Di un inverno tardivo, un ombrello e libri necessari. E – forse – di una modificazione.

Caro Messer Papillon,
a Milano è venuto il terremoto, ha nevicato, e ora ci sono più di dieci gradi sotto zero. Roma è sotto la neve e arranca con le catene mentre le scuole sono chiuse. E così, a causa di fenomeni meteorologici che, come sempre, suscitano i miei pensieri, mi è venuta un gran voglia di scriverLe, anche se la chiusura della piattaforma che ci ha ospitato mi aveva fatto pensare che forse era ora di smettere, e solo nell’ultima settimana utile mi sono decisa a far migrare le Sue parole e le mie in un qualche nuovo raduno di anime inquiete.
In dicembre ho preso un treno, Messer Papillon, e sono venuta nella Sua città che era vestita di sole come in una primavera avanzata. Durante il viaggio ho letto un magnifico romanzo di Michel Butor, La modificazione, del 1957, della cui segnalazione sono grata a una libraia romana che ogni tanto passa (forse passava) su queste pagine. Poi è successa una cosa. Scesa dal treno ho deciso di andare a cercare la libreria della libraia che mi ha suggerito il romanzo di Butor, per ringraziarla del regalo che mi ha fatto con quel consiglio di lettura, perché il libro mi è piaciuto almeno quanto non mi piace il suo titolo in italiano. Stranamente – anzi non stranamente – mi ricordavo sia il nome della Libreria (Libri Necessari – bellissimo, non le pare? -) sia l’indirizzo, al rione Monti, e ho preso un autobus e ci sono andata. Camminando senza cappotto per le stradine in salita, e facendo un giro largo per passare davanti ai Mercati Traianei e alla Chiesa di San Domenico e Sisto – mi pare si chiami così, ma non sono sicura – il cui edificio così alto mi sembra ogni volta un miracolo, come certe palme di Lisbona o di Barcellona o di Palermo, che si alzano improvvise in mezzo a edifici intricati che parrebbero doverne soffocare l’esistenza, ho pensato che era meraviglioso essere lì, e che la bellezza della Sua città è qualcosa di ineffabile alla quale mi è stato consentito di affacciarmi: un gran regalo della vita, da custodire con devozione e con incanto. Come dice? La smetta di essere così suscettibile. Lo so che le palme ci sono anche a Roma, nonostante l’insetto africano che le ha devastate in tutto il Mediterraneo, ma era così, per nominare altri luoghi in cui un albero solitario è capace di offrirsi allo sguardo per dire “Eccomi, sono qui, in questo cielo di luce e di desiderio” E davvero, quel giorno, il cielo della Sua città era come un desiderio struggente, come l’attesa di una parola, quella parola, o di un dono. Quando sono arrivata alla libreria, questa era chiusa, e c’era un biglietto che diceva che i librai erano a Milano, per non so quale avvenimento librario. Sono rimasta lì ferma, davanti alla vetrina, e poi mi sono messa a ridere: sono partita da Milano con un libro consigliato da una libraia romana che racconta di un viaggio in treno tra Parigi e Roma, ho letto per tutto il tempo e il mio treno si è sovrapposto a quello del protagonista, anzi a quelli del protagonista, perché durante il suo viaggio egli rievoca altre andate e altri ritorni, dipanando la propria vita tra un luogo (Parigi) e un altrove (Roma – come per me -), tra una moglie e un amante, tra un hic et nunc e un prima e un dopo inizialmente vagheggiato e poi temuto al punto da fargli modificare completamente la decisione che l’aveva spinto a prendere quel treno. Ho letto per tutto il tempo, dicevo, e sono arrivata a Roma con in testa l’idea che non era un caso che avessi letto quel libro proprio in questo nuovo viaggio, dopo tanto tempo che desideravo prendere il treno, e che era necessario raccontarlo a chi quel libro mi aveva suggerito. Ho modificato i miei programmi e sono andata a cercare Libri Necessari, ma la libraia romana stava andando a Milano, dove io ero fino a poche ore prima e dove sarei tornata solo dopo che lei fosse tornata a Roma, magari leggendo in treno un libro su Milano, o su Parigi, o su entrambe. Un bel gioco di specchi e di incastri, di geografie e di percorsi, in treno e nella mente. Quando sono tornata ho scritto alla Libraia, che non ha mai letto la mia missiva, forse perché aveva già dismesso l’uso dell’ altra piattaforma, che quindi è rimasta lì come messaggio non letto fino all’ultimo giorno, dopodiché è sprofondata in un buco nero virtuale insieme ad altri milioni di parole. Vabbé, dirà Lei, già La sento. Ma aspetti, c’è un’altra cosa che voglio raccontarLe. Ieri ho guardato a lungo le foto della Sua città sotto la neve e mi sono imbattuta in questa,
che mi ha fatto immediatamente pensare al mio ultimo viaggio romano e al romanzo di Butor, e che è stata la molla che mi ha spinto a scriverLe. Il ristorante Tre Scalini sullo sfondo, a piazza Navona, è uno dei teatri fondamentali della modificazione di Butor, dove egli immagina in tre momenti del viaggio prima di dire all’amata Cecile che è venuto solo per Lei, per portarla a Parigi, poi di raccontarle di essere stato in giro da solo per Roma, infine di doverle dire che no, ha cambiato idea, e che una vita futura per loro non ci sarà. Mi ero chiesta, leggendo il romanzo, se questo ristorante esistesse ancora, perché della geografia di Butor era uno dei pochi luoghi che non ricordavo di aver visto. Ed eccolo qui, il ristorante Tre Scalini, chiuso per neve, e un clown triste che suona la fisarmonica vestito di rosso e nero, Les jeux sont fait, e la sagoma disegnata sui suoi pantaloni di una chiesa che non sarà ma mi fa pensare a Notre Dame, Parigi Roma, Butor, viaggi, neve, e una valigia e un ombrello, che continuerà a essere utile il giorno dopo a quelli che saranno ancora vivi, come dice Wislawa Szymborska. E il suonatore di fisarmonica ne ha due, a ben guardare, di ombrelli, perché non si sa mai. Ho guardato la foto e mi sono chiesta se Lei ha un ombrello, Messer Papillon, e se anch’ io ce l’ho. In fondo credo di no, che entrambi ne siamo privi, perché siamo convinti di poterne fare a meno. Poi, improvvisamente, ho pensato alle primule che sventatamente – o coraggiosamente, non so – ho piantato tre settimane fa sul mio balcone, ubriacata dal non-vero-inverno che fino a questi giorni abbiamo avuto. Sono uscita, le ho denudate dal ghiaccio e le ho ricoperte di una sorta di ombrello di cellophane, sperando che siano vive. Vedremo. Intanto, come vede, inconsuetamente sento questo tempo di grande freddo proprio necessario, come i libri, come i due punti. Chissà. Prima o poi diventerò saggia, e non potrò più fare a meno nemmeno dell’ombrello.

Si riguardi, Messer Papillon, perché Lei non è abituato al gelo e alle strade di neve. E legga Wislawa Szymborska, anche se non ama la poesia. Le piacerà, ne sono certa.

Sua
Musette
ps. Dubito fortemente che Lei leggerà il libro di Butor, anzi, che leggerà queste mie parole, ma caso mai… le metto l’indirizzo di una recensione piena di spunti e di riflessioni (Di nuovo Perec… che ne dice? ci sarebbe da scrivere assai. Ma stia tranquillo, come sa sono molto lenta.) http://labattagliasoda.wordpress.com/2009/08/02/la-sospensione-–-la-modificazione-di-michel-butor-e-un-uomo-che-dorme-di-georges-perec/

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Di ponti e piscine. Di sotto in su.

