SensibilMente Simenon

Carissima Musette,

guardi che io non amo che mi si dia ragione. Le rare volte che accade mi allarmo sempre moltissimo e mi chiedo: “Dove sto sbagliando?”. Devo inoltre contraddirla: la giovane donna che ha lasciato il suo fascicolo sul treno, sebbene è vero che mi sia piaciuta, per tutto il viaggio nemmeno una volta ha alzato lo sguardo su di me. Le ho detto che ho superato l’età sinodale e, come Perpetua, la mia virilità (o almeno quello che ne resta) è diventata purtroppo trasparente, invisibile e, quindi, del tutto innocua. Badi, non è che me ne lamenti: questa condizione comporta anche dei vantaggi. Io la penso esattamente come il buon vecchio Oscar Wilde secondo il quale a questo mondo vi sono solo due tragedie: una non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo. Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia. Pensi, quindi, da quante tragedie sono ormai fortunatamente messo al riparo!

 Ciò non toglie che la giovane autrice del libello fosse davvero molto attraente, nonostante non abbia riservato al mio bel papillon di seta nemmeno uno sguardo distratto, che so, un cenno di saluto, un sorriso. Uno sguardo ben attento io ho invece riservato prima alla sua minigonna, e poi, alla sua plaquette dal curioso titolo (http://www.splinder.com/profile/sensibilmente). Cosa dirle in proposito? Quanto all’autrice, senz’altro un’inguaribile illusa, testarda e crudelmente sincera. Una donna che cammina (e cade) sulla strada per divenire un’ossessione. La sua principale qualità? Senz’altro il gusto in tutte le sue sfaccettature. Unita a una regale sfacciataggine in virtù della quale può spigolare di argomento in argomento nella licenziosità più cruda in modo sempre principesco, oserei dire, addirittura sovrano. Gliene fornisco un esempio… culinario: “Il cibo mi fa godere: il piccante del peperoncino con le lacrime agli occhi, il fresco del latte trangugiato di fronte al frigorifero, il salato della carne fredda come spuntino dopo aver fatto l’amore. Note di gusto che mi balzano in testa. Non so scopare senza il cuore e cervello. Non so mangiare senza cuore e cervello. Quando sbircio di nascosto il lievitare della pasta di pane o un soufflè che si gonfia pianopiano nel forno… provo quasi un’eccitazione voyeuristica. Le mani ad amalgamare farina e uova, le mani imbrattate di cioccolata, dita per assaggiare il sapore di creme e salse bollenti, dita a spennellare di tuorlo la pasta frolla… tutti atti d’amore… sono sempre le mie stesse mani che sfiorano quell’angolo perfetto tra collo e spalla, sono sempre le mie dita che ti afferrano con morbida forza, sono sempre le mie mani che si appropriano del tuo culo per spingerti, in fondo, di più. Amo il cibo. Tutto. Tranne la mela. Ma mi sforzo, ci provo. Quindi, bastarda, ti cucino a dovere. E’ una bella mela verde. Liscia e profumata. La lavo e ne saggio la rotondità. La passo sul palmo della mano e infilo l’indice nelle cavità per pulirla benebene (il cuore salta un battito, strano…). Prendo con due dita il picciuolo e lo roteo… a sinistra… a destra… (come un capezzolo) e ancora a sinistra… a destra… (sento uno strano dolore, una rigidità improvvisa) finché si stacca (riprendo il respiro). E’ con forza (e un certo grado di calore tra le gambe) che prendo il levatorsolo. Punto e affondo. Sfilo il piccolo cilindro e osservo un canale perfetto. Prendo il barattolo del miele. Odio e amo la sua appiccicosa dolcezza. Il dito si immerge e riemerge ricco d’oro. Il dito si immerge nella mela (ed è qui che inconfondibilmente mi sento bagnata). Il mio dito caldo si muove lungo le pareti per impiastrarle di miele. E giro e rigiro, masturbando questo stretto pertugio e pensando a quanto adoro le mie verginali mele. Poi lo estraggo. E lo lecco. Sino alla base. Viziosamente (ed è miele anche tra le mie gambe. Dolcissimo miele. Giuro. Ti porgo la mano: ne vuoi?)”.

