Di una nevicata e di un tentativo inconsulto di esaurire un luogo (non parigino, però)

17/12/2010

Caro Messer Papillon,
sono in treno, partita da una Milano bianca e grigia di cielo e di neve. Una neve fredda arrivata dopo il ghiaccio dei giorni passati, la “malaverna”, come mi dicevano da bambina, cioè un brina di cristallo che si posa nitida su ogni cosa, e ricalca con precisione minuta rami e tetti e grondaie come fossero sbalzati su un fondo di vetro. (Solo molto tempo dopo ho scoperto che si dice “galaverna”, e mi ha deluso, tanto, perché in quella parola sbagliata ci stava l’inverno cattivo e il mio desiderio d’estate) Una brina talmente gelata, Messer Papillon, da non riuscire a sciogliersi nemmeno nelle ore più calde di giornate di sole inconsuetamente terse che per me sono un regalo talmente prezioso da indurmi a uscire a bighellonare a piedi anche se la temperatura era di sei gradi sotto lo zero. Poi, oggi, perduta ogni luminosità, ghiaccio dal cielo e, infine, la neve.
E’ l’inverno, Messer Papillon, che taglia la carne con spilli di freddo e annichilisce il cuore nel desiderio di luce. Eppure oggi è diverso. Una gioia come d’infanzia, e di un cappello con il pon-pon, rosso, preso di nascosto da un armadio e indossato furtivamente in ascensore, lontano dagli occhi di chi quel cappello possiede. Non dovevo prendere il treno oggi, ma questa neve, e la luce di ieri e un desiderio improvviso della Sua città. Uno struggimento. E così eccomi qua, tra una galleria e l’altra, credo ormai quasi a Firenze, un gran buio fuori e un frullo d’ali nel petto. Sa, Messer Papillon, che mi incantano le coincidenze: proprio ora, che ho scritto la parola buio, il treno si è fermato in una galleria. Ci sono delle lucine blu elettrico che non avevo mai visto e che assomigliano alle luminarie poco natalizie e piuttosto brutte che hanno messo qui e là nelle strade della mia città, che è già piuttosto elettrica di suo, senza ricorrere ad artifici. Sa cosa mi piace, Messer Papillon? Che ogni volta scopro qualcosa di nuovo in questo viaggio che pure ho fatto tante volte, a tutte le ore, in tutte le stagioni. Ecco ora ci muoviamo, lenti, e la galleria pare lunghissima. Usciamo ora. C’è il cartello Rifredi, e tanta neve, e lampioni gialli che disegnano cerchi di luce. I binari di fianco a noi sono bianchi e il cielo è viola.
Ora siamo di nuovo fermi: la neve amplifica i fili elettrici, le bobine, i tralicci e i rami degli alberi che sembrano ancora più neri. Ci sono ghiaccioli sotto i lampioni e orme fresche nella neve. Le immagini di ieri, il ghiaccio, alberi di cristallo e cielo azzurro, si sovrappongono a quelle di questo momento, rami carichi di neve su un cielo notturno che riverbera di chiarore, come fotogrammi di una specie di caleidoscopio in cui tutto è immobile e un attimo dopo si trasforma.Fa freddo, ore. Apro la valigia, prendo uno scialle e torno a sedermi. Il treno continua a stare fermo e la neve a vorticare nei coni di luce dei lampioni. Poi ci muoviamo appena. Si vedono finestre illuminate delle case lungo i binari. L’altoparlante annuncia un ritardo significativo per le forti nevicate e intanto un sacchetto di plastica impigliato in un ramo si gonfia d’aria gelata e ondeggia proprio sotto un lampione. È uno spettacolo che mi incatena, Messer Papillon. Volevo scriverLe dell’inverno, certo, ma non pensavo a una cronaca della cintura di Firenze minuto per minuto. E invece… vede? Come Le dicevo ogni volta percepisco nuovi paesaggi in questi luoghi che sono sempre gli stessi ma mi appaiono sempre diversi.
Abbiamo superato Firenze Statuto, ora, e un treno lento come il nostro ci incrocia dirigendosi verso nord. Penso che sono contenta di andare a sud. Come sempre, del resto. Il Sud è la mia meta interiore, un Altrove dove mi piacerebbe sempre andare e che ogni volta mi dà gioia ricordare; anche ora, qui, in mezzo al buio e alla neve dell’inverno profondo. Forse è anche per questo che mi piace tanto venire nella Sua città, perché “scendo” lungo l’Italia, almeno un po’.
Ora stiamo costeggiando una banchina affollata di gente incappellata che aspetta il treno. Non il nostro, che qui non prevede fermate, ma qualche treno /diligenza dei pendolari che probabilmente è molto in ritardo, a giudicare dalla quantità di persone e dalle loro posture incurvate.
Al di là dei binari, al di là della staccionata si vede una strada in salita; scatto un’istantanea nella mia testa: le automobili procedono appena, qualcuno sbanda. Un motociclista è fermo in mezzo alla strada, vicino a un vigile che indossa una mantella impermeabile e ha il cappello pieno di neve. Non c’è audio, ovviamente, mentre la luce è quella un po’surreale dei fari delle automobili e dei lampioni al neon. Penso che sono contenta di stare in treno, anche se il viaggio dovesse durare molte ore, perché immaginare di essere in auto, da sola, con questo tempo mi spaventa. Invece mi rassicura pensare che mentre sto qui a guardar fuori e a scriverLe qualcuno guida per me. Come forse Le ho già detto, mi piace “affidarmi” e godermi la calma che ne deriva.