Caro Messer Papillon,

non avendo più treni di cui raccontarLe mi sento un po' spaesata. Perciò ho deciso che Le racconterò di qualche piccolo spostamento, andate e ritorni su altri mezzi, in altri luoghi, in questo tempo di passaggio tra le stagioni e nella mia vita. Oggi, per esempio, sono andata in piscina. La giornata è radiosa. Cielo intenso, vento, luce. La piscina che ho preso a frequentare è un po' sotto il livello della strada. In alto, sui due lati più corti, ci sono grandi vetrate da cui si vede da un lato la gente camminare sul marciapiede e alberi sullo sfondo, dall'altro alberi e una scuola che fa parte dello stesso edificio della piscina. È un po' come uscire da un cortile – della scuola – e andare verso fuori, verso la strada alberata. A ogni vasca si esce  e a quella successiva si rientra. Oggi gli alberi si piegavano su uno sfondo di cielo turchese e ogni volta che tiravo fuori la testa dall'acqua azzurra vedevo un altro azzurro, più compatto. Da un azzurro all'altro, tirando fuori la testa dall'acqua, e un andata e un ritorno considerando la partenza e l'arrivo delle vasche. Ho pensato ai treni, naturalmente, e che nuotavo guardando fuori da un grande finestrino, e vedevo persone che camminavano come di fianco al binario di una stazione. È strano, messer Papillon. In piscina i miei pensieri hanno un ritmo, proprio come in treno: e mentre lì il ritmo è dato dai luoghi, la pianura, poi la collina, poi Bologna, poi un viadotto, poi Firenze e così via, quella casa, quei piloni e tutto il resto che ormai riconoscevo, qui, in piscina, il ritmo è dato dalle vasche, una dopo l'altra, un bordo, un tragitto, un bordo, un tragitto. Nuoto a rana, soprattutto, perché mi rilassa e perché riesco a guardare fuori. A un certo punto il cielo si scurisce, solo da un lato, e così all'andata vado verso l'azzurro e al ritorno vado verso dei nuvoloni neri da cui filtra un raggio di sole. Gli alberi si piegano. Arrivo in fondo e viro, e tiro fuori la testa per respirare. Di là è tutto azzurro. E via così, per un po'. Penso che è bellissimo. Sto nella mia corsia come in uno scompartimento di treno. Ho vicini discreti, oggi, che nuotano in modo regolare, e che vedo appena. Non sento nulla: ho messo i tappi e la dimensione ovattata che ne deriva mi dà un senso di pace. Vado e vengo come da due luoghi, come da due stagioni. Il mio corpo e l'acqua in cui è immerso come ponte. Sono qui e sono altrove, come quando viaggiavo in treno e in mezzo alla pianura pensavo alla città che mi attendeva, e già mi sentivo a casa. Nuoto e guardo gli alberi piegati dal vento. Penso a una giornata romana sul lungotevere, in bici. Era così. Cielo e vento e acqua. La città vista da sotto, cupole campanili, palazzi, il gasometro, gli archi sul fiume. E i ponti. Roma è una meravigliosa città di ponti, tra un dentro e un fuori, tra una parte e l'altra, tra un di qua e un di là. Nuoto in una piscina bianca e lilla con vetrate sul cielo e penso ai ponti di Roma. E a un bellissimo romanzo di Sandor Marai, La donna giusta. Chissà, magari lei l'ha letto, Messer Papillon, perché mi sembra di ricordare che Lei avesse un debole per la letteratura ungherese. I Danubio e grandi ponti. E i tedeschi e i russi che li fanno saltare. E la città che diventa due città, una di qua e una di là, una Buda e una Pest, che non sono più Budapest. E la vita, l'amore, il dolore, la solitudine. E un ponte che si ricostruisce, dopo, che è teatro di un incontro col passato, con se stessi, con l'altro, tra le rovine fumanti di una città che è divenuta un cimitero e col quale Marai sembra raccontarci che ciascuno rimane uguale a se stesso, sempre. Lui con la sua camicia di bucato in mezzo alle rovine, lei che vuole comprarsi uno smalto per le unghie in una città piena di dolore. Un' altra virata. Vado verso le nuvole, ora. Quella donna sul ponte guarda quell'uomo di cui ha fatto un nemico, e pensa che il rancore è passato. E le viene una gran tristezza. Accelero. Così mi stanco e i pensieri sfumano. Al bordo mi fermo, mi giro. Sto in piedi nella piscina e guardo il cielo azzurro. Non voglio più pensare a Marai, alla solitudine e al dolore che racconta. Solo al suo ponte ricostruito, in qualche modo, su cui la gente si affolla per ricominciare ad andare di là, per far sì che le due città tornino ad essere una. Ricomincio a nuotare a rana e guardo fuori. Penso ai ponti di Roma, all'ansa del Tevere con l'isola Tiberina da un lato e gli alberi e la Sinagoga dall'altro. E il ponte. E gli altri ponti. Nuoto e intanto pedalo, quel giorno a Roma, stesso cielo che vedo spuntare dall'acqua quando respiro. Inspiro ed espiro, e pedalo. Gli alberi si piegano. Milano è Roma e Roma è Milano. Nuoto nella piscina e mi sento un ponte, perché ho due luoghi, e io sto in mezzo, e c'è il cielo e le nuvole e un raggio di sole che ora entra dalle vetrate e disegna una striscia luminosa nell'acqua, come quel giorno sul Tevere. Ero stanca, ma avevo occhi pieni di meraviglia. Gli alberi si muovevano e l'acqua era trafitta dal sole, e non c'era nessuno e la città era in alto e il cielo sopra e sotto, nei riflessi sull'acqua. Pedalo nel liquido azzurro e nuoto sul lungotevere. Gli alberi di Milano e il Ponte Mazzini. Non faccia così, Messer Papillon, non alzi il sopracciglio. Abbia pazienza, la Sua città mi manca e la cerco in ogni luogo. Basta prendere un treno, penserà Lei. Lo so. Ma è che uno deve imparare a darsi ascolto. Vorrebbe fare delle cose ma sa che gli farebbero del male. Fino a poco tempo fa l'avrei già preso, quel treno. Ma come le ho scritto l'ultima volta, tornata a casa dopo esser stata seduta alla stazione, devo aspettare. La Sua città è troppo importante, nel mio cuore, perché io ci torni così, come sabbia che si posa per caso. Ci vuole il vento giusto: e ottobre, in quella città, è troppo bello perché ci si possa andare da soli. Bisogna che mi accontenti della piscina e del ponte pedonale che a Milano attraversa i binari della stazione di Porta Genova: un ponte di ferro, un po' dimesso, sotto solo binari e scambi e la piccola stazione. Un ponte sui treni. Ci vado ogni tanto, nelle mie camminate per la città, e guardo i binari dall'alto. Come oggi guardo i marciapiedi dal basso, dalla piscina. Chissà, Messer Papillon… Forse bisogna cambiare sguardo, ogni tanto, per trovare meraviglia. Lei lo sa fare Messer Papillon? Lo fa? Lo so che sta pensando che sono come la Signorina Tumistuffi, negli ultimi tempi. Ma non si preoccupi, mi passerà. Già me ne accorgo, ed è il primo passo. Come dice? Che Lei non si preoccupa? Che non ce n'è motivo? Ma suvvia, Messer Papillon… Lo sa che parlo a me stessa…

Sua
Musette

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Di stazioni e piogge di fine estate. E campanelle fiorite.

