Illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Dell’esilio e dello sguardo. E della musica di Arvo Part.

Caro Messer Papillon,
Le mando una piccola cartolina da Milano, calda e umida come nell’estate piena. Ieri sera sono andata a un concerto del festival Mito che in questo momento mi sembra un miracolo. Serata estiva, come Le dicevo, cielo morbido di rosa e blu, dietro la chiesa di Santa Maria della Passione e il cortile del conservatorio che si scuriva piano, come le foglie della magnolia che sta in un angolo, circondata da una panca di ferro battuto che consente di sedersi sotto un albero bellissimo in uno dei luoghi più belli di questa mia nordica città. Lì mi sono seduta, e ho pensato ai miei viaggi in treno e alla Sua città meravigliosa e al cielo ampio che l’avvolge come un abito che ne disegna le forme. Sono rimasta seduta finché si è fatto buio. Ho guardato la gente arrivare e mettersi in fila e poi sono entrata. Negli occhi avevo la sera che avanzava a Milano e il disegno luminoso di Porta Metronia a Roma, che in una serata incredibilmente nitida dell’inverno passato, avevo fissato nella mia memoria, durante una passeggiata silenziosa, come la forma perfetta di un momento che non avrei dimenticato, un momento veramente e pienamente felice, come nella vita sono rari. Un momento in cui ero in pace con me stessa e con il mondo e mi sentivo aperta come un ibiscus nella sua massima fioritura. Una persona accanto a me, in silenzio, una mano che mi teneva il poso, davanti alle mura illuminate un cipresso scuro come la magnolia del conservatorio, e proprio in corrispondenza dell’apice del cipresso una luna come quelle di Magritte.  Camminavamo in silenzio e l’aria era fredda ma secca e trasparente, e tutto aveva il nitore di Magritte e il sogno di Chagall. Ieri sera mi è venuto in mente sotto quella magnolia e quando sono entrata nella sala da concerto le immagini di una città e dell’altra e delle stagioni e dei luoghi erano sovrapposte e intricate. Era un concerto di musica contemporanea di diversi compositori e dopo un primo brano in cui ho pensato di andarmene immediatamente, hanno eseguito un brano di Sciarrino: una grande orchestra e una voce recitante che annunciava treni in arrivo e in partenza, treni soppressi e guasti, tutti in ritardo, tutti inevitabilmente in ritardo. Sotto un gran guazzabuglio di suoni e contrabbassi pizzicati e lastre di metallo percosse, e rumori e violini come un brusio. Ho pensato che era come mi sentivo: fuori posto, stonata, in ritardo per guasti strutturali della mia anima sfibrata. “Causa guasto al guasto ci scusiamo per il ritardo del disagio”, questa l’ultima frase della voce recitante. Non so dire se mi è piaciuto, però certo mi ha dato da pensare molto. Guasto al guasto. Un guasto. E un guasto al guasto. Disagio e ritardo del disagio. Non so se l’autore voleva essere ironico o giocare con le parole degli annunci ferroviari, ma dentro di me qualcosa ha ceduto. Ho sentito che devo riflettere, Messer Papillon: ho un guasto e un guasto al guasto. Ho pensato che ho bisogno di pace, ma che invece ero lì, a sentire questa cosa che mi faceva sentire come un elastico che sitendesitendesitende fino a spaccarsi. Durante il pezzo successivo di nuovo ho pensato di andarmene. Troppo disagio. Ma siccome sono un po’ lenta, in questo periodo, e pure il disagio arriva in ritardo, o meglio arriva ma io non lo raccolgo subito, sono rimasta lì, pensando che ero venuta per la musica di Arvo Part, alla fine del concerto, e che sarei rimasta cercando di far passare il tempo.
Poi, Messer Papillon, finalmente, la musica di Arvo Part. Un salve Regina che in origine era per coro e organo e che il Maestro ha riscritto apposta per questo concerto trasformandola in partitura per coro, orchestra d’archi e celesta. Una dolcezza e una pace, come di un Haiku o di un giardino giapponese. Un canto che parte all’unisono e cresce in una polifonia progressiva, e gli archi e la celesta come pietre silenziose. La celesta come una percussione dell’anima. Una musica di sospiro e di dolore, proprio come nel testo della preghiera, e di richiesta struggente di uno sguardo misericordioso. Ho pianto, Messer Papillon, non ce l’ho proprio fatta a trattenermi. Ho pensato a quella sera a Porta Metronia, a quel nitore nel buio, a quel silenzio, a quel senso di pace.  A quella mano che mi teneva per il polso. Mi sento in esilio, come dice il testo, e guasta, come nella musica di Sciarrino, e ho bisogno di silenzio e di pace come mi dà questa musica di Arvo Part (non so fare la dieresi con la tastiera, mi perdoni, anche se lo so che è abbastanza intollerabile) e di uno sguardo misericordioso che mi sottragga al mio di sguardo, che in questo momento mi è ostile e dissonante come tanta musica contemporanea. Così, pensi un po’, la magnolia di Milano e il cipresso di Roma, e treni perduti e occhi misericordiosi invece del mio sguardo ostile. Sia misericordioso per questo post, La prego.
Il brano lo metto qui sotto, non nella versione di ieri sera, che era in prima esecuzione, ma in quella precedente per organo e coro, che pure mi piace molto ma non è la stessa cosa, glielo assicuro, perché quella celesta, e il pizzicato degli archi erano come una mano che tiene il polso, e come un respiro. Specie nel finale. Il suono di campanelli della celesta sospesi, che vibrano fino all’ultimo spostamento d’aria. (C’è un vantaggio ai concerti di musica contemporanea, ed è che nessuno sa quando deve applaudire, e quindi se ne stanno tutti zitti finché il direttore si è girato e l’ultima nota ha smesso di vibrare). Sì. Come un respiro.          

