E’ autunno, tempo di prodigio. Vabbé.

                                                                                      Milano, 4 novembre 2010

Caro Messer Papillon,
non Le scrivo da molto tempo e pensavo di non farLo più, dato che è piuttosto frustrante non ricevere mai alcun cenno di risposta, nemmeno sotto forma di sberleffo. Così ho lasciato passare l’estate e molti treni – e aerei, automobili, autobus, metropolitane, perfino la cabina di un carro attrezzi che so Le sarebbe assai piaciuta – e molti libri (di un paio Le ho anche scritto, e poi, in un sussulto di orgoglio, non ho spedito) e pensavo di essere quasi guarita dalla malattia che mi spinge a fare proprio di Lei un mio immaginario interlocutore (anzi, il mio immaginario interlocutore). Invece, come vede, non sono guarita affatto. Il mio deve essere un virus di quelli che rimangono annidati lì, silenti, e poi ogni tanto saltano fuori, come quello della varicella che rimane nel corpo per sempre e non c’è modo di liberarsene. Come sappiamo, ognuno ha le sue condanne, e tra le mie c’è che ad ogni cambio di stagione si acuisce la mia sensibilità meteorologica, e se sono riuscita – a fatica – a trattenermi durante l’estate dal raccontarLe di luoghi di luce e stoppie bruciate e paesi appesi su cieli sfavillanti, ora, in questo autunno che si sposta lentamente verso l’inverno, provo un gran desiderio di scriverLe, e come Pinocchio al richiamo del carro per il paese dei balocchi non so resistere, anche se mi è chiaro – chiarissimo – come andrà a finire.
È che nei giorni scorsi, mentre si tornava all’ora solare, ha piovuto molto, Messer Papillon; una pioggia grigia e fredda, foriera di guanti e cappello, stivali e sciarpe di lana. È finita, ho pensato. Anche quest’anno l’inverno è arrivato. Poi mercoledì, come un dono inaspettato, una giornata dolce come fosse la prima di primavera. Luce, foglie d’autunno colorate da un sole terso, bagnate dalla pioggia dei giorni precedenti e perciò luminose come di rado. Ho camminato a lungo, la giacca slacciata, il cappello nella borsa, calore sulla schiena, occhi al cielo e alle facciate dei palazzi di questa mia città che sto ricominciando ad amare. Ho pensato a Lei, Messer Papillon, e mi è salito un gran desiderio di scriverLe: chissà, magari anche dalle sue parti l’autunno potrebbe avere un ripensamento,  e regalare un piccolo prodigio a chi fosse lì a riceverlo. (Mamma mia… che sdilinquimento.  Come storcerebbe il naso, se mi leggesse. Su, forza, mi scriva tutta la sua indignazione, La prego, non aspetto altro che un suo lapidario  “Vabbé”, al quale non avrebbe bisogno di aggiungere altro).  Naturalmente la pausa di luce è durata un giorno, già ieri andava scemando e oggi siamo ripiombati nel grigio implacabilmente opaco della pianura. Ma è stato bello, Messer Papillon, come un cioccolatino che si scioglie in bocca e che, come sappiamo, ha un effetto sull’anima oltre che sui sensi. Conosce il poeta Salinas, Messer Papillon? È lui che citavo, prima, parlando di un prodigio.

Se mi chiamassi, sì,
se mi chiamassi!
(…)
E ancora attendo la tua voce:
giù per i telescopi,
dalla stella,
attraverso specchi e gallerie
ed anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
– se mi chiamassi, sì, se mi chiamassi!-
sarà un miracolo,
ignoto, senza vederlo.

SalinasPedro Salinas, La voce a te dovuta
(che meraviglioso titolo, Messer Papillon.)

Non Le piacerebbe regalarmi un prodigio, Messer Papillon? Pensi un po’…
“Vorrei fare un regalo a una persona..”
“Orecchini? Un libro? Una scatola di cioccolatini molto dolci?”
“No. Qualcosa di prodigioso. “
“ Voci, Signore? Voci da lontano? Che ne dice? “

Sì. Voce e parola. Un regalo prodigioso, per dirla con Salinas.

Sua
Musette
ps. Vanno bene anche parole sulla sabbia, destinate a cancellarsi subito. Sa com’è, Messer Papillon, l’eternità non è più di questi tempi.
Pps. Niente treni, in questa lettera: non me ne voglia, lo sa che sono un po’ indisciplinata. Vabbé.
Ppps. Tanto tempo è passato, da quando Le ho scritto, che mi ero perfino scordata del gioco geografico: e allora, ecco Divorzio a Buda, di Sandor Marai   e Nel corpo di Napoli, di Giuseppe Montesano.

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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4 risposte a E’ autunno, tempo di prodigio. Vabbé.

  1. BlackPassion7 ha detto:

    Piacevole e simpatico Blog..
    Non l'ho letto tutto, per ora, ma è molto scorrevole e incuriosisce…
    buon  viaggio…  🙂

  2. Musetteontreno ha detto:

    Grazie, Signore.
    e' sempre un piacere incuriosire qualcuno.

  3. stephi ha detto:

    apprezzo i post come anche gli intervalli che intercorrono tra uno e l'altro. 
    bello questo ritmo imprevedibile …
    grazie!

  4. Musetteontreno ha detto:

    Grazie a te, Stephi
    Musette

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