Caro Messer Papillon,
a Milano è venuto il terremoto, ha nevicato, e ora ci sono più di dieci gradi sotto zero. Roma è sotto la neve e arranca con le catene mentre le scuole sono chiuse. E così, a causa di fenomeni meteorologici che, come sempre, suscitano i miei pensieri, mi è venuta un gran voglia di scriverLe, anche se la chiusura della piattaforma che ci ha ospitato mi aveva fatto pensare che forse era ora di smettere, e solo nell’ultima settimana utile mi sono decisa a far migrare le Sue parole e le mie in un qualche nuovo raduno di anime inquiete.
In dicembre ho preso un treno, Messer Papillon, e sono venuta nella Sua città che era vestita di sole come in una primavera avanzata. Durante il viaggio ho letto un magnifico romanzo di Michel Butor, La modificazione, del 1957, della cui segnalazione sono grata a una libraia romana che ogni tanto passa (forse passava) su queste pagine. Poi è successa una cosa. Scesa dal treno ho deciso di andare a cercare la libreria della libraia che mi ha suggerito il romanzo di Butor, per ringraziarla del regalo che mi ha fatto con quel consiglio di lettura, perché il libro mi è piaciuto almeno quanto non mi piace il suo titolo in italiano. Stranamente – anzi non stranamente – mi ricordavo sia il nome della Libreria (Libri Necessari – bellissimo, non le pare? -) sia l’indirizzo, al rione Monti, e ho preso un autobus e ci sono andata. Camminando senza cappotto per le stradine in salita, e facendo un giro largo per passare davanti ai Mercati Traianei e alla Chiesa di San Domenico e Sisto – mi pare si chiami così, ma non sono sicura – il cui edificio così alto mi sembra ogni volta un miracolo, come certe palme di Lisbona o di Barcellona o di Palermo, che si alzano improvvise in mezzo a edifici intricati che parrebbero doverne soffocare l’esistenza, ho pensato che era meraviglioso essere lì, e che la bellezza della Sua città è qualcosa di ineffabile alla quale mi è stato consentito di affacciarmi: un gran regalo della vita, da custodire con devozione e con incanto. Come dice? La smetta di essere così suscettibile. Lo so che le palme ci sono anche a Roma, nonostante l’insetto africano che le ha devastate in tutto il Mediterraneo, ma era così, per nominare altri luoghi in cui un albero solitario è capace di offrirsi allo sguardo per dire “Eccomi, sono qui, in questo cielo di luce e di desiderio” E davvero, quel giorno, il cielo della Sua città era come un desiderio struggente, come l’attesa di una parola, quella parola, o di un dono. Quando sono arrivata alla libreria, questa era chiusa, e c’era un biglietto che diceva che i librai erano a Milano, per non so quale avvenimento librario. Sono rimasta lì ferma, davanti alla vetrina, e poi mi sono messa a ridere: sono partita da Milano con un libro consigliato da una libraia romana che racconta di un viaggio in treno tra Parigi e Roma, ho letto per tutto il tempo e il mio treno si è sovrapposto a quello del protagonista, anzi a quelli del protagonista, perché durante il suo viaggio egli rievoca altre andate e altri ritorni, dipanando la propria vita tra un luogo (Parigi) e un altrove (Roma – come per me -), tra una moglie e un amante, tra un hic et nunc e un prima e un dopo inizialmente vagheggiato e poi temuto al punto da fargli modificare completamente la decisione che l’aveva spinto a prendere quel treno. Ho letto per tutto il tempo, dicevo, e sono arrivata a Roma con in testa l’idea che non era un caso che avessi letto quel libro proprio in questo nuovo viaggio, dopo tanto tempo che desideravo prendere il treno, e che era necessario raccontarlo a chi quel libro mi aveva suggerito. Ho modificato i miei programmi e sono andata a cercare Libri Necessari, ma la libraia romana stava andando a Milano, dove io ero fino a poche ore prima e dove sarei tornata solo dopo che lei fosse tornata a Roma, magari leggendo in treno un libro su Milano, o su Parigi, o su entrambe. Un bel gioco di specchi e di incastri, di geografie e di percorsi, in treno e nella mente. Quando sono tornata ho scritto alla Libraia, che non ha mai letto la mia missiva, forse perché aveva già dismesso l’uso dell’ altra piattaforma, che quindi è rimasta lì come messaggio non letto fino all’ultimo giorno, dopodiché è sprofondata in un buco nero virtuale insieme ad altri milioni di parole. Vabbé, dirà Lei, già La sento. Ma aspetti, c’è un’altra cosa che voglio raccontarLe. Ieri ho guardato a lungo le foto della Sua città sotto la neve e mi sono imbattuta in questa,
che mi ha fatto immediatamente pensare al mio ultimo viaggio romano e al romanzo di Butor, e che è stata la molla che mi ha spinto a scriverLe. Il ristorante Tre Scalini sullo sfondo, a piazza Navona, è uno dei teatri fondamentali della modificazione di Butor, dove egli immagina in tre momenti del viaggio prima di dire all’amata Cecile che è venuto solo per Lei, per portarla a Parigi, poi di raccontarle di essere stato in giro da solo per Roma, infine di doverle dire che no, ha cambiato idea, e che una vita futura per loro non ci sarà. Mi ero chiesta, leggendo il romanzo, se questo ristorante esistesse ancora, perché della geografia di Butor era uno dei pochi luoghi che non ricordavo di aver visto. Ed eccolo qui, il ristorante Tre Scalini, chiuso per neve, e un clown triste che suona la fisarmonica vestito di rosso e nero, Les jeux sont fait, e la sagoma disegnata sui suoi pantaloni di una chiesa che non sarà ma mi fa pensare a Notre Dame, Parigi Roma, Butor, viaggi, neve, e una valigia e un ombrello, che continuerà a essere utile il giorno dopo a quelli che saranno ancora vivi, come dice Wislawa Szymborska. E il suonatore di fisarmonica ne ha due, a ben guardare, di ombrelli, perché non si sa mai. Ho guardato la foto e mi sono chiesta se Lei ha un ombrello, Messer Papillon, e se anch’ io ce l’ho. In fondo credo di no, che entrambi ne siamo privi, perché siamo convinti di poterne fare a meno. Poi, improvvisamente, ho pensato alle primule che sventatamente – o coraggiosamente, non so – ho piantato tre settimane fa sul mio balcone, ubriacata dal non-vero-inverno che fino a questi giorni abbiamo avuto. Sono uscita, le ho denudate dal ghiaccio e le ho ricoperte di una sorta di ombrello di cellophane, sperando che siano vive. Vedremo. Intanto, come vede, inconsuetamente sento questo tempo di grande freddo proprio necessario, come i libri, come i due punti. Chissà. Prima o poi diventerò saggia, e non potrò più fare a meno nemmeno dell’ombrello.
Si riguardi, Messer Papillon, perché Lei non è abituato al gelo e alle strade di neve. E legga Wislawa Szymborska, anche se non ama la poesia. Le piacerà, ne sono certa.
Sua
Musette
ps. Dubito fortemente che Lei leggerà il libro di Butor, anzi, che leggerà queste mie parole, ma caso mai… le metto l’indirizzo di una recensione piena di spunti e di riflessioni (Di nuovo Perec… che ne dice? ci sarebbe da scrivere assai. Ma stia tranquillo, come sa sono molto lenta.) http://labattagliasoda.wordpress.com/2009/08/02/la-sospensione-–-la-modificazione-di-michel-butor-e-un-uomo-che-dorme-di-georges-perec/


Pedro Salinas, La voce a te dovuta
Bologna, 2 agosto 1980.