Caro Messer Papillon,
sono inquieta. Ora che non prendo più treni ne sento una nostalgia potente, che nel fine settimana aumenta in modo esponenziale e pericoloso. Così faccio strane cose su cui non m'interrogo, le faccio e basta, come la pioggia piove o la luce si scurisce piano nella sera. Questa mattina mi sono alzata presto e sono andata alla stazione. Mi sono seduta su una panchina e ho guardato i treni in arrivo e in partenza. Ho ascoltato gli annunci e guardato le ampie volte della stazione centrale, con la luce che entra dagli archi laterali che sembrano i boccaporti di un enorme sottomarino che naviga su rotaie sotto un'aria umida e compatta e grigia come un mare del nord. Quando è arrivato un treno dalla Sua città, Messer Papillon, mi sono messa all'inizio del binario, ho guardato la gente sfilare davanti a me e del tutto follemente ho sperato di incontrarLa. Naturalmente Lei non c'era e in un certo senso ne sono stata anche felice: cosa Le avrei detto, incontrandola, che sento una gran nostalgia dei miei viaggi in treno verso un altrove che mi apparteneva e che ora non mi aspetta più, una nostalgia talmente grande da portarmi alla stazione come in un libro di Oliver Sacks? O che ero lì per caso? Per caso davanti al binario di un treno che arriva la domenica mattina presto? Mi sono riseduta e ho cercato di ridere di me, ma purtroppo non ci sono riuscita. Invece ho immaginato di vederLa, elegante come sempre, con un suo magnifico papillon a piccoli disegni blu su fondo oro. Lei camminava a testa alta, con quello sguardo impertinente che tanto mi piaceva in Lei. Portava una cartella di cuoio che ho pensato piena di libri e si guardava intorno, evidentemente cercando una donna, perché quello era lo sguardo. Non mi dimenticherò mai, Messer Papillon, quando Lei mi rivolse la parola sul binario mentre aspettavo il treno leggendo. Ho immaginato di vederLa fermarsi e di leggere nei suoi occhi "Eccola. È Lei" e di vederLe il cuore pulsare nelle vene e la vita mostrarsi prepotente nel Suo sguardo. L'ho invidiata, Messer Papillon. E ho invidiato quella donna. Poche cose sono così meravigliose che sentirsi addosso quel tipo di sguardo. "Eccola. È lei." "Eccomi. sono io." E così me ne sono stata lì, seduta su una panchina, a guardare una scena immaginaria e a struggermi davanti a due fantasmi che mi hanno riempito l'anima e i sensi di nostalgia di un altro luogo e di un altro tempo. Poi mi sono alzata e me ne sono andata, mentre veniva annunciato un treno per la Sua città. Come era bello arrivarvi, Messer Papillon. La stazione piatta, in orizzontale, non in verticale come la mia di partenza. Niente scale. E luce, subito dal primo istante. E il soffitto dell'ingresso come un'onda. E i pini marittimi sul piazzale, alla fermata dell'autobus. E poi quel nome, Termini, termine corsa del treno, il luogo d'arrivo, il mio altrove. Ci verrò presto, perché non posso farne a meno. E camminerò per la città come ho fatto centinaia di volte. Sarà molto diverso, lo so, e non sono ancora pronta. Ho pensato di salire su quel treno, stamattina, ma ho capito subito che mi avrebbe fatto solo del male. Ci vuole pazienza, Messer Papillon, una gran pazienza e una grande indulgenza verso se stessi prima di ritornare sui propri passi per camminarli in modo nuovo. Così, come dicevo, me ne sono andata alla chiesa di San Marco, per una Messa di Liszt, coro e orchestra e magnificenza. Non amo Liszt, ma mi piace immensamente vedere un'orchestra e un coro che lavorano insieme, strumenti e voci che s'impastano in un'alchimia di presenze e assenze, di vuoti e pieni che ogni volta mi fa pensare a un miracolo. Pioveva, mentre raggiungevo la chiesa. Piove da ieri, Messer Papillon, a sprazzi, a momenti. Ha iniziato ieri nel tardo pomeriggio, un temporale rumoroso che poi si è trasformato in una pioggia fitta. Lei sa quanto io ami l'estate e il caldo e la luce, eppure ieri… non so spiegarle. Sono uscita subito, appena ha iniziato a piovere, senza nemmeno prendere l'ombrello, e ho camminato e mi sono fermata a prendere l'acqua, a sentirla sul viso, sui capelli, sulle mani. Un senso di pace e di liberazione. Ho pensato che l'estate stava finendo e che incredibilmente ne ero felice. Che questo strano settembre così estivo mi aveva inquietato e turbato, e che questa pioggia mi calmava. Sì, mi calmava. Gliel'ho detto che faccio strane cose, in questo periodo. Vado alla stazione senza dover prendere treni, cammino sotto la pioggia, vado a sentire Liszt che non amo, sono contenta che finisca l'estate, m'immagino di vedere Lei che incontra una sconosciuta e mi sfinisco di nostalgia. E Le scrivo molto più di prima che i treni li prendevo. Vabbé, direbbe Lei. Bisognerà che ricominci un gioco, Messer Papillon. Ho riletto le ultime lettere che Le ho scritto e mi sono accorta che c'è uno che è rimasto sospeso. Ci penserò. Intanto qui piove, l'estate finisce, il tempo cambia. Ma sul mio balcone, stamattina, con questa pioggia, ho trovato delle piccole campanelle fiorite di viola. Campanelle che pensavo fossero morte, durante l'estate. In questo momento sta tuonando con un rumore di timpani che copre il suono del clarinetto di Mozart che sto ascoltando. Potenza e dolcezza dei suoni.
Buona settimana, Messer Papillon. Le sia foriera di gioia, come le campanelle sul mio balcone.

Sua
Musette

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Illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Dell’esilio e dello sguardo. E della musica di Arvo Part.

