In treno: crossing.

Caro Messer Papillon,

è giovedì 27 agosto, sono in treno e le scrivo su carta. Non possiedo chiavi magiche né m’interessa possederne. Mi piace questo spazio in movimento del treno e questo tempo sospeso tra un luogo e l’altro. Tengo il telefono spento – l’ho già detto, lo so – e non m’interessa connettermi proprio a nessuno. Scrivo perciò a penna e poi, tra qualche giorno, diligentemente copierò nella macchina infernale. (Ha visto? I colori che avevo scelto con tanta cura per questo giocattolo – stavo per scriver il “nostro” giocattolo ma mi sono trattenuta in tempo – sono in parte spariti e al loro posto ne sono comparsi altri che offendono la mia sensibilità cromatica. Non capisco perché ma non ci posso far niente, ho provato e riprovato, ma nulla torna come prima. Pazienza. Si sa che l’incomprensibile sta sempre acquattato lì da qualche parte, nella tecnologia come nella vita).

Di nuovo devo darLe ragione (sta capitando un po’ troppo spesso, non vorrei che Lei si montasse la testa). Ho capito solo ieri che con quel ‘Sii Paziente’ Lei stava pantomimando l’editing di questo spazio senza dimensioni: ho acceso per scriverLe e scusarmi ma Lei, che è veloce e (molto) impaziente mi aveva preceduta e ne aveva subito approfittato per darmi dell’egocentrica. Peggio per me che amo la lentezza e ne pago le conseguenze in disorganizzazione cronica e perenne sensazione – bruttissima – di non riuscire a tenere insieme i pezzi e i tempi che le cose della vita richiedono. Conosco il raccontodi Maupassant che Lei ha citato. Ricorda l’editore cui accennai a proposito di Schlehmihl? Fu lui a parlarmene per la prima volta, e forse anche a prestarmelo. (Forse no, però: l’editore in questione regalava sì i libri che pubblicava, tanto per fare un po’ il seduttore, – sa, una di quelle tecniche che, una volta che uno le ha sperimentate con successo, le inserisce come numero fisso nel proprio repertorio – ma (sempre l’editore è il soggetto) sui libri che aveva a casa era più guardingo, e non li prestava molto volentieri. Non ho voglia, però, di parlare dell’editore, né di questo racconto, né di amanti, tutti argomenti che in questo momento mi provocano un’orticaria piuttosto fastidiosa. Il disordine fisiologico, poi… sì, sì, renderà a qualcuno la vita movimentata e interessante, lo capisco, ma a qualcun altro fa male, tanbien.
Comunque tutt’altro motivo mi ha portato a scriverle oggi: volevo dirLe che sono invidiosa – VERAMENTE INVIDIOSA – della Sua fortuna, Messer Papillon: un book-crossing in treno. Ho sempre desiderato imbattermi in un libro che qualcuno avesse appositamente lasciato perché qualcun altro lo trovasse (io ne ho lasciati diversi). Lei non solo l’ha trovato (probabilmente senza averne mai lasciati) ma addirittura si è imbattuto in un libello licenzioso – genere che mi sembra di capire assolutamente di Suo gradimento – e, come se ciò non bastasse, per di più lasciato da una fanciulla che Le  è molto piaciuta. Vediamo se indovino… Ha pensato che l’abbia lasciato apposta per Lei? Sbaglio? Sono contenta per Lei, Messer Fortunato Papillon, e se ci incontriamo, prossimamente, mi piacerebbe dargli un’occhiata. Lo porti con sé, nei suoi prossimi spostamenti, La prego, cosicché io possa sfogliarlo. Se invece non dovessimo incontrarci, vorrà dire che me ne racconterà Lei, Messer Necrofilo Papillon, facendo per una volta uno strappo alle sue regole di lettura, dato che l’Autrice mi sembra viva e vegeta, nonché molto attraente.
Il treno è appena passato su un ponte, uno di quei ponti di ferro che attraversano i fiumi. Mi è venuta una specie di vertigine, Caro Amico: ho pensato che per qualche secondo sono stata su un treno in movimento su un ponte, su un fiume in movimento. Niente terra sotto i piedi. Terra peraltro in movimento, se pure non ce ne ricordiamo mai, se non forse, qualche volta, all’alba o al tramonto, magari in vacanza, quando ci capita di sederci su una terrazza a guardare la luce che arriva o se ne va. Come Lei e come me, con i nostri treni di andata e ritorno, in un verso o nell’altro.