 

Sua
Musette          

ps. oggi è l’undici settembre e stasera vado alla Scala per il Requiem di Britten. Sarà anche per questo che sono così malinconica.       

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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12 risposte a Illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Dell’esilio e dello sguardo. E della musica di Arvo Part.

  1. DROMO ha detto:

    Oggi è la prima volta che ascolto questa musica,
    il tuo cadavere cadavere bianco che emerge dalla profondità dello schermo:
    "Forse è tardi per chiederti cosa riconosceresti di me adesso
    che la tua fronte è un tutt'uno coi piedi e tieni il sorriso sepolto nei denti. 
    Forse non mi vedresti nemmeno ora
    che il tuo sguardo è stato assorbito dalla terra."

  2. Musetteontreno ha detto:

    Strano commento.
    Non lo capisco

  3. DROMO ha detto:

    a parte la ripetizione non voluta della parola cadavere di cui mi scuso, il commento è stato scritto ascoltando la musica che Lei ha postato; è quindi forse più un commento alla musica che al suo testo. O è un piccolo testo, dall'ambizione poetica, scritto mentre l'ascoltavo, anzi, proprio perchè l'ascoltavo. Riguardo al capire potrei spiegarle per filo e per segno a cosa si riferisce, descriverene l'esatta anatomia, ma facendolo so già che avrei poi l'impressione, come sempre quando si spiegano certe cose, di aver detto tutto tranne la cosa essenziale, quella che necessariamente deve sfuggire e continuare a farlo se non la si vuole soffocare, comprendendola.

  4. anonimo ha detto:

    qu'est ce que c'est beau que de vous relire, Musette!

  5. sevensisters ha detto:

    Di Arvo Part ricordo una folgorante esecuzione di "Summa" da parte del Kronos Quartet, proprio qui ad Ancona (anni fà). Davvero potente, con quegli archi totalmente senza vibrato, arcani e celestiali. E anche scenicamente, i quattro strumentisti vestiti con tuniche, ieratici come sacerdoti russi

  6. stephi ha detto:

    c'è per me un filo sottile che lega il post precedente su Dos Passos e Arvo Part ovvero che indimenticabile mi si impresse una sua citazione che "nelle pause è la musica" che non è altro che l'intensa presenza nell'assenza.
    saluti assai cordiali, Musette, e pensieri benauguranti che mi permetto d'inviarLe!

  7. Musetteontreno ha detto:

    Cara Stephi,
    Le ho scritto, ma vedo che Lei non legge la posta. Se passa di qua ci dia un'occhiata.

  8. stephi ha detto:

    cara Musette,
    dove ha indirizzato la Sua missiva ovvero dove indirizzo la mia occhiata??

  9. stephi ha detto:

    Cara Musette,
    dove ha mandata la Sua missiva, ovvero dove devo indirizzare la mia occhiata?
    Tanti saluti e aspetto delucidazioni:-)

  10. stephi ha detto:

    oops, non intendevo essere così insistente! sembrava l'etere avesse inghiottito il messaggio…

  11. Musetteontreno ha detto:

    Cara Stephi, 
    l'ho indirizzata alla bustina che compare di fianco alla Sua icona. Non so, credo che sia il Suo profilo su Splinder…

    Per tutti gli altri: scusate, lo so che sembriamo due fuori di testa… Appunto… Illos tuos misericordes oculos…. eccetera

    Musette

  12. stephi ha detto:

    imbucato;)

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