Caro Messer Papillon,
Le mando una piccola cartolina da Milano, calda e umida come nell’estate piena. Ieri sera sono andata a un concerto del festival Mito che in questo momento mi sembra un miracolo. Serata estiva, come Le dicevo, cielo morbido di rosa e blu, dietro la chiesa di Santa Maria della Passione e il cortile del conservatorio che si scuriva piano, come le foglie della magnolia che sta in un angolo, circondata da una panca di ferro battuto che consente di sedersi sotto un albero bellissimo in uno dei luoghi più belli di questa mia nordica città. Lì mi sono seduta, e ho pensato ai miei viaggi in treno e alla Sua città meravigliosa e al cielo ampio che l’avvolge come un abito che ne disegna le forme. Sono rimasta seduta finché si è fatto buio. Ho guardato la gente arrivare e mettersi in fila e poi sono entrata. Negli occhi avevo la sera che avanzava a Milano e il disegno luminoso di Porta Metronia a Roma, che in una serata incredibilmente nitida dell’inverno passato, avevo fissato nella mia memoria, durante una passeggiata silenziosa, come la forma perfetta di un momento che non avrei dimenticato, un momento veramente e pienamente felice, come nella vita sono rari. Un momento in cui ero in pace con me stessa e con il mondo e mi sentivo aperta come un ibiscus nella sua massima fioritura. Una persona accanto a me, in silenzio, una mano che mi teneva il poso, davanti alle mura illuminate un cipresso scuro come la magnolia del conservatorio, e proprio in corrispondenza dell’apice del cipresso una luna come quelle di Magritte.  Camminavamo in silenzio e l’aria era fredda ma secca e trasparente, e tutto aveva il nitore di Magritte e il sogno di Chagall. Ieri sera mi è venuto in mente sotto quella magnolia e quando sono entrata nella sala da concerto le immagini di una città e dell’altra e delle stagioni e dei luoghi erano sovrapposte e intricate. Era un concerto di musica contemporanea di diversi compositori e dopo un primo brano in cui ho pensato di andarmene immediatamente, hanno eseguito un brano di Sciarrino: una grande orchestra e una voce recitante che annunciava treni in arrivo e in partenza, treni soppressi e guasti, tutti in ritardo, tutti inevitabilmente in ritardo. Sotto un gran guazzabuglio di suoni e contrabbassi pizzicati e lastre di metallo percosse, e rumori e violini come un brusio. Ho pensato che era come mi sentivo: fuori posto, stonata, in ritardo per guasti strutturali della mia anima sfibrata. “Causa guasto al guasto ci scusiamo per il ritardo del disagio”, questa l’ultima frase della voce recitante. Non so dire se mi è piaciuto, però certo mi ha dato da pensare molto. Guasto al guasto. Un guasto. E un guasto al guasto. Disagio e ritardo del disagio. Non so se l’autore voleva essere ironico o giocare con le parole degli annunci ferroviari, ma dentro di me qualcosa ha ceduto. Ho sentito che devo riflettere, Messer Papillon: ho un guasto e un guasto al guasto. Ho pensato che ho bisogno di pace, ma che invece ero lì, a sentire questa cosa che mi faceva sentire come un elastico che sitendesitendesitende fino a spaccarsi. Durante il pezzo successivo di nuovo ho pensato di andarmene. Troppo disagio. Ma siccome sono un po’ lenta, in questo periodo, e pure il disagio arriva in ritardo, o meglio arriva ma io non lo raccolgo subito, sono rimasta lì, pensando che ero venuta per la musica di Arvo Part, alla fine del concerto, e che sarei rimasta cercando di far passare il tempo.
Poi, Messer Papillon, finalmente, la musica di Arvo Part. Un salve Regina che in origine era per coro e organo e che il Maestro ha riscritto apposta per questo concerto trasformandola in partitura per coro, orchestra d’archi e celesta. Una dolcezza e una pace, come di un Haiku o di un giardino giapponese. Un canto che parte all’unisono e cresce in una polifonia progressiva, e gli archi e la celesta come pietre silenziose. La celesta come una percussione dell’anima. Una musica di sospiro e di dolore, proprio come nel testo della preghiera, e di richiesta struggente di uno sguardo misericordioso. Ho pianto, Messer Papillon, non ce l’ho proprio fatta a trattenermi. Ho pensato a quella sera a Porta Metronia, a quel nitore nel buio, a quel silenzio, a quel senso di pace.  A quella mano che mi teneva per il polso. Mi sento in esilio, come dice il testo, e guasta, come nella musica di Sciarrino, e ho bisogno di silenzio e di pace come mi dà questa musica di Arvo Part (non so fare la dieresi con la tastiera, mi perdoni, anche se lo so che è abbastanza intollerabile) e di uno sguardo misericordioso che mi sottragga al mio di sguardo, che in questo momento mi è ostile e dissonante come tanta musica contemporanea. Così, pensi un po’, la magnolia di Milano e il cipresso di Roma, e treni perduti e occhi misericordiosi invece del mio sguardo ostile. Sia misericordioso per questo post, La prego.
Il brano lo metto qui sotto, non nella versione di ieri sera, che era in prima esecuzione, ma in quella precedente per organo e coro, che pure mi piace molto ma non è la stessa cosa, glielo assicuro, perché quella celesta, e il pizzicato degli archi erano come una mano che tiene il polso, e come un respiro. Specie nel finale. Il suono di campanelli della celesta sospesi, che vibrano fino all’ultimo spostamento d’aria. (C’è un vantaggio ai concerti di musica contemporanea, ed è che nessuno sa quando deve applaudire, e quindi se ne stanno tutti zitti finché il direttore si è girato e l’ultima nota ha smesso di vibrare). Sì. Come un respiro.          

 

Sua
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ps. oggi è l’undici settembre e stasera vado alla Scala per il Requiem di Britten. Sarà anche per questo che sono così malinconica.       

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Dell’Assenza. E di Dos Passos.

Caro Messer Papillon,

Le scrivo con una certa malinconia. Si chiude un tempo e sto come sospesa. (Come dice? che l’estate non è ancora finita e che se anche oggi pioviggina in modo insopportabile ci possono essere ancora giornate luminose e che Roma in settembre e ottobre può essere sfolgorante? Ha ragione, lo so, ma per una volta non  mi riferivo alle stagioni né al tempo atmosferico. Cosa? non si riesce a starmi dietro? Parlo sempre del tempo e per una volta che mi dà corda Le dico che non va bene? Sia paziente, lo sa che sono una donna inquieta)
È che è finito il mio tempo dei treni, dei viaggi su quella stessa tratta, di un andare e venire conosciuto ma sempre misterioso. È finito il tempo di accostarmi alla Sua città come a una sposa, quell’unica che si ama e che si vorrebbe sempre davanti agli occhi. È finito e ancora non me ne rendo conto. E pensare che sto leggendo un libro che sembra scritto per me, un libro che credo avrà letto, dato il suo autore, che è Dos Passos, che penso rientri nel suo panorama di alfabeti. Un libro irrinunciabile, appena ripubblicato, che racconta di un viaggio. Di treni, di paesaggi, di soldati, di ingegneri, di cammelli, di eserciti e di pellegrini. Un libro da leggere in treno, perché di un treno ha il nome Orient Express, e fa solo venir voglia di salire su un treno e di guardare fuori dal finestrino. Un libro di descrizioni magnifiche e poetiche, di albe e tramonti e montagne e mari e città e deserti e tende e tazze di te. Un libro che non dimenticherò mai e che certamente aggiungerò allo scaffale dei miei libri preferiti. C’è un punto, Messer Papillon, che ieri sera mentre leggevo mi ha trafitto come le parole di Barenboin ieri pomeriggio (a Milano, in un incontro di cui poi le racconto). L’autore sta nel caravanserraglio di una città in rovina, in una piccola cella con l’ingresso bloccato dall’automobile come fosse una porta. Il cortile è pieno di pellegrini che sono diretti alle città sante dell’Iraq, ci sono molti falò e tutti parlano a voce bassa.
“Un odore di legna secca che brucia mi arrivava in piena faccia e da sotto la porta una sonnolenza d’oppio. Era tutto di vetro e ghiaccio filato; nella fragilità intensa del momento uno ha a malapena il coraggio di respirare.
L’est e l’ovest e il nord e il sud erano presenze intense e incorporee come la creatura immaginaria che da bambini crediamo di sentire dietro le tende. Le quattro direzioni erano spuntoni che ti trafiggono come le spade di Nostra Signore del Dolore. Perché c’è così tanta differenza tra andare verso est e andare verso ovest? Perché la felicità è verso sud e la tristezza è verso nord?”
Ecco. Ieri sera mentre lo leggevo mi è venuto un groppo in gola. Perché non avrò più i miei treni verso sud. O meglio li avrò, li potrò avere, ma solo così, una tantum, per una vacanza. Non ci sarà più quel ritmo. Quello scorrere delle stagioni dal finestrino, quei momenti di passaggio, quelle impercettibili differenze tra un viaggio e l’altro, quei particolari sempre uguali ma sempre diversi, insomma quel fluire della vita un momento dopo l’altro, irripetibile, che già quando viaggiavo con la regolarità di un orologio ben manutenuto (un' andata dopo dieci giorni da un ritorno) mi faceva pensare “peccato non essere passata prima, peccato non aver visto il bocciolo di questa rosa, che ora è qui e l’altra volta non c’era.” Ci sono ancora molte cose che di quel percorso avrei voluto raccontarle, come di una cascina in rovina da qualche parte già verso Roma, coperta su un lato da una pianta di rose che a maggio sarebbe degna di quel posto miracoloso che è il giardino delle rose della Sua città, uno dei più amati tra i tanti luoghi che della Sua città amo e amerò per sempre. Invece dovrò accontentarmi dell’assenza, e delle vibrazioni che essa evoca. Ieri Barenboin ha detto durante un incontro con il pubblico, che ogni nota muore, in un concerto. Allora ho alzato la mano (pensi un po’) e ho detto che è vero, ogni nota muore ed è irripetibile, perché la prossima volta sarà comunque diversa, ma che ogni nota risuona dentro le orecchie e il cervello e il cuore e il sesso di un ascoltatore. Poi ho raccontato che molti anni fa, all’uscita da un concerto meraviglioso, una signora ha detto questa frase “Sono così piena di suoni…” e che mi era sembrato un gran regalo. Il maestro Barenboin è stato un attimo in silenzio e poi mi ha detto “La ringrazio molto. E’ una frase che non dimenticherò”
Insomma, Assenza, più intensa presenza, come dice il Poeta. Forse è proprio così. Forse l’assenza sarà bella. Solo che mi ci devo abituare.
Intanto la pioggerellina di questa mattina è diventata pioggia costante e uniforme. La luce è cambiata e il caldo di questi ultimi giorni è svanito, almeno qui, nella mia città del nord, triste come dice Dos Passos. Assenza, più intensa presenza.

