdermi i suoi squisiti scritti… grazie.

    Roberto

  11. musetteontreno ha detto:

    Caro Roberto,
    il Suo è il primo ingresso in questa casa nuova. Grazie
    Musette

  12. Ben ritrovata, con gioia vera.
    Buon viaggio, allora, su questi binari nuovamente paralleli.
    (grazie)
    z.

  13. robertomeister ha detto:

    Un caro saluto Musette…
    Roberto

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