Di stazioni e piogge di fine estate. E campanelle fiorite.

Caro Messer Papillon,
sono inquieta. Ora che non prendo più treni ne sento una nostalgia potente, che nel fine settimana aumenta in modo esponenziale e pericoloso. Così faccio strane cose su cui non m'interrogo, le faccio e basta, come la pioggia piove o la luce si scurisce piano nella sera. Questa mattina mi sono alzata presto e sono andata alla stazione. Mi sono seduta su una panchina e ho guardato i treni in arrivo e in partenza. Ho ascoltato gli annunci e guardato le ampie volte della stazione centrale, con la luce che entra dagli archi laterali che sembrano i boccaporti di un enorme sottomarino che naviga su rotaie sotto un'aria umida e compatta e grigia come un mare del nord. Quando è arrivato un treno dalla Sua città, Messer Papillon, mi sono messa all'inizio del binario, ho guardato la gente sfilare davanti a me e del tutto follemente ho sperato di incontrarLa. Naturalmente Lei non c'era e in un certo senso ne sono stata anche felice: cosa Le avrei detto, incontrandola, che sento una gran nostalgia dei miei viaggi in treno verso un altrove che mi apparteneva e che ora non mi aspetta più, una nostalgia talmente grande da portarmi alla stazione come in un libro di Oliver Sacks? O che ero lì per caso? Per caso davanti al binario di un treno che arriva la domenica mattina presto? Mi sono riseduta e ho cercato di ridere di me, ma purtroppo non ci sono riuscita. Invece ho immaginato di vederLa, elegante come sempre, con un suo magnifico papillon a piccoli disegni blu su fondo oro. Lei camminava a testa alta, con quello sguardo impertinente che tanto mi piaceva in Lei. Portava una cartella di cuoio che ho pensato piena di libri e si guardava intorno, evidentemente cercando una donna, perché quello era lo sguardo. Non mi dimenticherò mai, Messer Papillon, quando Lei mi rivolse la parola sul binario mentre aspettavo il treno leggendo. Ho immaginato di vederLa fermarsi e di leggere nei suoi occhi "Eccola. È Lei" e di vederLe il cuore pulsare nelle vene e la vita mostrarsi prepotente nel Suo sguardo. L'ho invidiata, Messer Papillon. E ho invidiato quella donna. Poche cose sono così meravigliose che sentirsi addosso quel tipo di sguardo. "Eccola. È lei." "Eccomi. sono io." E così me ne sono stata lì, seduta su una panchina, a guardare una scena immaginaria e a struggermi davanti a due fantasmi che mi hanno riempito l'anima e i sensi di nostalgia di un altro luogo e di un altro tempo. Poi mi sono alzata e me ne sono andata, mentre veniva annunciato un treno per la Sua città. Come era bello arrivarvi, Messer Papillon. La stazione piatta, in orizzontale, non in verticale come la mia di partenza. Niente scale. E luce, subito dal primo istante. E il soffitto dell'ingresso come un'onda. E i pini marittimi sul piazzale, alla fermata dell'autobus. E poi quel nome, Termini, termine corsa del treno, il luogo d'arrivo, il mio altrove. Ci verrò presto, perché non posso farne a meno. E camminerò per la città come ho fatto centinaia di volte. Sarà molto diverso, lo so, e non sono ancora pronta. Ho pensato di salire su quel treno, stamattina, ma ho capito subito che mi avrebbe fatto solo del male. Ci vuole pazienza, Messer Papillon, una gran pazienza e una grande indulgenza verso se stessi prima di ritornare sui propri passi per camminarli in modo nuovo. Così, come dicevo, me ne sono andata alla chiesa di San Marco, per una Messa di Liszt, coro e orchestra e magnificenza. Non amo Liszt, ma mi piace immensamente vedere un'orchestra e un coro che lavorano insieme, strumenti e voci che s'impastano in un'alchimia di presenze e assenze, di vuoti e pieni che ogni volta mi fa pensare a un miracolo. Pioveva, mentre raggiungevo la chiesa. Piove da ieri, Messer Papillon, a sprazzi, a momenti. Ha iniziato ieri nel tardo pomeriggio, un temporale rumoroso che poi si è trasformato in una pioggia fitta. Lei sa quanto io ami l'estate e il caldo e la luce, eppure ieri… non so spiegarle. Sono uscita subito, appena ha iniziato a piovere, senza nemmeno prendere l'ombrello, e ho camminato e mi sono fermata a prendere l'acqua, a sentirla sul viso, sui capelli, sulle mani. Un senso di pace e di liberazione. Ho pensato che l'estate stava finendo e che incredibilmente ne ero felice. Che questo strano settembre così estivo mi aveva inquietato e turbato, e che questa pioggia mi calmava. Sì, mi calmava. Gliel'ho detto che faccio strane cose, in questo periodo. Vado alla stazione senza dover prendere treni, cammino sotto la pioggia, vado a sentire Liszt che non amo, sono contenta che finisca l'estate, m'immagino di vedere Lei che incontra una sconosciuta e mi sfinisco di nostalgia. E Le scrivo molto più di prima che i treni li prendevo. Vabbé, direbbe Lei. Bisognerà che ricominci un gioco, Messer Papillon. Ho riletto le ultime lettere che Le ho scritto e mi sono accorta che c'è uno che è rimasto sospeso. Ci penserò. Intanto qui piove, l'estate finisce, il tempo cambia. Ma sul mio balcone, stamattina, con questa pioggia, ho trovato delle piccole campanelle fiorite di viola. Campanelle che pensavo fossero morte, durante l'estate. In questo momento sta tuonando con un rumore di timpani che copre il suono del clarinetto di Mozart che sto ascoltando. Potenza e dolcezza dei suoni.
Buona settimana, Messer Papillon. Le sia foriera di gioia, come le campanelle sul mio balcone.

Sua
Musette

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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7 risposte a Di stazioni e piogge di fine estate. E campanelle fiorite.

  1. theblackholesun ha detto:

    già ti adoro.
    così.
    senza troppi giri di parole.

  2. meister ha detto:

    Un luogo davvero interessante…

  3. wave_ ha detto:

    In treno, stamani, ho ricordato questo suo viaggio.. ripensando al mio..
    Adoro il treno.. nonostante le sofferenze dell'anima.

  4. Musetteontreno ha detto:

    Cara Wave, 
    che Lei viaggiando abbia pensato a queste mie parole mi riempie di gioia. Grazie

  5. wave_ ha detto:

    Grazie a lei 🙂

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