Farò una cosa scandalosa, Messer Papillon. Le manderò un bacio. Un bacio vero, in Sua Assenza.

Sua

Musette
Musette B/N

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Di navi e treni lungo il mare. Vuole lasciarmi in pace, Messer Papillon?

Caro Messer Papillon,

è l’estate piena, quella che ho aspettato per tutto l’inverno, con l’aria caldissima che s’infila sotto gli abiti e la luce generosa di sé e del mondo. Giorni d’estate in un’ estate che non è stata tale, forse perché una piccola estate inattesa c’era stata ad aprile, regalandoci giorni stupefacenti di caldo vero, e lasciandoci tramortiti come talpe che emergono dai loro cunicoli. Ma lei certo non se ne ricorderà, data la sua insensibilità meteorologica, e probabilmente starà già sorridendo un po’ beffardo. Invece io me ne ricordo, e ci ho pensato molto, una piccola estate improvvisa che mi ha rallegrato tanto, sì, tanto. Lei non mi scrive più e ormai ne ho preso atto, solo che ogni tanto (ogni tantissimo, guardando la data della mia ultima lettera) mi prende irrefrenabile il desiderio di raccontarle qualcosa. Ho preso un treno, qualche giorno fa, che dalla riviera del Ponente ligure mi ha portato nella sua città, da dove Le scrivo ora, vuota di auto e di abitanti e straordinariamente doviziosa di bellezza. È bello viaggiare lungo il mare, Messer Papillon. I paesi impervi della Liguria e le pinete toscane, e un sacco di fermate in città di mare, il treno di fianco al porto, come a Genova o a Livorno. Sono certa che i porti e le navi le piacciano, Messer Papillon, e l’ho pensata a ogni nave che ho guardato. Non le navi da crociera che partono sfavillanti come luna park accesi in mezzo al mare, ma le navi vere che trasportano merci e uomini, e sembrano giganti nelle loro armature. Quel giorno era ventoso e molto limpido, e navi e tralicci e gru, e paesi e alberi e campi di girasoli già quasi appassiti e di granoturco non ancora maturo si stagliavano nitidi in un cielo turchese, di quelli a cui pensare d’inverno, quando il mondo non colori. Ho pensato a lei, come le dicevo, e a un libro che da poco mi è passato tra le mani, di Jack London. Un libro che uscirà fra qualche mese in una nuova traduzione, e che in inglese s’intitola “The mutiny of Elsinore” Non m’è piaciuto, glielo dico subito, un po’ perché London ha una scrittura difficile, a volte estremamente lineare, quasi filmica, e a volte molto contorta, piena di espressioni colloquiali e marinare che forse la mia conoscenza dell’inglese non mi ha permesso di decifrare con chiarezza e di gustare, un po’ perché è un romanzo non risolto, nella narrazione. O almeno a me è sembrato così. Ma non voglio parlarLe di London. Voglio parlarle di una nave, la Elsinore, che è la cosa più pregevole in questa storia, a mio parere. Un cargo a vela – uno degli ultimi – che l’autore inserisce in tutte le situazioni di mare e di cielo, al buio, nella tempesta, nei tramonti boreali e nella bonaccia più immobile, sotto la luna e nella nebbia più fitta. Una nave descritta in tutti i suoi particolari, l’interno, l’esterno, gli alberi, le manovre, le stoviglie, le cuccette, e corde e sartie e vele e timone e quant’altro, e che certamente le piacerebbe. Una nave metaforica – credo – che rappresenta un mondo che va verso la fine e lo sa. Come il nostro, come quello raccontato da London, come molti altri che nel tempo si sono susseguiti. Passando da qualche parte in Liguria, forse a Sampierdarena, ma non sono sicura, il treno costeggia un enorme edificio industriale dismesso, abbandonato, arrugginito, con quell’aria inquietante che spesso tali edifici hanno. Ho pensato che era una coincidenza che le sarebbe piaciuta. Navi e gru poco prima e questo scheletro mastodontico ora, e io nel mio treno di gente rumorosa che andava o tornava dalle vacanze. Un mondo in movimento e uno in rovina e un osservatore seduto in un treno che può guardarsi, guardare e guardare fuori. E tutto è interessante, dentro di sé, dentro il treno, fuori dal finestrino. Solo che tutto non si riesce a guardare e a raccontare. Ho pensato che è anche per questo che mi piace tanto leggere. Perché qualcun altro vede e racconta e uno non si sente solo davanti alla complessità del mondo. Se mi leggesse forse starebbe già sbadigliando. Insomma, volevo dirle che quell’itinerario inconsueto, su un treno diverso e con una fauna umana (molto) diversa da quella che incontro nella tratta che generalmente percorro, mi è piaciuto e mi ha dato da pensare. E che aver appena letto di quella nave, la Elsinore – un bel nome, le pare?  – passando da città di mare mi ha regalato intrecci di pensieri che – ormai lo saprà – sono per me un motivo di gioia dell’esistenza . Insomma Messer Papillon, mi vuole lasciare in pace? Me ne vado in treno, con il mio libro solitario in mezzo a bambini urlanti e madri ignave, e ragazze rumene che vanno a San Pietro, e un fighetto biondino con occhiali da sole a specchio di bianco vestito che scenderà con un segno di evidenziatore giallo per tutta la lunghezza della manica (lunga), senza che la madre dell’imbrattatore abbia fatto nemmeno un plissé e senza che nemmeno lui, il fighetto, abbia nemmeno mosso un solo muscolo facciale, e una ragazza capotreno talmente simpatica e gentile da doversi quasi ricredere sulle ferrovie, insomma me ne vado in treno fra tutta questa gente da osservare e mi salta fuori Lei, e la Elsinore, e il porto di La Spezia o di non so dove. La finisca, per favore, e non si allarghi troppo. Ha capito?
 
Sua (?)
 
