Dell’Assenza. E di Dos Passos.

Caro Messer Papillon,

Le scrivo con una certa malinconia. Si chiude un tempo e sto come sospesa. (Come dice? che l’estate non è ancora finita e che se anche oggi pioviggina in modo insopportabile ci possono essere ancora giornate luminose e che Roma in settembre e ottobre può essere sfolgorante? Ha ragione, lo so, ma per una volta non  mi riferivo alle stagioni né al tempo atmosferico. Cosa? non si riesce a starmi dietro? Parlo sempre del tempo e per una volta che mi dà corda Le dico che non va bene? Sia paziente, lo sa che sono una donna inquieta)
È che è finito il mio tempo dei treni, dei viaggi su quella stessa tratta, di un andare e venire conosciuto ma sempre misterioso. È finito il tempo di accostarmi alla Sua città come a una sposa, quell’unica che si ama e che si vorrebbe sempre davanti agli occhi. È finito e ancora non me ne rendo conto. E pensare che sto leggendo un libro che sembra scritto per me, un libro che credo avrà letto, dato il suo autore, che è Dos Passos, che penso rientri nel suo panorama di alfabeti. Un libro irrinunciabile, appena ripubblicato, che racconta di un viaggio. Di treni, di paesaggi, di soldati, di ingegneri, di cammelli, di eserciti e di pellegrini. Un libro da leggere in treno, perché di un treno ha il nome Orient Express, e fa solo venir voglia di salire su un treno e di guardare fuori dal finestrino. Un libro di descrizioni magnifiche e poetiche, di albe e tramonti e montagne e mari e città e deserti e tende e tazze di te. Un libro che non dimenticherò mai e che certamente aggiungerò allo scaffale dei miei libri preferiti. C’è un punto, Messer Papillon, che ieri sera mentre leggevo mi ha trafitto come le parole di Barenboin ieri pomeriggio (a Milano, in un incontro di cui poi le racconto). L’autore sta nel caravanserraglio di una città in rovina, in una piccola cella con l’ingresso bloccato dall’automobile come fosse una porta. Il cortile è pieno di pellegrini che sono diretti alle città sante dell’Iraq, ci sono molti falò e tutti parlano a voce bassa.
“Un odore di legna secca che brucia mi arrivava in piena faccia e da sotto la porta una sonnolenza d’oppio. Era tutto di vetro e ghiaccio filato; nella fragilità intensa del momento uno ha a malapena il coraggio di respirare.
L’est e l’ovest e il nord e il sud erano presenze intense e incorporee come la creatura immaginaria che da bambini crediamo di sentire dietro le tende. Le quattro direzioni erano spuntoni che ti trafiggono come le spade di Nostra Signore del Dolore. Perché c’è così tanta differenza tra andare verso est e andare verso ovest? Perché la felicità è verso sud e la tristezza è verso nord?”
Ecco. Ieri sera mentre lo leggevo mi è venuto un groppo in gola. Perché non avrò più i miei treni verso sud. O meglio li avrò, li potrò avere, ma solo così, una tantum, per una vacanza. Non ci sarà più quel ritmo. Quello scorrere delle stagioni dal finestrino, quei momenti di passaggio, quelle impercettibili differenze tra un viaggio e l’altro, quei particolari sempre uguali ma sempre diversi, insomma quel fluire della vita un momento dopo l’altro, irripetibile, che già quando viaggiavo con la regolarità di un orologio ben manutenuto (un' andata dopo dieci giorni da un ritorno) mi faceva pensare “peccato non essere passata prima, peccato non aver visto il bocciolo di questa rosa, che ora è qui e l’altra volta non c’era.” Ci sono ancora molte cose che di quel percorso avrei voluto raccontarle, come di una cascina in rovina da qualche parte già verso Roma, coperta su un lato da una pianta di rose che a maggio sarebbe degna di quel posto miracoloso che è il giardino delle rose della Sua città, uno dei più amati tra i tanti luoghi che della Sua città amo e amerò per sempre. Invece dovrò accontentarmi dell’assenza, e delle vibrazioni che essa evoca. Ieri Barenboin ha detto durante un incontro con il pubblico, che ogni nota muore, in un concerto. Allora ho alzato la mano (pensi un po’) e ho detto che è vero, ogni nota muore ed è irripetibile, perché la prossima volta sarà comunque diversa, ma che ogni nota risuona dentro le orecchie e il cervello e il cuore e il sesso di un ascoltatore. Poi ho raccontato che molti anni fa, all’uscita da un concerto meraviglioso, una signora ha detto questa frase “Sono così piena di suoni…” e che mi era sembrato un gran regalo. Il maestro Barenboin è stato un attimo in silenzio e poi mi ha detto “La ringrazio molto. E’ una frase che non dimenticherò”
Insomma, Assenza, più intensa presenza, come dice il Poeta. Forse è proprio così. Forse l’assenza sarà bella. Solo che mi ci devo abituare.
Intanto la pioggerellina di questa mattina è diventata pioggia costante e uniforme. La luce è cambiata e il caldo di questi ultimi giorni è svanito, almeno qui, nella mia città del nord, triste come dice Dos Passos. Assenza, più intensa presenza.

Farò una cosa scandalosa, Messer Papillon. Le manderò un bacio. Un bacio vero, in Sua Assenza.

Sua

Musette
Musette B/N

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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