Né si può dire che l’Autrice non abbia le idee molto chiare quanto all’ontologia della sua femminilità: “Muovo le mani quando parlo, con grazia. Cammino a testa alta, ballando al suono della mia musica personale sono molto composta, educata, gentile. Mi so comportare bene a tavola, tratto con persone di qualsiasi lignaggio senza scompormi mai, non rido sguaiatamente diplomatica, raffinata, compita. Il sogno di tutte le mamme. Una donna di classe, dici tu. Ma, amore mio, è quando ti dico “fottimi” o “scopami la bocca” o “voglio farti un pompino” che mi sento una vera signora. La Tua”.

Che dire infine di quest’ultimo pezzo di bravura che le sottopongo, piuttosto…? Legga, legga: “Le bambine cattive non sono mai innocenti. Mai. Perché le bambine cattive hanno un’immaginazione fervida e realistica. Perché le bambine cattive non spalancano le gambe nervose che sbucano da una sottoveste di seta. Perché le bambine cattive non si defilano: sono intensamente devote e ascoltano e sentono e vedono. Ascoltano la carica e il fuoco delle parole. Vedono mani che accarezzano il pelo. Sentono l’intrufolarsi del desiderio nel profondo, pensando a un uomo nudo e teso che annusa  una donna dal fiore bagnato (per lui). E tu, dimmi, ritieni che sia così cattiva da essere punita?”.
Insomma, cara Musette, le assicuro che questa plaquette abbandonata a se stessa è davvero, a suo modo, un piccolo capolavoro di poesia, sagacia, conoscenza del cuore umano e mille altre deliziose indecenze.
Mi spiace del rischio d’orticaria che sta correndo, se le si parla del racconto di Maupassant (titolo “Un tempo”, 1880) e di “amantitudine”, per cui tralasciamo il genere che tanto la immalinconisce, mentre approvo senza riserve l’idea di inserire un lettore musicale nel giocatolo sulfureo. Quanto al “Raperonzolo al balcone…”, dovrebbe ricordarmi qualcosa di meglio che non la favola dei fratelli Grimm?

8845923517gL’ultima volta non mi ha parlato di libri. Cosa che, invece, farò io. Il mio ritardo nel risponderle, infatti, è solo dovuto all’essermi perduto nella lettura di “La campane di Bicêtre” di Georges Simenon, romanzo che si svolge tutto all’interno di una camera d’ospedale. La storia è semplice semplice. Quando riprende conoscenza in una delle uniche due camere singole dell’ospedale di Bicêtre, René Maugras, direttore del principale quotidiano parigino, di quanto è avvenuto la sera precedente ricorda poco o nulla: sa che era a cena nella saletta privata del Grand Véfour (uno dei più antichi ristoranti della capitale) con un gruppo di amici i quali, come lui, possono considerarsi a giusto titolo, ciascuno nel proprio campo, dei personaggi molto importanti. A un certo punto era andato alla toilette, e lì (come scoprirà più tardi) lo avevano trovato, privo di sensi, un quarto d’ora dopo. Sa quindi di essere vivo, e dai luminari convocati al suo capezzale si sente dire che guarirà, che potrà di nuovo parlare. Ma René Maugras sa anche un’altra cosa: che non gli importa. A poco a poco, attraverso il groviglio di pensieri gli affollano la mente, si fa strada una domanda: “A che scopo?”. A che scopo essere diventato un personaggio importante, a che scopo essersi dato tanto da fare, a che scopo vivere, in definitiva? Mentre tutti si chiedono che cosa gli passi per la testa, Maugras, con la lucidità di una solitudine interiore spogliata da ogni maschera, fa un bilancio impietoso della propria esistenza, interrogandosi sul senso di quanto hanno fatto lui e quelli come lui per diventare ciò che sono.
Solo una frase: “Tutto conta per l’eternità, niente va perduto, neppure i nostri pensieri più segreti, e un giorno ritroveremo nei piatti della bilancia ogni minuto della nostra vita…”. Ecco una scoperta che è possibile fare solo dopo aver superato l’età sinodale.

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Simenon_Milano_1957PS. A costo di farla sorridere, ripensando a Simenon le confesso che ai miei occhi, nonostante gli anni e le molteplici esperienze, la donna conserva il proprio mistero, l’incanto, e io sono ancora tentato, pensando all’amore, di usare le parole del catechismo: “l’atto carnale”. E sa cosa le dico? Che l’Autrice del libello potrebbe davvero saltar fuori da uno dei romanzi seri dello scrittore belga, che, quanto alle donne… Ma temo che lei non ami troppo Simenon.

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Informazioni su Musette-non-musette

Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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