Musette B/N

Musette
 
Ps. Non mi ricordo che gioco stavamo (stavo) facendo. Così le segnalo un’altra coincidenza. Il giorno dopo essere arrivata a Roma ho letto un bellissimo articolo di Pietro Citati sul Corriere della Sera. Per parlare di Cervantes lo scrittore ne descrive il mondo, la Spagna , unre indeciso, le genti e le navi. Un bellissimo articolo, quasi un racconto. E di nuovo le navi. Penso che Lei l’avrà letto (portava sempre molti giornali quando La incontravo). Chissà, magari l’abbiamo letto contemporaneamente. Certo io L’ho pensata. E Lei, Messer Papillon? Dove vanno i suoi pensieri?

 

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Cranach e della scrittura a quattro mani (con un abbraccio)

                                                                                                                           31 gennaio 2011
 
Caro Messer Papillon,
 
è l’ultimo giorno di gennaio e ciò mi regala un inatteso buon umore. Gennaio è il mese più lungo dell’anno, per me; non solo per evidenti ragioni climatiche, ma anche per una sorta di diluizione, di rallentamento che incomincia il giorno dopo Natale, si trascina stancamente fino all’Epifania e poi rende il resto del mese una specie di elastico che si allunga e sembra sempre potersi allungare ancora. E oggi, finalmente, finisce. Ci ho pensato in treno, ieri sera, – diversi viaggi in questo periodo, ma quasi sempre in orario serale, al buio, senza paesaggio dai finestrini se non qualche marciapiede di stazione o qualche luce nebbiosa dispersa nella notte – ci ho pensato in treno, dicevo, e questo pensiero si è sovrapposto a quello della mimosa appena accennata di giallo che ho visto ieri nella sua città, a ridosso della terrazza del Pincio che mi ha rallegrato gli occhi e il cuore, inattesa e fortuita, come dice Ungaretti. Gennaio finisce e mentre Milano soffre un nevischio grigio che rabbuia il cielo nei freddi giorni della merla, Roma apre lo sguardo su fiori e agrumi maturi, e cielo, e tetti e cupole imponenti. Ma Lei lo sa meglio di me ed è inutile che mi dilunghi troppo rischiando di farLe perdere la pazienza. (Lo so che non mi legge, ma sa… devo pur far finta di illudermi, perché altrimenti non mi rimarrebbe che riconoscere una sorta di follia in questa comunicazione a senso unico, senza risposte e perfino senza interlocutore)
Sabato sono stata alla mostra di Cranach, a Villa Borghese. Una vertigine di bellezza, Messer Papillon. Il luogo, i quadri, le sculture, il parco, infine l’affacciarsi su quella terrazza dove, stranamente, nei miei vagabondaggi romani non ero mai stata. Una vertigine ed il pensiero sottile che lì avrei potuto incontrarLa e che ci saremmo guardati, stupiti, un po’ divertiti un po’ imbarazzati, perché sono certa che Cranach le piaccia e, anzi, susciti in Lei moti profondi dell’animo. Ho addirittura pensato a un racconto da scrivere con Lei, Messer Papillon, a quattro mani, capitoli alternati della storia di due sconosciuti che si incontrano a Villa Borghese davanti alla sensualità conturbante di un quadro di Cranach. Sarebbe un bel gioco, non Le pare? Quale quadro sceglierebbe, per cominciare? Eva? Una delle Lucrezie? Venere o una Madonna? Li ho guardati tutti, Messer Papillon, attentamente, cercando di immaginare quale Le sarebbe piaciuta, quale viso, quale espressione, quale acconciatura o foggia d’abito e di sguardo. Speravo che ci fosse un quadro, Messer Papillon, che invece non c’era: una Venere con un favo di miele che è conservata alla National Gallery di Londra. Invece ce n’era un’altra, altrettanto diafana e algida, ma senza quel contesto intricato che mi rende ancora più preziosa quella di Londra. Era quella l’immagine da cui avrei fatto incominciare una narrazione a quattro mani con Lei, Messer Papillon, ma, dato che non c’era, ne ho scelta un’altra: Come dice? Eva? No, Messer Papillon, Eva è talmente palese nella sua nudità da rendere meno efficace il gioco del disvelamento attraverso la scrittura che mi piacerebbe fare con Lei. No, non ci siamo: è un altro il quadro da cui vorrei partire, ma non glielo dico ora, lo farò un po’ alla volta sperando che Lei  lo indovini dagli indizi che disseminerò qua e là nelle mie prossime lettere, se non smetterò di scriverLe. Sono certa che questo gioco Le piacerebbe, Messer Papillon, perché ha in sé una possibilità di Avventura nel senso in cui mi sembra di aver capito Lei intenda questa parola, con la A maiuscola, appunto.
Si ricorda quel che Le scrivevo l’altra volta a proposito della mia idea di Sud? La mostra di Cranach mi è piaciuta anche per un motivo che in qualche modo mi ha fatto ripercorrere quei pensieri. Le sale sono concepite in modo “analogico” -va bene, sì, non tenga conto dell’ultima frase, adesso riscrivo, non strilli, per carità.-  Le sale sono organizzate accostando i dipinti di Cranach a quadri – di altri autori – di più o meno analogo soggetto già presenti nella Galleria Borghese. (Va bene così?) Nella sala di Adamo Ed Eva, per esempio, è esposto l’Amor Sacro e l’Amor Profano di Tiziano, mentre i soggetti sacri sono vicini a una magnifica Madonna di Bellini. Bé? Che c’entra il sud?-Dirà Lei. Che diamine… sia paziente, ora ci arrivo. Nella sala dei ritratti, in mezzo ai visi pallidi su fondo nero di Cranach, spicca di luce la Dama con l’unicorno di Raffaello. Sullo sfondo, dietro di Lei, un paesaggio, un’aria azzurra, un respiro come della mimosa che avrei visto di lì a poco nel parco verso il Pincio. Anche alcuni ritratti di Cranach – non molti – hanno paesaggi sullo sfondo, ma i colori sono lividi, violacei, terribilmente freddi. Eccoli lì, il nord e il sud, e quel che le dicevo l’altra volta che si mostra così evidente da non aver bisogno di commento. Quando vengo a Roma, Messer Papillon, il cielo mi fa l’effetto di quell’azzurro di Raffaello in mezzo ai colori cupi di Cranach: una finestra che si apre, un soffio, una carezza e soprattutto, come Le dicevo prima, un respiro. Non che quei grigi e quei viola non mi diano emozione, però, tutt’altro: li guardo e ritrovo la mia linea d’ombra interiore perché nel contrasto con le pelli trasparenti delle donne ritratte assumono su di sé l’oneroso compito di suggerire le oscurità acquattate dentro ciascuno di noi. Ho bisogno di tutti i colori, Messer Papillon, ci ho pensato in quella sala, e l’altrove mitologico che nella mia testa è il sud con la sua luce satura è tale solo perché sono impregnata in ogni cellula di grigio, di freddo, di cieli senz’alba e senza tramonto. E così ogni volta l’occhio cerca l’azzurro di Raffaello e l’anima ne gode, assaporandone gioia sempre nuova. Una gioia che deriva dall’assenza: come se Lei improvvisamente mi ri-scrivesse, Messer Papillon.
Nemmeno un libro in questa lettera: è troppo tardi e devo lasciarLa. Anzi, mi è venuta un’idea, non la saluterò normalmente, oggi, ma con un abbraccio, come ne  l’abbraccio, un piccolo delizioso libro di David Grossman illustrato da Michal Rovner. Siamo tutti soli, dice Grossman, non solo in questo libro,  e “proprio per questo hanno inventato l’abbraccio”. A Houellebecq si torcerebbero le budella; anche a Lei, credo. 
Io però L'abbraccio lo stesso, Messer Papillon
                  
Musette B/N

Sua  
Musette
  

Ps. Ricopio dopo quasi due settimane. Nel frattempo treno, clima più dolce, un pesco fiorito tra i fori imperiali, mimose sfavillanti ovunque nella sua città. Accidenti: mai una volta che io riesca a raccontare qualcosa in tempo reale. Cara vecchia carta, francobollo, imbucare in ritardo, attendere la risposta, tergiversare e poi incolpare le poste…

pps. Eccola qui la Venere di Londra, quello che speravo di vedere a Roma. Le piace, Messer Papillon?

