Perché dovremmo dargliela vinta, Messer Papillon?

Caro Messer Papillon,
la settimana scorsa ero in treno e non ho potuto resistere. Le ho scritto la lettera che le mando ora, anche se so che probabilmente non leggerà queste mie parole, e che comunque, se le dovesse leggere, certo non mi risponderà . Troppo è stato il piacere di pensare a Lei, da quel treno, e di pensare di raccontarle della luce nitida e azzurra che c’€™era alla partenza e che ha accompagnato il treno per una parte del suo percorso. Una luce forte e pulita, fisica, che tagliava la città  prima e le colline poi in forme geometriche, squadrate, linee d’ombra nette, che si sovrapponevano a quelle che separano i campi in colori diversi, qua un verde secco, là un verde scuro, qui la terra dissodata, là una strada grigia. Poi il cielo si è caricato di nuvole grigie, scure, che sembravano anticipare di un po’ l’ora del tramonto e tutto il paesaggio fuori dal finestrino si è fatto dello stesso colore, verde scuro sulla terra e grigio inconsistente in cielo. Mi sento così, Messer Papillon, da quando la nostra corrispondenza si è interrotta, come quel cielo piatto, senza sole. Mi ero abituata non solo a leggere, ma soprattutto ad aspettare le sue parole e riceverle era sempre un piacere, messer Papillon, anche quando lei faceva il burbero o il sarcastico. (Faceva. Sono convinta che sia una parte che Lei adora, Caro il mio attore dilettante). Insomma, per fargliela breve, le sue lettere mi mancano, e non mi vergogno affatto di dirlo: anzi, mi viene una gran voglia di ricominciare a scriverle, così, infischiandomene di tutto se non del piacere che farlo mi procura. Quel giorno ero arrivata presto in stazione e l’ ho cercata su e giù per il binario, per dirglielo, ma Lei non c’ era, o almeno io non l’€™ho vista. Del resto lo so, la incontro quasi sempre quando viaggio nell’altro senso, prima del fine settimana, e raramente, forse mai ora che ci penso, la domenica. Chissà. probabilmente Lei viene nella mia città  per lavoro, ogni tanto, durante la settimana, si ferma un paio di giorni e quando io vengo nella sua in vacanza, lei sta tornando a casa. O almeno questo è il film che mi sono fatta: stiamo in due città  diverse, le mie andate sono i suoi ritorni, e viceversa. Mi piace pensare così, Messer Papillon, che i nostri itinerari siano identici ma inversi, che i miei luoghi non siano i suoi e i suoi non siano i miei, in modo che ciascuno possa raccontarne all’€™altro, come abbiamo fatto per libri, lei con i suoi libri di autori defunti ed io con i miei di scrittori, per lo più vivi e vegeti. Ad un certo punto, domenica scorsa, il treno ha rallentato per entrare in una città. Dormivano quasi tutti, quelli seduti intorno a me, e c’€™era un gran silenzio, stranamente. Nel posto di fianco al mio un giovane uomo si era addormentato leggendo, pensi un po’, proprio quella €œPastorale americana€ di cui le ho tanto parlato. Ecco, già  vedo il suo sorriso beffardo: lo vede che faccio bene a non leggerlo, quel libro, se fa dormire? Lo so che lo penserà : pazienza. Io credo che il mio vicino di treno fosse solo stanco, o tutt’€™al più troppo giovane, per quel libro. Di fronte c’erano due giovani cinesi, un uomo e una donna. Lei ha letto dall’€™inizio del viaggio, lui per un po’ ha dormito, e quando si è svegliato ha tirato fuori un libro dalla valigia. Peccato non poter sapere cosa stessero leggendo. Bello, no? Quattro posti, quattro lettori. Nessun telefono, nessun lettore musicale dai bassi fastidiosi. Non potevo che pensare a lei, Messer Papillon.
Oggi, invece, sono a casa. Improvvisamente è venuto freddo. Qualche giorno fa un gran vento ha portato un autunno che è già  quasi inverno. Dai sandali alla giacca a vento. Che strano. Anche se non c’entra nulla mi viene in mente una poesia che amo tanto, Messer Papillon, che dice “dal profondo dell’abisso al fiore del fiore”. La vita ci riserva di queste sorprese. Già. Tutto si muove e tutto cambia. Chissà, forse è per questo che mi piace tanto questa nostra corrispondenza di treni e di libri, e che altrettanto mi piace indugiare sul tempo, il tempo meteorologico, intendo, perché vedo in quei cambi di luce lo specchio dei cambiamenti di cui è fatta la nostra vita. So che Lei starà già sbuffando, se per caso mi legge. E i libri? Non si parlava di libri, in queste lettere? Sì, si parlava di libri. Ma è passato molto tempo, da quando ci siamo scritti l’ ultima volta, e perciò mi lasci indugiare un po’€™, così, come le foglie di ippocastano d’€™autunno che tanto piacciono al poeta Hikmet.
La saluto, Messer Papillon, anche se non sono certa che Lei leggerà questa mia. Non mi aspetto alcuna risposta, dato che so quanto Lei abbia patito la cattiveria di qualche anomalo lettore. Anch’€™io. Ma il mio desiderio di scriverLe è più forte; e poi…  perché dovremmo dargliela vinta, Messer Papillon?

Sua Musette

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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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