E’ passata più di un’ora da quando stiamo circumnavigando Firenze, e ora stiamo riprendendo un po’ di velocità lasciando la città alle nostre spalle. Ricominciano le gallerie e il riscaldamento riprende a funzionare. Sa cosa mi viene in mente, Messer Papillon? Un libro di Perec, Tentativo di esaurire un luogo parigino a cui non pensavo da molto tempo. Un elenco apparentemente inutile di osservazioni fatte per tre giorni di una piazza di Parigi registrate meticolosamente dall’autore seduto nelle diverse ore del giorno a diversi caffè che su quella piazza si affacciano. Una sorta di ninfee o di cattedrali di Monet, indagate fino all’ossessione per cercare di afferrarne l’essenza. O forse solo per dire che l’essenza è inafferrabile. Un tentativo di esaurire un luogo, autobus, persone, una due cavalli color verde mela, una signora con una baguette, un bambino che va a scuola, piccioni, giapponesi, un funerale e così via, un tentativo che non può che fallire o meglio che non può che non finire, e che nella sua apparente freddezza ci rimanda la più importante delle constatazioni, e cioè quella della complessità della realtà che per quanto ci sforziamo non riusciamo non solo ad esaurire – tentativo, dice Perec, sapendo bene che la pretesa di esaurire è follia – ma forse nemmeno a definire.Al massimo possiamo individuare qualcosa di ricorrente, come gli autobus, cercando di dedurre frequenza ed alternanza per provare a fissare qualche misero punto di riferimento, come dire che tra Bologna e Firenze ci vuole un’ora o che dopo Firenze il treno arriva a Roma. Ma può esserci un guasto banale o la neve o un suicida che si butta sotto il treno e i nostri piccoli paletti, sottili come i bastoncini del gelato, saltano con tutta la recinzione e il nitore dei confini che ci diamo sparisce come tracce sul bagnasciuga. Non era di questo libro che volevo raccontarLe, oggi, ma questo viaggio improvviso, questa neve, queste soste sospese nelle periferie di Firenze mi hanno fatto cambiare binario, tanto per rimanere in treno. Lo vede che effetto mi fa, Messer Papillon? Guardo la neve e un libro strano, letto tanto tempo fa, salta fuori come una canzone posata in un angolo della memoria: basta una nota, una nota sola, e la musica riaffiora, e poi le parole, all’inizio un po’ incerte, con qualche buco. E allora uno riprende a cantarla mentalmente, da capo, e poi di nuovo, e pian piano – oppure improvvisamente, dipende – le parole disperse ritornano a galla e rimangono lì, di nuovo nostre. E’ così che mi sta succedendo questa sera. Lei l’ha letto, quel libro di Perec? Ha visto la copertine? Se la ricorda? Io ce l’ho in mente molto chiaramente. Nella mia edizione è di un rosso scuro e c’è lui, Perec, con la barbetta e gli occhi sbarrati (per forza, a furia di guardare il mondo e di volerlo esaurire…). Se non l’ha già vista, la faccia di Perec La incuriosirebbe, ne sono certa. (mi piacerebbe scrivere “la incuriosirà”, indicativo futuro, contando nella lettura da parte Sua di queste mie righe. Ma sono realista, e non mi rimane che il condizionale, con Lei.)
Ora abbiamo appena superato Orvieto e siamo di nuovo fermi. Mi sa che il viaggio sarà lungo. Per fortuna ho con me diversi libri e del cioccolato, sono coperta, il treno non è molto pieno e si può leggere in pace.

La saluto Messer Papillon e Le suggerisco qualche titolo per il gioco geografico: Notte e nebbia a Bombay, Passaggio in India, il Tè nel deserto, L’isola di Arturo. (Come dice? Deserto e isola non sono nomi propri di luoghi? Che scoperta… Ma lo sa che a volte Lei è abbastanza insopportabile? Era così, tanto per rimanere con lo sguardo rivolto a Sud. Possibile che debba spiegarLe sempre tutto?)

Sua

Musette B/N

Musette  

Ps. Sono passati diversi giorni tra quando le ho scritto e quando ho ricopiato il testo nella macchina infernale, perché da un lato sono piuttosto disorganizzata, e dall’altro la vita ci costringe spesso ad occuparci di tutt’altro da quello che vorremmo. Il giorno dopo averLe scritto ho scoperto dai giornali di essere stata testimone inconsapevole di un evento meteorologico abbastanza fuori dall’ordinario. Perec , come me, ne sarebbe stato contento, e, forse, anche un po’ incantato, non crede?

pps. Eccola, l’ho cercata per Lei , Messer Papillon                                                    G. Perec

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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