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Di una nevicata e di un tentativo inconsulto di esaurire un luogo (non parigino, però)

17/12/2010

Caro Messer Papillon,
sono in treno, partita da una Milano bianca e grigia di cielo e di neve. Una neve fredda arrivata dopo il ghiaccio dei giorni passati, la “malaverna”, come mi dicevano da bambina, cioè un brina di cristallo che si posa nitida su ogni cosa, e ricalca con precisione minuta rami e tetti e grondaie come fossero sbalzati su un fondo di vetro. (Solo molto tempo dopo ho scoperto che si dice “galaverna”, e mi ha deluso, tanto, perché in quella parola sbagliata ci stava l’inverno cattivo e il mio desiderio d’estate) Una brina talmente gelata, Messer Papillon, da non riuscire a sciogliersi nemmeno nelle ore più calde di giornate di sole inconsuetamente terse che per me sono un regalo talmente prezioso da indurmi a uscire a bighellonare a piedi anche se la temperatura era di sei gradi sotto lo zero. Poi, oggi, perduta ogni luminosità, ghiaccio dal cielo e, infine, la neve.
E’ l’inverno, Messer Papillon, che taglia la carne con spilli di freddo e annichilisce il cuore nel desiderio di luce. Eppure oggi è diverso. Una gioia come d’infanzia, e di un cappello con il pon-pon, rosso, preso di nascosto da un armadio e indossato furtivamente in ascensore, lontano dagli occhi di chi quel cappello possiede. Non dovevo prendere il treno oggi, ma questa neve, e la luce di ieri e un desiderio improvviso della Sua città. Uno struggimento. E così eccomi qua, tra una galleria e l’altra, credo ormai quasi a Firenze, un gran buio fuori e un frullo d’ali nel petto. Sa, Messer Papillon, che mi incantano le coincidenze: proprio ora, che ho scritto la parola buio, il treno si è fermato in una galleria. Ci sono delle lucine blu elettrico che non avevo mai visto e che assomigliano alle luminarie poco natalizie e piuttosto brutte che hanno messo qui e là nelle strade della mia città, che è già piuttosto elettrica di suo, senza ricorrere ad artifici. Sa cosa mi piace, Messer Papillon? Che ogni volta scopro qualcosa di nuovo in questo viaggio che pure ho fatto tante volte, a tutte le ore, in tutte le stagioni. Ecco ora ci muoviamo, lenti, e la galleria pare lunghissima. Usciamo ora. C’è il cartello Rifredi, e tanta neve, e lampioni gialli che disegnano cerchi di luce. I binari di fianco a noi sono bianchi e il cielo è viola.
Ora siamo di nuovo fermi: la neve amplifica i fili elettrici, le bobine, i tralicci e i rami degli alberi che sembrano ancora più neri. Ci sono ghiaccioli sotto i lampioni e orme fresche nella neve. Le immagini di ieri, il ghiaccio, alberi di cristallo e cielo azzurro, si sovrappongono a quelle di questo momento, rami carichi di neve su un cielo notturno che riverbera di chiarore, come fotogrammi di una specie di caleidoscopio in cui tutto è immobile e un attimo dopo si trasforma.Fa freddo, ore. Apro la valigia, prendo uno scialle e torno a sedermi. Il treno continua a stare fermo e la neve a vorticare nei coni di luce dei lampioni. Poi ci muoviamo appena. Si vedono finestre illuminate delle case lungo i binari. L’altoparlante annuncia un ritardo significativo per le forti nevicate e intanto un sacchetto di plastica impigliato in un ramo si gonfia d’aria gelata e ondeggia proprio sotto un lampione. È uno spettacolo che mi incatena, Messer Papillon. Volevo scriverLe dell’inverno, certo, ma non pensavo a una cronaca della cintura di Firenze minuto per minuto. E invece… vede? Come Le dicevo ogni volta percepisco nuovi paesaggi in questi luoghi che sono sempre gli stessi ma mi appaiono sempre diversi.
Abbiamo superato Firenze Statuto, ora, e un treno lento come il nostro ci incrocia dirigendosi verso nord. Penso che sono contenta di andare a sud. Come sempre, del resto. Il Sud è la mia meta interiore, un Altrove dove mi piacerebbe sempre andare e che ogni volta mi dà gioia ricordare; anche ora, qui, in mezzo al buio e alla neve dell’inverno profondo. Forse è anche per questo che mi piace tanto venire nella Sua città, perché “scendo” lungo l’Italia, almeno un po’.
Ora stiamo costeggiando una banchina affollata di gente incappellata che aspetta il treno. Non il nostro, che qui non prevede fermate, ma qualche treno /diligenza dei pendolari che probabilmente è molto in ritardo, a giudicare dalla quantità di persone e dalle loro posture incurvate.
Al di là dei binari, al di là della staccionata si vede una strada in salita; scatto un’istantanea nella mia testa: le automobili procedono appena, qualcuno sbanda. Un motociclista è fermo in mezzo alla strada, vicino a un vigile che indossa una mantella impermeabile e ha il cappello pieno di neve. Non c’è audio, ovviamente, mentre la luce è quella un po’surreale dei fari delle automobili e dei lampioni al neon. Penso che sono contenta di stare in treno, anche se il viaggio dovesse durare molte ore, perché immaginare di essere in auto, da sola, con questo tempo mi spaventa. Invece mi rassicura pensare che mentre sto qui a guardar fuori e a scriverLe qualcuno guida per me. Come forse Le ho già detto, mi piace “affidarmi” e godermi la calma che ne deriva.
E’ passata più di un’ora da quando stiamo circumnavigando Firenze, e ora stiamo riprendendo un po’ di velocità lasciando la città alle nostre spalle. Ricominciano le gallerie e il riscaldamento riprende a funzionare. Sa cosa mi viene in mente, Messer Papillon? Un libro di Perec, Tentativo di esaurire un luogo parigino a cui non pensavo da molto tempo. Un elenco apparentemente inutile di osservazioni fatte per tre giorni di una piazza di Parigi registrate meticolosamente dall’autore seduto nelle diverse ore del giorno a diversi caffè che su quella piazza si affacciano. Una sorta di ninfee o di cattedrali di Monet, indagate fino all’ossessione per cercare di afferrarne l’essenza. O forse solo per dire che l’essenza è inafferrabile. Un tentativo di esaurire un luogo, autobus, persone, una due cavalli color verde mela, una signora con una baguette, un bambino che va a scuola, piccioni, giapponesi, un funerale e così via, un tentativo che non può che fallire o meglio che non può che non finire, e che nella sua apparente freddezza ci rimanda la più importante delle constatazioni, e cioè quella della complessità della realtà che per quanto ci sforziamo non riusciamo non solo ad esaurire – tentativo, dice Perec, sapendo bene che la pretesa di esaurire è follia – ma forse nemmeno a definire.Al massimo possiamo individuare qualcosa di ricorrente, come gli autobus, cercando di dedurre frequenza ed alternanza per provare a fissare qualche misero punto di riferimento, come dire che tra Bologna e Firenze ci vuole un’ora o che dopo Firenze il treno arriva a Roma. Ma può esserci un guasto banale o la neve o un suicida che si butta sotto il treno e i nostri piccoli paletti, sottili come i bastoncini del gelato, saltano con tutta la recinzione e il nitore dei confini che ci diamo sparisce come tracce sul bagnasciuga. Non era di questo libro che volevo raccontarLe, oggi, ma questo viaggio improvviso, questa neve, queste soste sospese nelle periferie di Firenze mi hanno fatto cambiare binario, tanto per rimanere in treno. Lo vede che effetto mi fa, Messer Papillon? Guardo la neve e un libro strano, letto tanto tempo fa, salta fuori come una canzone posata in un angolo della memoria: basta una nota, una nota sola, e la musica riaffiora, e poi le parole, all’inizio un po’ incerte, con qualche buco. E allora uno riprende a cantarla mentalmente, da capo, e poi di nuovo, e pian piano – oppure improvvisamente, dipende – le parole disperse ritornano a galla e rimangono lì, di nuovo nostre. E’ così che mi sta succedendo questa sera. Lei l’ha letto, quel libro di Perec? Ha visto la copertine? Se la ricorda? Io ce l’ho in mente molto chiaramente. Nella mia edizione è di un rosso scuro e c’è lui, Perec, con la barbetta e gli occhi sbarrati (per forza, a furia di guardare il mondo e di volerlo esaurire…). Se non l’ha già vista, la faccia di Perec La incuriosirebbe, ne sono certa. (mi piacerebbe scrivere “la incuriosirà”, indicativo futuro, contando nella lettura da parte Sua di queste mie righe. Ma sono realista, e non mi rimane che il condizionale, con Lei.)
Ora abbiamo appena superato Orvieto e siamo di nuovo fermi. Mi sa che il viaggio sarà lungo. Per fortuna ho con me diversi libri e del cioccolato, sono coperta, il treno non è molto pieno e si può leggere in pace.