Non raccolgo la Sua – ennesima – provocazione (ma non si stanca mai?) sul verso dalla Sua/mia traiettoria. Se vuole far il prezioso/misterioso, faccia pure: non volevo sapere la Sua città per venire ad insidiarLa la notte come il Conte Dracula. Si rilassi, tanto per riprendere una Sua espressione: non è mia intenzione tenderLe trappole in portineria o davanti alla campana del vetro, e nemmeno mettermi a urlare davanti alla finestra finché Lei non mi butti la chioma fluente su cui io possa arrampicarmi (“Raperonzolo al balcone… cala cala il tuo treccione!” Se lo ricorda?) Sono lenta e pigra, si figuri se posso anche solo pensare a un tale dispendio di energie. Era solo così… per sapere se Lei e io viaggiamo con la stessa disposizione – l’andata, il ritorno – nella mente e nell’anima. Io per anni ho preferito l’andata, una gran gioia. Ora, però, le cose sono cambiate e il ritorno è divenuto più dolce, non so come spiegarLe.
La ferrovia affianca l’autostrada, ora, e le automobili sembrano dei giocattoli lenti, da qui. Che strano…  una percezione speculare, in pochi giorni, a mezzi invertiti. Superiamo le auto e poi i binari salgono leggermente su un (viadotto? Cavalcavia? Non lo so bene) che attraversa l’autostrada e riscendono dall’altra parte. Si forma una X tra la linea ferrata e quella d’asfalto, e ai vertici ci sono campi di girasoli. Immagino di vederla dall’alto, questa croce disegnata sulla terra, un punto d’incontro e linee che si prolungano a perdita d’occhio, e girasoli gialli che lentamente girano la testa. E’ bello, Messer Papillon. “Volver…” Chissà perché mi viene in mente un tango di Carlos Gardel. A proposito, oltre che per manifestarLe tutta la mia invidia più sincera per il Suo book-crossing, oggi Le scrivo anche per farLe una proposta inauditamente audace data la mia e Sua inabilità tecnologica: mettiamo nel giocattolo sulfureo (La cito continuamente. Mi devo preoccupare?) un lettore musicale con i brani che ci capita di nominare? Le va? Se l’idea le aggrada mi metto al lavoro. Lei, però, Sia Paziente -virgola, occhiolino -. Il treno si sta avvicinando alla stazione e devo salutarLa. Per favore, non si disperi vedendo che starò s-collegata fino a lunedì. Me ne vado tre giorni in mezzo al silenzio prima di tornare a lavorare in mezzo al rumore. Non faccia così, per favore… sento i singhiozzi perfino dal treno ed è un po’ imbarazzante, specialmente quando urla con voce strozzata Museeette, Museeette…. Si contenga, Messer Disperato Papillon, su, in fondo tre giorni passano in frettaMusette
p.s. Lo so, lo so, non ho parlato di libri e ho indugiato in edulcorate descrizioni paesaggistiche che certamente Lei detesta. Ma sa, una vacanzina alla fine dell’estate, questa luce, il treno… tutto l’insieme mi fa l’effetto di un Melò. La prossima volta le parlerò di un libretto licenzioso che ho appena letto, va bene? E Lei? Cosa sta leggendo, Messer Papillon? Ora, intendo, agosto 2009, non cent’anni fa.


(Non fa per Lei, lo so. Non lo ascolti. L’ho messo per i sentimentali come me. Sono in vena di Melò, gliel’ho detto; sarà che ho appena finito un romanzo ambientato in Argentina, tra un tango e una milonga.)

 


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Una donna che viaggia leggendo e che legge viaggiando.
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2 risposte a In treno: crossing.

  1. erremme ha detto:

    immaginifiche sensazioni che Lei sa trasmettere..

  2. Musetteontreno ha detto:

    Grazie, Signore. Il suo commento mi è prezioso.

    Musette

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