La saluto Messer Papillon e Le suggerisco qualche titolo per il gioco geografico: Notte e nebbia a Bombay, Passaggio in India, il Tè nel deserto, L’isola di Arturo. (Come dice? Deserto e isola non sono nomi propri di luoghi? Che scoperta… Ma lo sa che a volte Lei è abbastanza insopportabile? Era così, tanto per rimanere con lo sguardo rivolto a Sud. Possibile che debba spiegarLe sempre tutto?)

Sua

Musette B/N

Musette  

Ps. Sono passati diversi giorni tra quando le ho scritto e quando ho ricopiato il testo nella macchina infernale, perché da un lato sono piuttosto disorganizzata, e dall’altro la vita ci costringe spesso ad occuparci di tutt’altro da quello che vorremmo. Il giorno dopo averLe scritto ho scoperto dai giornali di essere stata testimone inconsapevole di un evento meteorologico abbastanza fuori dall’ordinario. Perec , come me, ne sarebbe stato contento, e, forse, anche un po’ incantato, non crede?

pps. Eccola, l’ho cercata per Lei , Messer Papillon                                                    G. Perec

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E’ autunno, tempo di prodigio. Vabbé.

                                                                                      Milano, 4 novembre 2010

Caro Messer Papillon,
non Le scrivo da molto tempo e pensavo di non farLo più, dato che è piuttosto frustrante non ricevere mai alcun cenno di risposta, nemmeno sotto forma di sberleffo. Così ho lasciato passare l’estate e molti treni – e aerei, automobili, autobus, metropolitane, perfino la cabina di un carro attrezzi che so Le sarebbe assai piaciuta – e molti libri (di un paio Le ho anche scritto, e poi, in un sussulto di orgoglio, non ho spedito) e pensavo di essere quasi guarita dalla malattia che mi spinge a fare proprio di Lei un mio immaginario interlocutore (anzi, il mio immaginario interlocutore). Invece, come vede, non sono guarita affatto. Il mio deve essere un virus di quelli che rimangono annidati lì, silenti, e poi ogni tanto saltano fuori, come quello della varicella che rimane nel corpo per sempre e non c’è modo di liberarsene. Come sappiamo, ognuno ha le sue condanne, e tra le mie c’è che ad ogni cambio di stagione si acuisce la mia sensibilità meteorologica, e se sono riuscita – a fatica – a trattenermi durante l’estate dal raccontarLe di luoghi di luce e stoppie bruciate e paesi appesi su cieli sfavillanti, ora, in questo autunno che si sposta lentamente verso l’inverno, provo un gran desiderio di scriverLe, e come Pinocchio al richiamo del carro per il paese dei balocchi non so resistere, anche se mi è chiaro – chiarissimo – come andrà a finire.
È che nei giorni scorsi, mentre si tornava all’ora solare, ha piovuto molto, Messer Papillon; una pioggia grigia e fredda, foriera di guanti e cappello, stivali e sciarpe di lana. È finita, ho pensato. Anche quest’anno l’inverno è arrivato. Poi mercoledì, come un dono inaspettato, una giornata dolce come fosse la prima di primavera. Luce, foglie d’autunno colorate da un sole terso, bagnate dalla pioggia dei giorni precedenti e perciò luminose come di rado. Ho camminato a lungo, la giacca slacciata, il cappello nella borsa, calore sulla schiena, occhi al cielo e alle facciate dei palazzi di questa mia città che sto ricominciando ad amare. Ho pensato a Lei, Messer Papillon, e mi è salito un gran desiderio di scriverLe: chissà, magari anche dalle sue parti l’autunno potrebbe avere un ripensamento,  e regalare un piccolo prodigio a chi fosse lì a riceverlo. (Mamma mia… che sdilinquimento.  Come storcerebbe il naso, se mi leggesse. Su, forza, mi scriva tutta la sua indignazione, La prego, non aspetto altro che un suo lapidario  “Vabbé”, al quale non avrebbe bisogno di aggiungere altro).  Naturalmente la pausa di luce è durata un giorno, già ieri andava scemando e oggi siamo ripiombati nel grigio implacabilmente opaco della pianura. Ma è stato bello, Messer Papillon, come un cioccolatino che si scioglie in bocca e che, come sappiamo, ha un effetto sull’anima oltre che sui sensi. Conosce il poeta Salinas, Messer Papillon? È lui che citavo, prima, parlando di un prodigio.

Se mi chiamassi, sì,
se mi chiamassi!
(…)
E ancora attendo la tua voce:
giù per i telescopi,
dalla stella,
attraverso specchi e gallerie
ed anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
- se mi chiamassi, sì, se mi chiamassi!-
sarà un miracolo,
ignoto, senza vederlo.

SalinasPedro Salinas, La voce a te dovuta
(che meraviglioso titolo, Messer Papillon.)

Non Le piacerebbe regalarmi un prodigio, Messer Papillon? Pensi un po’…
“Vorrei fare un regalo a una persona..”
“Orecchini? Un libro? Una scatola di cioccolatini molto dolci?”
“No. Qualcosa di prodigioso. “
“ Voci, Signore? Voci da lontano? Che ne dice? “

Sì. Voce e parola. Un regalo prodigioso, per dirla con Salinas.

Sua
Musette
ps. Vanno bene anche parole sulla sabbia, destinate a cancellarsi subito. Sa com’è, Messer Papillon, l’eternità non è più di questi tempi.
Pps. Niente treni, in questa lettera: non me ne voglia, lo sa che sono un po’ indisciplinata. Vabbé.
Ppps. Tanto tempo è passato, da quando Le ho scritto, che mi ero perfino scordata del gioco geografico: e allora, ecco Divorzio a Buda, di Sandor Marai   e Nel corpo di Napoli, di Giuseppe Montesano.

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10.25

10.25Bologna, 2 agosto 1980.

Bologna, 2 agosto 2010.

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